Chiuse le porte alla trasformazione della Mater. Salvo anche l’Ariston
Approvato a maggioranza il provvedimento di Donzella. Salesi difende l’impostazione tecnica, ma Palazzo Bellevue sceglie di evitare qualsiasi varco su scuole e teatro simbolo del Festival
Sanremo. Il Piano delle facciate supera il passaggio in commissione consiliare, ma ne esce con un significato politico diverso rispetto alla versione iniziale. Il provvedimento portato dall’assessore ai Lavori pubblici ed edilizia privata Massimo Donzella è stato approvato oggi a maggioranza a Palazzo Bellevue, dopo una seduta in cui sono state chiarite le ragioni tecniche dello strumento e, soprattutto, il senso delle modifiche introdotte negli ultimi giorni sui tre capitoli più discussi: Mater Misericordiae, Almerini e teatro Ariston.
Tre casi distinti, collegati solo in apparenza, ma finiti dentro lo stesso ragionamento politico-amministrativo. Da una parte, l’impostazione tecnica sostenuta con chiarezza dall’architetto Gianni Salesi, presidente della commissione locale per il paesaggio, secondo cui il Piano non modifica le destinazioni d’uso degli immobili, ma solo le categorie edilizie di intervento. Dall’altra, la scelta della maggioranza del sindaco Alessandro Mager di non lasciare aperto nemmeno un varco interpretativo su edifici che oggi ospitano funzioni sensibili per la città: scuole e teatro.
Il punto centrale della discussione è stato proprio questo. Una modifica della categoria edilizia non avrebbe trasformato automaticamente la Mater o l’Almerini in residenze, attività commerciali o strutture ricettive. Lo hanno ribadito sia l’ingegnere Giovanni Brancatisano a capo dell’ufficio edilizia privata sia lo stesso Salesi. «Mater e Almerini hanno anche un vincolo d’uso a scuola, che renderebbe ancora più complesso qualsiasi cambio di destinazione», ha spiegato Brancatisano. «Qui parliamo di categoria di intervento, non di destinazione».
Ma il ragionamento politico maturato nell’Amministrazione è andato oltre il dato strettamente tecnico. Se il Comune avesse confermato, per quegli immobili, la possibilità futura di demolizione e ricostruzione in caso di venir meno dei vincoli oggi esistenti, avrebbe finito per indicare una strada. Non un cambio d’uso automatico, ma un’apertura capace di aumentare il valore potenziale dei compendi e di rendere più appetibile, domani, la presentazione di proposte private.
È su questo crinale che Donzella e il presidente della commissione consiliare Luca Marvaldi hanno spiegato il senso del correttivo. La maggioranza ha scelto di non dare oggi un indirizzo che potesse diventare, in un prossimo futuro, un incentivo implicito alla trasformazione. Tanto più in un momento in cui il centro cittadino ha bisogno di scuole e servizi, e in particolare di scuole dell’infanzia. «Sotto il profilo tecnico, nei documenti mandati ai commissari non è cambiato nulla», ha spiegato Donzella. «È cambiata solo l’espressione relativa alla scelta politico-amministrativa. Avremmo potuto lasciare il testo com’era: in quel caso, se fosse decaduto il vincolo, la Mater sarebbe passata in categoria R4, diventando demolibile e ricostruibile. Abbiamo ritenuto di non dare oggi un indirizzo a priori, soprattutto nel caso in cui in futuro dovessero venire meno le finalità per cui questi immobili sono attivi, come quelle scolastiche. Poteva rappresentare un passaggio ulteriore che abbiamo preferito non fare».
Marvaldi ha ricondotto il tema al confronto politico nato dopo l’esame delle schede: «Io stesso ho fatto presente che su 215 schede c’erano tre questioni da approfondire. Si è deciso di ribadire il concetto che le scuole devono rimanere scuole. Non c’è nessuno sconvolgimento della pratica: nel momento in cui abbiamo visto il Piano, abbiamo dato un indirizzo politico all’ufficio». Il Piano delle facciate, nel suo impianto generale, resta uno strumento ampio e ambizioso. Passa al setaccio 215 immobili e manufatti del tessuto urbano storico, non solo nella zona della Marina ma anche in altri ambiti storici cittadini, comprese le frazioni di Coldirodi e Poggio. Per ogni edificio viene indicata una categoria di intervento: restauro, risanamento conservativo, ristrutturazione, demolizione con ricostruzione (R24) o demolizione senza ricostruzione. L’obiettivo è superare la genericità del Puc vigente, che per molti immobili del tessuto urbano storico non forniva indicazioni puntuali, e consentire all’edilizia di intervenire in un contesto finora fortemente bloccato. Da una parte la tutela degli edifici di pregio, dall’altra la possibilità di riqualificare fabbricati incongrui, degradati o privi di qualità architettonica.
È proprio su questo terreno che Salesi ha rivendicato la bontà del lavoro della commissione paesaggio, organo consultivo. «Siamo una commissione tecnica», ha spiegato. «Abbiamo rilevato fin dall’inizio che il regime di restauro, per alcuni edifici, non era centrato. Sottoporre questi immobili al restauro significa conservare tutto. In alcuni casi quel regime era inadeguato. Con il restauro, ad esempio, non si possono fare cappotti o adeguamenti sismici». Sul caso Mater, il presidente della commissione paesaggio è stato netto: «Per noi la demolizione con ricostruzione era corretta per quella che è la composizione dell’edificio: una ex grande villa ampliata con due corpi laterali. Una vera riqualificazione del volume sarebbe possibile solo attraverso un rifacimento complessivo. Lasciarla in restauro significa attribuirle lo stesso valore dello storico Palazzo Borea d’Olmo. Così la Mater resterà com’è e si potrà cambiare pochissimo».
