Morte di Beatrice, Iannuzzi non risponde al gip. Resta in carcere
I legali: «Lui avrebbe parlato, ma non abbiamo ancora gli atti»
Imperia. Si è avvalso della facoltà di non risponde, su consiglio dei suoi legali, Emanuel Iannuzzi, 42 anni, arrestato sabato scorso con l’accusa di maltrattamenti aggravati dalla morte della piccola Beatrice, 2 anni, figlia della compagna Emanuela Aiello, 44 anni, finita in carcere con la stessa accusa in concorso.
Stamani Iannuzzi, assistito dagli avvocati Maria Gioffrè e Cristian Urbini, dal carcere di Genova Marassi, dove è detenuto su esecuzione di misura cautelare, è comparso davanti al gip del tribunale di Imperia Massimiliano Botti e al pm Veronica Meglio, che coordina le indagini sulla morte di Beatrice, avvenuta il 9 febbraio scorso.
«Emanuel Iannuzzi si è avvalso della facoltà di non rispondere su consiglio dei difensori – spiegano gli avvocati Maria Gioffrè e Cristian Urbini – Perché, nonostante gli atti siano stati richiesti già sabato, durante l’esecuzione della misura cautelare, ad oggi non ci sono ancora stati messi a disposizione. Di conseguenza, la scelta processuale più logica e più tutelante per il nostro assistito è stata quella di non rispondere, riservandoci eventualmente di chiedere un interrogatorio dopo aver preso visione degli atti».
I legali hanno poi riferito che Iannuzzi «è sconvolto» e che la decisione di non rispondere «non deriva dalla sua volontà, ma da una scelta difensiva, dettata dal fatto che non abbiamo ancora gli atti processuali». «Lui continua a dichiararsi assolutamente innocente – aggiungono – e avrebbe voluto rendere le proprie dichiarazioni».
Sui video e sul materiale che sarebbe stato estratto dai telefoni cellulari, i difensori precisano: «Ad oggi non abbiamo ancora avuto quei video. Tutti ne parlano, ma la difesa non li ha visti e non ne è materialmente in possesso. Non possiamo quindi tenere una linea difensiva né esprimere un’opinione su elementi che sono stati indicati come prove schiaccianti, ma che allo stato non ci sono ancora stati consegnati. Nel pomeriggio dovrebbero arrivare quantomeno gli atti documentali, mentre i video arriveranno prossimamente».
Diversa la posizione di Franco Iannuzzi, padre di Emanuel, interrogato nell’ambito del procedimento relativo al materiale esplosivo trovato nella sua disponibilità. «Franco Iannuzzi ha risposto alle domande e ha fornito le proprie spiegazioni – riferiscono i legali – Ma sul contenuto, al momento, non rendiamo dichiarazioni perché sarà oggetto del vaglio del procedimento. Ha riconosciuto il possesso del tritolo».
I difensori hanno spiegato di aver chiesto una misura meno afflittiva del carcere, ma per il momento la custodia cautelare è stata confermata. «Si tratta – precisano – Di una questione anche logistica, rispetto alla quale ci siamo già attivati».
Quanto alle accuse mosse a Emanuel Iannuzzi, i legali ribadiscono la linea di prudenza: «Quelle sono le accuse sostenute dalla Procura sulla base di elementi che noi, ad oggi, non abbiamo ancora potuto esaminare. Abbiamo solo l’ordinanza. La prova si forma nel contraddittorio e, prima di valutare qualunque elemento, dobbiamo avere pieno accesso agli atti».
Sulla presunta impronta di una scarpa riconducibile a Iannuzzi, che sarebbe stata rilevata sul corpo della bambina, gli avvocati aggiungono: «Non abbiamo nulla in merito. Anche quella verifica preliminare del medico legale è stata richiesta, ma non ci è ancora stata consegnata».
I legali hanno poi escluso che Iannuzzi si sia mai intromesso per impedire alle bambine di chiedere aiuto ai nonni materni: «A noi questo non risulta. Anzi, dagli atti già pubblicati emerge che il venerdì precedente al decesso la bambina fosse dai nonni, circostanza che contrasta con questa ricostruzione».
Per entrambi gli assistiti, al momento, resta confermata la misura cautelare in carcere. Sul tritolo trovato nella disponibilità di Franco Iannuzzi, i difensori precisano soltanto che il possesso risalirebbe «a molto tempo prima» e che l’uomo ha reso dichiarazioni sul punto, ora al vaglio degli inquirenti. «Siamo ancora nella fase delle indagini preliminari – concludono – e non vogliamo fornire elementi che possano interferire con il segreto istruttorio».




