Logo

A Camporosso la lezione di legalità di Nando Dalla Chiesa, figlio del generale Carlo Alberto

Camporosso. «Mentre mio padre viene ucciso, il sottosegretario all’Interno dice che è un prefetto come gli altri. Chi lo ha ucciso? Perché è stato ucciso? Come è stata preparata e concepita la sua uccisione? Chi sono i responsabili? Qualcuno lo ha processato, il sottosegretario? no Lo può processare solo la storia. Però, per molti familiari delle vittime, la storia è il giudice più importante».

A dirlo, invitato al Centro Falcone di Camporosso, è il professor Nando Dalla Chiesa, figlio del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, ospite di un incontro dedicato al tema della legalità, dal titolo “La legalità è un sentimento” (come l’ultimo libro del docente), organizzato da Libera e Progetto Legalmente del Comune di Camporosso.

Un racconto personale e civile insieme, che parte da una data incisa nella memoria collettiva del Paese: il 3 settembre 1982, quando il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa venne assassinato a Palermo insieme alla moglie Emanuela Setti Carraro e all’agente di scorta Domenico Russo.

«Non mi ricordo mio padre prendere in mano la Costituzione e farmela leggere, ma l’ho visto difenderla, che è un’altra cosa», ha raccontato Dalla Chiesa, restituendo il senso profondo di un insegnamento vissuto prima ancora che spiegato. «Tante volte io e le mie sorelle ci siamo chiesti: ma chi ce lo ha fatto fare? Perché dobbiamo vivere una situazione così rischiosa? Ma nessuno di noi si è mai chiesto: “in che film siamo, non è il nostro, andiamo via”. Non ce lo siamo mai chiesti perché mio padre e mia madre ci hanno insegnato che la famiglia è una cosa sacra e sopra la famiglia c’è lo Stato».

Un’educazione fatta di esempi concreti, come quando il generale, all’epoca ancora maggiore dell’Arma, rifiutò un incarico privato molto più remunerativo: «Ricordo che a tavola disse: io non sono un mercenario».

Il cuore dell’intervento si è concentrato sul concetto di “rispetto“, alla base del più ampio senso di legalità «Chiedevo ai miei studenti: cos’è la legalità? È un modo di vivere, rispondevano, un modo di vivere fondato sul rispetto». Un concetto che, ha sottolineato, non compare quasi mai esplicitamente nella Costituzione, «tranne nell’articolo 32. Eppure tutta la nostra Costituzione è fondata sul rispetto. Come mai una cosa su cui si fonda non viene citata? È semplice: perché è la premessa stessa della Costituzione, è lo spirito. E lo spirito non si scrive, sta dentro». Da qui la riflessione su una società attraversata da una «crisi del rispetto», dove la legalità rischia di diventare solo norma e non comportamento. «Se una persona crede nel rispetto dell’altro, è difficile andare contro questo principio».

Un rispetto che il generale Dalla Chiesa coltivava anche nei momenti più duri della lotta al terrorismo: «Ho trovato delle pagine della Costituzione di mio padre segnate con la matita rossa. Ed erano quelle sui diritti della persona. Mentre combatteva il terrorismo, lui si voleva ricordare bene i diritti delle persone». E ancora: «La mafia è un modo di essere, è un modo di vivere», ricordava il generale agli studenti, ribadendo che il contrasto alla criminalità organizzata non è solo repressione, ma anche cultura.

Tra gli episodi più emblematici, quello di un gesto apparentemente semplice: «Ho questa scena di un ministro che telefona a mio padre mentre sta mangiando. E mio padre che si alza in piedi per rispondere e dice: “Signor ministro”. Se si parla con un ministro ci si alza in piedi, anche se non ti vede». Un segno di rispetto istituzionale che oggi può sembrare fuori dal tempo, ma che racchiude un’idea precisa di Stato.

Nel suo ruolo di docente, Dalla Chiesa ha poi ribaltato la prospettiva tradizionale dell’insegnamento: «Non mi andava l’idea che dobbiamo formare le nuove generazioni. L’insegnante è il lavoro più bello del mondo: formi gli altri con il tuo comportamento, ma devi essere spontaneo. Sono convinto che noi formiamo i più giovani, ma sono anche i più giovani che formano noi».

