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Falso medico a Bordighera, la difesa chiede l’assoluzione: «Totale incapacità di intendere e volere»

Nella scorsa udienza il pubblico ministero Lorenzo Fornace aveva chiesto la condanna in primo grado a tre anni e quattro mesi di reclusione

Imperia. «Assoluzione per totale incapacità di intendere e volere, ovvero per insufficienza della prova di imputabilità». È questa la richiesta formulata dall’avvocato Giovanni Cicerano al termine della lunga e articolata arringa difensiva nel processo a carico di Enrica Massone, la donna originaria di Torino accusata di essersi spacciata per medico e di aver lavorato nel 2023 all’ospedale Saint Charles di Bordighera. Le contestazioni nei suoi confronti comprendono falso ideologico, esercizio abusivo della professione medica e truffa.

Nella scorsa udienza il pubblico ministero Lorenzo Fornace aveva chiesto la condanna in primo grado a tre anni e quattro mesi di reclusione.

L’arringa della difesa si è sviluppata su due fronti: da un lato il merito delle contestazioni, dall’altro il tema ritenuto centrale dell’intero processo, quello dell’imputabilità dell’imputata e della sua capacità di intendere e di volere al momento dei fatti.

«Ci sono due responsabilità parallele: quella del controllato e quella del controllore – ha sostenuto Cicerano -. La facilità con cui questa assurda frode è riuscita non misura la scaltrezza della Massone, ma l’assenza di controlli». Per il legale, infatti, il caso avrebbe messo in luce un «incredibile vuoto di verifiche» da parte della struttura sanitaria.

Il nodo della perizia psichiatrica. Uno dei punti più contestati dalla difesa riguarda la consulenza tecnica sulle condizioni psichiche della donna. Secondo Cicerano, la perizia presenta «una lacuna di merito» perché avrebbe dichiarato Massone pienamente capace di intendere e di volere senza approfondire le conseguenze di documentate lesioni cerebrali. «Non è stata effettuata alcuna misurazione, né i periti hanno spiegato perché non sia stata svolta», ha affermato il difensore. «Manca qualsiasi valutazione sull’incidenza forense delle conseguenze di queste lesioni cerebrali». Accertamenti che, secondo la difesa, erano stati richiesti ma non sarebbero mai stati eseguiti.

A ciò si aggiunge, sempre secondo il legale, un altro elemento che non potrebbe essere ignorato: «La signora Massone è stata seguita per dieci anni dal Centro di salute mentale. È un dato che non può essere trascurato».

Pur ricordando che l’imputata ha reso dichiarazioni confessorie, Cicerano ha sottolineato come «il giudizio penale postuli un quid ulteriore», vale a dire «la prova certa che l’imputata sia in grado di stare in giudizio».

«Documenti caotici e comportamento anomalo». Per il difensore anche il comportamento della donna e la documentazione prodotta sarebbero indicativi delle sue condizioni. «Chi legge i documenti predisposti dalla signora Massone cosa nota? Un disordine ostentato, una disorganizzazione clamorosa», ha osservato. Lo stesso vale, secondo l’avvocato, per il modo in cui l’imputata si presentò durante l’interrogatorio davanti al pubblico ministero: «Indossava un abito da cocktail con un colletto caratterizzato da brillantini. Non mi sembra un abito che una persona “normale” indossi davanti a un pm».

«Non le facevano fare nulla».  Sul piano delle contestazioni relative all’attività svolta in ospedale, la difesa ha sostenuto che Massone non avrebbe mai operato con reale autonomia. Richiamando le deposizioni testimoniali, Cicerano ha ricordato le parole del primario: «Non le facciamo fare niente perché non è in grado». Analoga la ricostruzione del medico Petrassi, che avrebbe riferito di svolgere personalmente tutte le attività e che la donna «era in prova» e «non era stata testata con i pazienti». Secondo il legale, si è trattato di «un brevissimo periodo di esercizio», senza alcuna decisione medica autonoma.

Anche durante i turni al Punto di primo intervento, ha proseguito la difesa, sarebbero emerse le difficoltà dell’imputata. Persino di fronte a una semplice ferita lacero-contusa, Massone avrebbe chiesto aiuto al dottor Petrassi e all’anestesista.

«I referti sono sei, non 160». La difesa ha inoltre contestato la ricostruzione accusatoria relativa all’attività sanitaria effettivamente svolta. «I referti sono sei e non 160», ha evidenziato Cicerano, precisando che quei documenti «non sono suoi», ma copie di valutazioni infermieristiche per quanto riguarda il Punto di primo intervento, mentre «i diari medici del reparto di Medicina sono opera del dottor Petrassi».

Secondo il difensore, il quadro probatorio dell’accusa «è di natura prevalentemente contrattuale e finanziaria» e va inoltre considerato che il Punto di primo intervento «non era un pronto soccorso e non vi venivano neppure inviate le ambulanze».

«Nessun danno concreto ai pazienti». Altro elemento valorizzato dalla difesa è l’assenza di conseguenze per i pazienti.
«C’è l’assenza di qualsiasi danno concreto. Lo ammette anche il pubblico ministero», ha sostenuto Cicerano. Una circostanza che, secondo il legale, troverebbe spiegazione nelle modalità di comportamento della donna: «Massone chiedeva aiuto ai colleghi e, quando doveva somministrare farmaci, optava per placebo».

Per questo, secondo la difesa, «il pericolo per la salute pubblica è rimasto sul piano dell’astrazione».

Nelle battute finali dell’arringa, Cicerano ha offerto una lettura della vicenda profondamente diversa da quella dell’accusa: «La disperazione è quella di una persona che pensava davvero di essere un medico e che, scontrandosi con la realtà, capisce di poter fare del male a qualcuno e allora chiede aiuto».