Aldobrandi, dopo la condanna a 14 anni la difesa prepara il ricorso in Cassazione. Lari: «Valuteremo le motivazioni»
L’avvocato Cravero ha presentato anche istanza di scarcerazione, si attende la decisione della Corte
Genova. Bisognerà attendere novanta giorni per comprendere le motivazioni che hanno spinto la Corte d’Assise di Appello di Genova, presieduta dal giudice Alessandro Farina, a ridurre a 14 anni la condanna nei confronti di Salvatore Aldobrandi, l’ex pizzaiolo di 75 anni, abitante a Sanremo, finito a processo in Italia con l’accusa di omicidio aggravato dalla premeditazione e dai motivi abietti e futili per la morte dell’ex fidanzata, Sargonia Dankha, 21 anni, scomparsa misteriosamente da Linköping, in Svezia, il 13 novembre 1995. Un vero e proprio mistero rimasto irrisolto fino a due anni fa, quando in primo grado la Corte d’Appello di Imperia aveva condannato all’ergastolo l’italiano.
La sentenza pronunciata ieri dai giudici genovesi ha lasciato reazioni opposte tra accusa e difesa. Da una parte lo sconcerto della parte civile, rappresentata dall’avvocato Francesco Rubino, legale della madre e del fratello della giovane vittima; dall’altra la soddisfazione della difesa di Aldobrandi, affidata all’avvocato Fabrizio Cravero, che ha visto accolte in larga parte le proprie argomentazioni.
La Corte ha infatti riconosciuto all’imputato le attenuanti generiche, ritenute prevalenti rispetto alle aggravanti contestate, facendo così scendere la pena dall’ergastolo a 14 anni di reclusione. Una decisione che, almeno in parte, potrebbe avvalorare alcune delle tesi sostenute dalla difesa nel corso del processo d’appello.
«Impugnerò la sentenza in Cassazione», ha annunciato Cravero subito dopo la lettura del dispositivo, ribadendo una posizione sostenuta fin dall’inizio del procedimento: secondo il legale, il processo in Italia non avrebbe dovuto nemmeno celebrarsi per un errore procedurale. A chiudere il dibattimento era stata proprio la lunga arringa del difensore, durata oltre quattro ore. Cravero aveva insistito sull’improcedibilità del procedimento italiano, sostenendo che, trattandosi di un cittadino italiano accusato di un delitto commesso all’estero ai danni di una cittadina straniera, sarebbe stata necessaria una specifica richiesta del ministero della Giustizia. Richiesta che, secondo il legale, sarebbe decaduta tre anni dopo il rientro stabile dell’imputato in Italia.
«Il potere dello Stato di procedere in questo caso si è consumato», aveva sostenuto davanti alla Corte, ricordando come Aldobrandi viva da molti anni a Sanremo.
La difesa aveva inoltre contestato diversi aspetti dell’istruttoria dibattimentale, lamentando l’assenza in aula degli investigatori della polizia giudiziaria svedese, ascoltati soltanto in videocollegamento, e chiedendo l’acquisizione di testimonianze di persone che avrebbero riferito di aver visto Sargonia Dankha dopo la sua scomparsa. «Non è stato garantito il diritto alla difesa in Svezia», aveva insistito Cravero.
Nel merito, il legale aveva attaccato anche la consistenza degli elementi probatori raccolti dall’accusa. «Due macchie di sangue non sono la morte di una persona», aveva dichiarato, chiedendo ai giudici di rivalutare l’intero quadro probatorio. Contestata inoltre l’aggravante dei motivi abietti e futili: «Dobbiamo collocarci nel 1995 e valutare quei fatti con gli strumenti e il contesto dell’epoca. Ritengo che quell’aggravante non sussista fin dall’inizio».
Nonostante la riduzione della pena, resta però confermato l’impianto accusatorio. Per due Corti, quella di Imperia in primo grado e quella di Genova in appello, Aldobrandi è il responsabile dell’omicidio della giovane donna scomparsa in Svezia nel novembre del 1995. Un punto sottolineato con forza dall’avvocato Francesco Rubino, che a margine della sentenza ha espresso «forte perplessità» per la concessione delle attenuanti generiche, definite difficilmente comprensibili «anche alla luce del comportamento processuale tenuto dall’imputato». Secondo il legale di parte civile, Aldobrandi si sarebbe sempre sottratto al confronto, mantenendo in primo grado un atteggiamento «assolutamente non civile» nei confronti della parte civile e della Procura.
Rubino ha comunque evidenziato come la Corte abbia confermato le aggravanti contestate, elemento decisivo che ha evitato la prescrizione del reato. «Tutto l’impianto accusatorio è stato confermato», ha ribadito.
Secondo la ricostruzione sostenuta dalla parte civile, Aldobrandi avrebbe perseguitato psicologicamente la giovane ben prima della sua scomparsa. «Aldobrandi la punisce, e non mi riferisco solo all’omicidio. La punisce perché vuole vederla soffrire», ha dichiarato il legale.
Rubino ha ricordato come l’uomo avrebbe telefonato ai familiari della ragazza raccontando «una bugia indegna», si sarebbe nascosto dietro una siepe per osservare le conseguenze delle proprie azioni e avrebbe persino fatto interrompere le utenze telefoniche della giovane per isolarla. «Chiama i servizi sociali e dice che la casa assegnata a Sargonia non può permettersi di mantenerla. Vuole vedere la sanzione», ha aggiunto il legale. «Quando tutto questo non funziona, perché lei riallaccia il rapporto con i genitori e torna ad avere una vita sociale, lui non può fare a meno di realizzare quelle minacce di morte che aveva più volte proferito».
Pur senza nascondere l’amarezza per la drastica riduzione della condanna, Rubino ha sottolineato che la sentenza rappresenta comunque un passaggio importante per i familiari della vittima, che da trent’anni attendevano un riconoscimento giudiziario della responsabilità per la morte della giovane.
Nel corso dell’udienza, sia il procuratore generale Enrico Rinaldo Augusto Zucca sia la parte civile avevano chiesto la conferma integrale della condanna all’ergastolo pronunciata in primo grado dalla Corte d’Assise di Imperia. Sulla decisione dei giudici genovesi è intervenuto anche il procuratore capo di Imperia Alberto Lari. «Le sentenze prima si leggono e poi si impugnano», ha dichiarato. «Due cose solo posso dire: apprezziamo che il procuratore generale Zucca abbia chiesto la conferma dell’ergastolo. Vuol dire che anche la massima autorità requirente della Liguria era convinta delle nostre tesi». Lari ha poi aggiunto: «Non capiamo quale sia il novus. Le attenuanti generiche sono state concesse sulla base degli stessi elementi già presenti in primo grado. Leggeremo le motivazioni. In questo momento stiamo cercando di capire quale sia l’elemento nuovo che ha portato a concedere le attenuanti, valutando la gravità del fatto in modo diverso».
Resta infine ancora aperta la questione relativa all’istanza di carcerazione nei confronti dell’imputato, presentata dall’avvocato Cravero subito dopo la lettura del dispositivo, sulla quale si attende una decisione nelle prossime ore.






