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“The Dog Stars” di Ridley Scott, per il cinefilo sanremese Paolo Prevosto siamo di fronte a un’opera «Fuori tempo massimo»

«Non perché manchino mestiere o mezzi, ma perché il film fa parte del filone post-apocalittico sfruttato ormai da più di cinquant’anni, dove trovare qualcosa di davvero nuovo è ormai difficile»

Sanremo. ​Il cinema di fantascienza continua a fare i conti con una notevole stanchezza creativa, e l’ultimo lavoro di Ridley Scott ne è la conferma.

The dog stars

Ad analizzarlo è ilcinefilo sanremese Paolo Prevosto, che  per descrivere l’attesa pellicola non usa mezzi termini: «È la stessa sensazione che si prova guardando l’ultimo film di Steven Spielberg: un’opera arrivata fuori tempo massimo. Non perché manchino mestiere o mezzi, ma perché il film fa parte del filone post-apocalittico sfruttato ormai da più di cinquant’anni, dove trovare qualcosa di davvero nuovo è ormai difficile».

​Nonostante le premesse critiche, l’analisi riconosce i meriti tecnici della produzione. Prevosto evidenzia infatti che «Ridley Scott sa ancora perfettamente come mettere in scena una storia, e l’eccellente fotografia di Erik Messerschmidt valorizza molto bene gli ampi paesaggi».

Il giudizio positivo si estende anche al ritmo e al cast: «Pur non essendo un film d’azione, ci sono alcune sequenze dal ritmo più serrato, ben realizzate e capaci di dare energia alla storia. Soprattutto il film non annoia: scorre bene e mantiene un ritmo abbastanza sostenuto per tutta la durata». Promossi a pieni voti anche gli interpreti, con «Jacob Elordi nel ruolo di Hig, convincente, così come Josh Brolin, Margaret Qualley, Guy Pearce e Allison Janney», oltre alla colonna sonora di Harry Gregson-Williams che «accompagna efficacemente le atmosfere del film senza risultare troppo invadente».

Il vero tallone d’Achille, secondo il giudizio del critico matuziano, risiede nella sceneggiatura firmata da Mark L. Smithe Christopher Wilkinson: «Non è affatto mal scritta, ma sceglie strade piuttosto convenzionali e fatica a offrire qualcosa che non abbiamo già incontrato molte volte nel genere. Anche i personaggi avrebbero forse avuto bisogno di maggiore sviluppo». Da qui scaturisce una riflessione più ampia sul cinema contemporaneo e sui grandi autori: «Viene quindi da chiedersi se, a monte, non sarebbe servita una scelta più attenta della sceneggiatura da portare sullo schermo. È la stessa domanda che mi sono fatto davanti ad alcuni film recenti, come quello di Steven Spielberg e Coppola: perché registi con un’esperienza e una libertà creativa di questo livello scelgono proprio certi progetti? A volte viene quasi da pensare che siano film rimasti nel cassetto per anni, concepiti molto tempo prima e realizzati solo adesso, quando però il cinema e il pubblico hanno già visto e rivisto molte volte quelle stesse idee».