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Alla Camera di Commercio la commemorazione della Giornata del Ricordo con le testimonianze delle famiglie Vivoda e Orengo

Imperia. «Il ricordo deve diventare un ponte di connessione tra passato, presente e futuro». È il filo conduttore dell’intervento del prefetto di Imperia Antonio Giaccari, pronunciato questa mattina alla Camera di Commercio in occasione della Giornata del Ricordo, istituita con la legge 30 marzo 2004, numero 92.

Una ricorrenza che invita a riflettere su una delle pagine più oscure della storia italiana del secondo dopoguerra, per lungo tempo relegata ai margini della memoria collettiva. Le vicende delle foibe e dell’esodo giuliano-dalmata colpirono duramente gli italiani di Istria, Venezia Giulia e Dalmazia, costretti a subire violenze, persecuzioni ed esodi forzati sotto l’occupazione delle truppe jugoslave, mentre il resto del Paese si avviava verso la democrazia.

Il confine orientale divenne teatro di arresti, campi di detenzione, esecuzioni sommarie e infoibamenti, con un numero di vittime mai definito con certezza e un esodo che coinvolse circa 650.000 persone, costrette ad abbandonare case, beni e terre d’origine.

Nel corso della commemorazione, il ricordo storico si è intrecciato con le testimonianze dirette. La figlia di Lino Vivoda, esule istriano scomparso alcuni anni fa, ha riportato le parole e i racconti del padre, affidati negli anni alla scrittura come atto di memoria e giustizia. Tra gli episodi più drammatici ricordati, la strage di Berberola, avvenuta alle 14.10 del 18 agosto 1946, quando una violenta esplosione di tritolo colpì i mini-subacquei della Marina, causando oltre 100 vittime, in gran parte donne e bambini.

Vivoda, ha ricordato la figlia, fece un giuramento preciso: non sarebbe mai tornato nel suo paese con un passaporto straniero. Scelse di trasformare l’esilio in un impegno costante per non far dimenticare quanto accaduto. All’arrivo dei convogli che trasportavano gli esuli, raccontava, ad accoglierli non furono gesti di solidarietà ma ostilità, pugni chiusi e canti. Gli esuli vennero fatti scendere e trattati come bestiame. Emblematico l’episodio del convoglio partito da Bologna e diretto a Parma, quando viveri destinati ai bambini, latte e biscotti, vennero gettati sui binari. Un episodio rimasto nella memoria come il «treno della vergogna».

Nonostante tutto, Vivoda non smise mai di credere nella giustizia: scrisse libri, incontrò studenti e giovani, continuando a testimoniare. Oggi alcune associazioni in Croazia hanno dedicato spazi e documentazione al suo operato. «Non chiamateli profughi: erano esuli. Ciao papà», ha concluso la figlia, affidando alla propria voce la continuità della sua memoria.

Durante la cerimonia è stato ricordato anche Marcello Orengo, che ha portato la testimonianza personale del dolore vissuto dalla propria famiglia: suo fratello Antonio morì nelle foibe, diventando una delle tante vittime di una tragedia che ha segnato intere generazioni.

Nel suo intervento, il prefetto Giaccari ha richiamato le parole del presidente della Repubblica Sergio Mattarella, sottolineando come, nonostante il tempo trascorso, questi eventi restino emotivamente vicini e richiedano ancora oggi studio, ricerca e consapevolezza. Il compito delle istituzioni e della società è quello di trasmettere il ricordo alle giovani generazioni, affinché diventi fondamento etico per la costruzione della democrazia.

Alla commemorazione sono state invitate anche famiglie che hanno conosciuto direttamente il dolore legato alle foibe e ai conflitti, in un momento di memoria condivisa e raccoglimento.