Carceri, il Sappe a Nordio: «Riaprire Pianosa e Asinara per i detenuti violenti»
Capece chiede strutture nazionali specializzate: «Basta trasferire il problema da un istituto all’altro»
Roma. Riaprire Pianosa e Asinara o creare strutture nazionali specializzate per gestire i detenuti ad altissima criticità. È la richiesta rivolta al ministro della Giustizia Carlo Nordio dal segretario generale del Sindacato Autonomo Polizia Penitenziaria, Donato Capece, di fronte al crescente numero di aggressioni ed eventi critici provocati da una minoranza di reclusi particolarmente violenti.
«Il carcere non può essere governato dalla legge del più forte – afferma Capece –. Davanti a detenuti che aggrediscono ripetutamente gli agenti, devastano le sezioni, minacciano e sopraffanno altri reclusi, non possiamo continuare semplicemente a spostare il problema da un istituto all’altro».
Il Sappe chiede di utilizzare pienamente gli strumenti già previsti dall’ordinamento, a partire dagli articoli 14-bis e 32. Il primo consente di applicare il regime di sorveglianza particolare a chi compromette la sicurezza, turba l’ordine, usa violenza o minaccia, mentre il secondo prevede la possibilità di assegnare ad appositi istituti o sezioni i detenuti il cui comportamento richieda particolari cautele.
«Il problema è che queste norme rischiano di rimanere sulla carta se non esistono spazi adeguati e strutture realmente organizzate per applicarle – prosegue Capece –. In un sistema sovraffollato, trasferire un detenuto violento da un carcere ordinario a un altro significa spesso soltanto spostare l’incendio da una stanza all’altra».
Una situazione che ricade soprattutto sugli agenti di Polizia Penitenziaria, costretti spesso ad affrontare le aggressioni a mani nude e senza strumenti individuali non letali che consentano di intervenire a distanza. «Se l’aggressore è particolarmente robusto, alterato o insensibile al dolore, possono essere necessari diversi operatori. È così che un singolo detenuto può arrivare a ferire quattro, cinque o più poliziotti».
A pesare è anche il timore delle possibili conseguenze giudiziarie degli interventi. «Ogni abuso deve essere perseguito, questo è fuori discussione. Ma non possiamo pretendere che un poliziotto, mentre viene aggredito o cerca di salvare un collega o un altro detenuto, debba contemporaneamente interrogarsi se l’intervento necessario e proporzionato potrà trasformarsi domani in un procedimento penale. Servono regole chiare, formazione, strumenti adeguati e certezza delle procedure».
Secondo il Sappe, il carcere sta inoltre diventando il luogo nel quale vengono scaricate problematiche che richiederebbero risposte sanitarie e sociali. Al 31 dicembre 2025 risultavano 20.767 detenuti tossicodipendenti su 63.499 presenti, circa uno ogni tre.
«Tossicodipendenza e disagio psichiatrico non significano automaticamente violenza – precisa Capece –. Ma quando patologie, dipendenze o particolari condizioni comportamentali si accompagnano a condotte aggressive, imprevedibili e reiterate, il sistema deve essere in grado di rispondere con strumenti adeguati. Il carcere non è un ospedale psichiatrico e la Polizia Penitenziaria non è personale sanitario».
Da qui la proposta di realizzare strutture nazionali specializzate, eventualmente anche nelle isole, organizzate con piccoli numeri, sezioni autonome, un elevato rapporto tra agenti e detenuti, videosorveglianza moderna, sistemi elettronici di sicurezza, allarmi individuali, comunicazioni radio affidabili, personale formato e assistenza sanitaria e psichiatrica permanente.
Il criterio di assegnazione, sottolinea il sindacato, non dovrebbe essere la diagnosi, la nazionalità, la tossicodipendenza o il tipo di reato, ma il comportamento tenuto durante la detenzione: aggressioni gravi o reiterate, violenza sistematica, sopraffazione, danneggiamenti continui e condotte capaci di compromettere ordine e sicurezza.
«Separare chi manifesta sistematicamente comportamenti violenti non significa tutelare soltanto la Polizia Penitenziaria – osserva Capece –. Significa proteggere anche gli altri detenuti, gli operatori sanitari, gli educatori e tutto il personale. Chi sta scontando una pena non perde il diritto a non essere picchiato, minacciato, ricattato o assoggettato dal compagno di sezione più violento».
Il Sappe chiede quindi a Nordio di convocare urgentemente le organizzazioni sindacali e aprire un confronto. «Pianosa e Asinara non devono necessariamente tornare a essere i supercarceri degli anni Ottanta e Novanta, ma possono rappresentare un punto di partenza per studiare strutture moderne, nazionali e specializzate. Se quelle isole non saranno logisticamente, economicamente o ambientalmente utilizzabili, si individuino altre soluzioni. Continuare a trasferire i detenuti violenti da un carcere all’altro non è una politica penitenziaria: è soltanto un “Giro d’Italia” del disagio e della violenza, nel quale cambia la tappa ma non cambia il risultato».
«Lo Stato deve tornare a dare segnali chiari – conclude Capece –: a comportamenti gravemente violenti devono corrispondere conseguenze concrete, proporzionate e previste dall’ordinamento. La sicurezza non è il contrario dei diritti. È la condizione necessaria perché i diritti di tutti, detenuti e operatori, possano essere realmente garantiti».