Salesi ha poi precisato il punto urbanistico: «Il vincolo reale di destinazione è dato dal Puc: è un’area a servizi, come nel caso dell’ex deposito Rt (il Comune, qui, ha concesso la variante commerciale e turistico ricettiva, per valorizzare l’immobile e permettere a Riviera Trasporti di incassare una vendita milionaria, fondamentale per il salvataggio dell’azienda pubblica, ndr). Da parte nostra erano arrivati consigli migliorativi. Dire oggi che si lascia tutto in R1 rafforza l’idea che si volesse fare qualcos’altro, ma dal punto di vista tecnico lasciare la Mater in restauro è un errore. È un po’ come essere più realisti del re. Lo stesso discorso vale anche per l’Almerini».
La posizione espressa da Salesi ha però evidenziato anche un altro aspetto emerso durante il confronto politico di questi giorni. Il presidente della commissione paesaggio, che ancora oggi ha rivendicato come corrette le valutazioni tecniche formulate sull’istituto Mater e sull’Almerini, da una parte ha criticato la scelta dell’amministrazione di eliminare quelle previsioni, definendola un “errore dal punto di vista tecnico-edilizio”. Dall’altra, però, Salesi ricopre anche il ruolo di segretario cittadino del Partito Democratico, partito che in commissione ha votato favorevolmente la pratica modificata dalla maggioranza. Un doppio ruolo che inevitabilmente presta il fianco a letture differenti. Sul piano tecnico, Salesi continua a sostenere la bontà delle indicazioni formulate dalla commissione paesaggio, secondo cui il regime di restauro imposto alla Mater e ad altri edifici simili rischia di ingessare immobili privi di reale valore storico-architettonico. Sul piano politico, invece, il Pd ha scelto di convergere sulla linea della maggioranza Mager, accettando il correttivo introdotto da Donzella per escludere qualsiasi possibile interpretazione futura che possa aprire a trasformazioni considerate incompatibili con la funzione scolastica dei compendi. Per l’amministrazione il rischio era consentire oggi una demolizione con ricostruzione su immobili scolastici che avrebbe potuto diventare domani un argomento a favore di ipotesi di valorizzazione privata, soprattutto se l’attività scolastica dovesse cessare. In quel caso, il Comune si troverebbe davanti a un bivio difficile: con edifici importanti nel cuore del centro storico, non più utilizzati come scuole per scelta della proprietà, e con un Piano che avesse già ammesso la possibilità di ricostruirli integralmente, sarebbe stato più complesso respingere future richieste di trasformazione. È questo cortocircuito che la maggioranza ha preferito scongiurare.
Analogo, ma non identico, il capitolo Almerini. Il complesso scolastico vero e proprio resta inserito nella categoria R1, quindi restauro. A ricadere in una categoria più incisiva era invece l’edificio ex Canessa, corrispondente all’ingresso Oviesse, indicato come locale commerciale e non come scuola, ritenuto incongruo. Anche in questo caso, però, l’amministrazione ha scelto di separare con maggiore nettezza ciò che riguarda la funzione scolastica da ciò che attiene a singoli manufatti o porzioni del compendio, anche in ragione allo stile littorio dell’edificio.
Diverso ancora il caso dell’Ariston. Nella versione originaria del Piano, per il compendio legato al teatro era prevista la possibilità di ragionare su un progetto unitario di valorizzazione. Non un intervento isolato su singoli edifici, ma una possibile riorganizzazione complessiva dell’area, comprendente anche corpi adiacenti di proprietà della famiglia Vacchino, con margini di demolizione e ricostruzione. Sulla carta, una previsione del genere avrebbe potuto aprire alla prospettiva di un grande progetto di ristrutturazione e ricomposizione del compendio. Una sorta di futuro “palazzo del Festival”, di cui Sanremo discute da anni e di cui la città avrebbe certamente bisogno. Ma il rovescio della medaglia era evidente: il rischio, anche solo teorico, di cancellare o snaturare il teatro Ariston, sede storica e simbolica della canzone italiana.
Su questo punto è stato lo stesso Donzella a scegliere la linea della prudenza. L’Ariston non è un edificio qualsiasi. È il luogo che identifica Sanremo nel racconto nazionale del Festival. Per questo il correttivo dovrebbe confermare la possibilità di interventi di miglioramento e riqualificazione, ma escludere qualsiasi scenario capace di mettere in discussione la funzione teatrale e culturale del compendio, oltreché la fisicità del palco simbolo della canzone italiana.
Durante la seduta sono emerse anche perplessità sul metodo. La consigliera Elisa Balestra di FdI ha chiesto perché la documentazione sia arrivata ai commissari in una forma e sia stata poi modificata solo successivamente, osservando che alcune valutazioni avrebbero potuto essere compiute prima. Monica Rodà ha invece sottolineato come la denominazione “Piano delle facciate” sia in parte fuorviante, perché il provvedimento non riguarda soltanto caratteristiche estetiche o percettive, ma incide sulle categorie edilizie degli immobili.
Alla fine, la commissione ha approvato il Piano a maggioranza. La pratica arriverà ora in consiglio comunale con un doppio messaggio. Il primo è tecnico: Sanremo si dota di uno strumento capace di distinguere, edificio per edificio, ciò che va conservato da ciò che può essere riqualificato o rinnovato. Il secondo è politico: su Mater, Almerini e Ariston, l’amministrazione ha scelto di mettere un freno preventivo, per evitare che il rinnovo urbano si trasformi anche solo potenzialmente in un varco verso operazioni capaci di intaccare funzioni considerate necessarie per la città.