E proprio dagli studenti arriva una delle lezioni più forti, come nel caso di una ragazza lavoratrice: «Faceva tre lavori al giorno e non mi ha detto nulla. Mi ha insegnato che non posso trattare tutti allo stesso modo. Capisco bene che il principio di uguaglianza è difficile da maneggiare». Una consapevolezza che lo portò a premiarla: «Invece che darle 24 le ho dato 27. E ho fatto bene: perché l’ho spronata a continuare a studiare e lei si è laureata».

Altro pilastro della legalità è l’ascolto: «La legalità è fatta anche di capacità di ascolto. Una società che non è abituata ad ascoltare non può difendere la legalità». Un concetto maturato anche in contesti difficili, come il carcere: «La differenza è che io ho ascoltato tantissimo. Non scrivo quel che leggo».

Nel ricordare la lotta alla mafia, Dalla Chiesa ha invitato a guardare oltre i responsabili materiali: «Non pensate che il responsabile dell’assassinio sia soltanto quello che prende il Kalashnikov: è una lunga catena che noi possiamo spezzare». Una responsabilità collettiva che emerge anche dal racconto del maxi processo, sostenuto economicamente da cittadini comuni: «Il più grande processo alla mafia italiana ha visto le parti civili sostenute da cittadini ignoti. Anche i nostri immigrati in Germania contribuirono».

Fondamentale, quindi, il valore della memoria: «Il racconto è l’ossatura della democrazia. Quando il racconto manca, la democrazia è più debole perché manca la memoria».

Nel suo intervento non è mancato un passaggio sul ruolo delle donne nella lotta alla criminalità organizzata: «C’è una prevalenza di donne. Sono convinto che queste storie non siano il retaggio di una società antica, ma all’avanguardia». Donne capaci «di rompere il granito», come Michela Buscemi, protagonista di una storia di coraggio straordinario. «Aveva avuto una vita durissima, eppure si costituì parte civile. Io ho visto un coraggio in questa donna grandioso». Una figura poco conosciuta, ma per Dalla Chiesa «un grande esempio».

Infine, il ritorno alla memoria del padre e al peso delle responsabilità collettive: «Non può essere preso come colui che viene sacrificato. Ci sono responsabilità che concorrono l’una con l’altra». E ancora: «Chi è stato? Si dice “vile mano assassina”. Ma chi è? Mettete i nomi, ma non quelli personali. Mettete: mafia, camorra, terrorismo». E ancora, riferendosi sempre all’omicidio del padre: «Quando una persona è sola, allora viene meno il coraggio di difenderla. Questo è vero. Se si capisce che una persona è sola, è sgradita, perché sta facendo delle cose buone. E quindi cominci a non difenderla, valuti che non ti conviene difenderla, e stai già cooperando con gli altri, perché l’esito sembra scritto in un destino che nessuno ha scritto, ma che noi stiamo scolpendo».

Un monito che si intreccia con una critica alle istituzioni e alle inerzie burocratiche, incapaci talvolta di custodire anche solo la memoria delle vittime: «Le targhe vengono lasciate, abbandonate. E si diffonde l’idea che le parole non valgano niente».

Erano presenti all’incontro, oltre a numerosi docenti e cittadini, anche il prefetto di Imperia Antonio Giaccari, il procuratore della Repubblica di Imperia Alberto Lari, il colonnello Simone Martano, comandante provinciale dei Carabinieri, il capitano Antonio Peluso, comandante della compagnia Carabinieri di Ventimiglia, il capitano Salvatore Proietto Russo, comandante della Guardia di Finanza di Ventimiglia e rappresentanti della Polizia di Frontiera, il sovrintendente Crisafulli e l’assistente capo Ghiorzi in rappresentanza del dirigente di Ventimiglia, vice questore Martino Santacroce. Presenti anche il sindaco di Camporosso Davide Gibelli, il sindaco di Pigna Roberto Trutalli, la senatrice Donatella Albano, amministratori comunali, consiglieri regionali Armando Biasi e Walter Sorriento.

Un appuntamento che ha lasciato un segno profondo, restituendo alla parola “legalità” il suo significato più autentico: non un insieme di regole astratte, ma un modo di vivere, fatto di rispetto, ascolto e responsabilità condivisa.