Logo
Omicidio in Svezia, attesa in serata la decisione della Corte d’Assise di Appello su Aldobrandi

Camera di consiglio dopo sette ore di discussione

Genova. È attesa dopo le 19 la decisione della Corte d’Assise d’Appello di Genova nei confronti di Salvatore Aldobrandi, l’ex pizzaiolo di 75 anni, originario di San Sosti, nel Cosentino, ma residente a Sanremo, condannato in primo grado all’ergastolo per l’omicidio volontario aggravato e la soppressione di cadavere dell’ex fidanzata Sargonia Dankha, 21 anni. Il delitto risale al 13 novembre 1995 a Linköping, in Svezia, dove entrambi vivevano all’epoca dei fatti.

L’udienza di oggi, iniziata poco dopo le 10 e conclusa dopo le 16, è stata segnata da un lungo confronto tra accusa, parte civile e difesa, culminato nelle richieste contrapposte rivolte ai giudici della Corte presieduta da Alessandro Farina.

Ad aprire la discussione è stato il procuratore generale presso la Corte d’Appello di Genova, Enrico Rinaldo Augusto Zucca, che ha chiesto la conferma integrale della sentenza pronunciata il 15 dicembre 2024 dalla Corte d’Assise di Imperia, presieduta dal giudice Carlo Alberto Indellicati. Zucca ha inoltre sollecitato il rigetto delle eccezioni procedurali avanzate dalla difesa di Aldobrandi, rappresentata dagli avvocati Fabrizio Cravero e Mario Ventimiglia.

«L’odierno imputato è un assassino», ha affermato il procuratore generale rivolgendosi direttamente alla Corte. Nel corso della requisitoria ha insistito sulla solidità del quadro indiziario raccolto dagli investigatori, soffermandosi in particolare sulle tracce ematiche repertate dagli inquirenti. «Se solo analizziamo le tracce che sono state esaminate e il luogo in cui sono state trovate, noi abbiamo una descrizione precisa dell’azione omicidiaria. La descrizione di queste tracce è la descrizione di un omicidio», ha sostenuto Zucca.

Dopo la requisitoria dell’accusa è intervenuto l’avvocato Francesco Rubino, legale di parte civile, che ha richiamato il lungo dolore vissuto dalla famiglia della giovane vittima. «Il nostro sistema giuridico, di cui dobbiamo essere orgogliosi, ha dato la possibilità di avere giustizia a una famiglia che ha portato per trent’anni un dolore enorme, quello di perdere una figlia giovanissima», ha dichiarato.

Nel suo intervento Rubino ha ricostruito il rapporto tra Aldobrandi e Sargonia Dankha, descrivendo una relazione segnata – secondo l’accusa – da controllo, minacce e vessazioni. «Aldobrandi la punisce, e non mi riferisco solo all’omicidio. La punisce perché vuole vederla soffrire», ha detto il legale. Secondo la parte civile, l’uomo avrebbe telefonato ai familiari della ragazza raccontando «una bugia indegna», si sarebbe nascosto dietro una siepe per osservare le conseguenze delle sue azioni e avrebbe perfino fatto interrompere le utenze telefoniche della giovane per isolarla. «Chiama i servizi sociali e dice che la casa assegnata a Sargonia non può permettersi di mantenerla. Vuole vedere la sanzione», ha aggiunto Rubino. «Quando tutto questo non funziona, perché lei riallaccia il rapporto con i genitori e torna ad avere una vita sociale, lui non può fare a meno di realizzare quelle minacce di morte che aveva più volte proferito».

A chiudere il dibattimento è stata la lunga arringa dell’avvocato Fabrizio Cravero, durata oltre quattro ore. Il difensore ha ribadito la propria convinzione sull’improcedibilità del processo celebrato in Italia. «Ritengo e ho sempre ritenuto che questo procedimento non si potesse fare», ha affermato davanti ai giudici.

Secondo la difesa, trattandosi di un procedimento a carico di un cittadino italiano accusato di un reato commesso all’estero ai danni di una cittadina straniera, sarebbe stata necessaria una specifica richiesta del ministero della Giustizia, richiesta che – ha sottolineato Cravero – sarebbe decaduta tre anni dopo il rientro dell’imputato in Italia. «Il potere dello Stato di procedere in questo caso si è consumato», ha sostenuto il legale, ricordando che Aldobrandi vive stabilmente a Sanremo da molti anni.

Cravero ha inoltre contestato alcuni aspetti dell’istruttoria, lamentando la mancata presenza in aula degli investigatori della polizia giudiziaria svedese, ascoltati solo in videoconferenza, e chiedendo l’acquisizione di dichiarazioni testimoniali di persone che avrebbero riferito di aver visto Sargonia dopo la sua scomparsa. «Non è stato garantito il diritto alla difesa in Svezia», ha insistito.

Nel merito, il difensore ha attaccato la consistenza degli elementi probatori raccolti dall’accusa. «Due macchie di sangue non sono la morte di una persona», ha dichiarato, chiedendo alla Corte «di rivalutare il quadro probatorio». Cravero ha poi contestato anche la contestazione dell’aggravante dei motivi abietti: «Dobbiamo collocarci nel 1995 e valutare quei fatti con gli strumenti e il contesto dell’epoca. Ritengo che quell’aggravante non sussista fin dall’inizio».

Infine, il legale ha richiamato il lungo tempo trascorso dai fatti: «Abbiamo la certezza matematica che per trent’anni l’imputato non si è macchiato di nessun altro crimine. Una condanna dopo così tanto tempo non ha funzione educativa, come invece prevede il nostro ordinamento».

La Corte si è ritirata in camera di consiglio nel tardo pomeriggio. La sentenza è attesa in serata.