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Riforma Nordio, lo scontro sulla giustizia: «Separare le carriere mette a rischio l’indipendenza dei pm»

Le possibili conseguenze della riforma spiegate dai magistrati

Imperia. È la “separazione delle carriere”, o meglio la “separazione delle magistrature”, il nodo più dibattuto della riforma Nordio. Un tema al centro dell’incontro pubblico che si è svolto ieri sera a Imperia, nel cinema della parrocchia di Cristo Re, promosso dal comitato per il “no”, fondato dall’Associazione nazionale magistrati in vista della battaglia referendaria contro la riforma voluta dal ministro della Giustizia Carlo Nordio.

A intervenire sono stati Giuseppe Longo, pubblico ministero della Procura di Genova, e Massimiliano Botti, giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Imperia, introdotti dalla collega Raffaella Gabriel, giudice civile presso il Tribunale di Genova. L’incontro ha offerto al pubblico l’occasione di ascoltare un pm e un giudice analizzare le possibili conseguenze della riforma sulla struttura e sull’equilibrio della giustizia italiana.

Secondo Longo, l’attuale assetto costituzionale, che prevede magistrati giudicanti e requirenti come colleghi, con la stessa formazione iniziale e permanente, rappresenta un argine fondamentale contro il rischio di condizionamenti esterni. «I padri costituenti hanno fatto questa scelta per evitare che il pubblico ministero diventasse uno strumento del potere politico», ha spiegato il pm, richiamando casi di stretta attualità internazionale. Longo ha citato le dimissioni di sei pubblici ministeri federali negli Stati Uniti (per il caso Good, ndr), avvenute in seguito a pressioni politiche, come esempio di un sistema in cui l’indipendenza dell’accusa non è garantita. «Separare le carriere e arrivare a un doppio Csm significherebbe che i pm sarebbero valutati solo da altri pm e dai politici», ha aggiunto, sottolineando il ruolo centrale dell’attuale Consiglio superiore della magistratura come baluardo di autonomia.

«I fautori del sì parlano di “finalmente” raggiunta terzietà del giudice – ha sottolineato il gip Botti -. Ma questo presuppone che oggi esista un problema diffuso di giudici condizionati dai pubblici ministeri», ha osservato, lanciando una provocazione: «Sfido chiunque a indicare un solo caso accertato in cui un giudice abbia deciso per paura o influenza del pm». L’unico episodio spesso citato, ha ricordato, riguarda una grave patologia del sistema, un caso di corruzione legato alla mafia, già punito con condanne penali, che nulla ha a che vedere con l’assetto ordinario della giustizia».

Botti ha poi criticato l’idea di ispirarsi a modelli anglosassoni, dove la separazione è rigida ma accompagnata da un sistema processuale molto diverso. «In quei contesti – ha spiegato – il giudice può sanzionare immediatamente l’avvocato con multe salate se insiste su eccezioni ritenute infondate. È davvero questo il modello che vogliamo importare?». Un esempio che, secondo il gip, dimostra il rischio di allontanarsi dalla realtà italiana e di indebolire «quell’argine strumentale a tutela dei diritti di ciascuno di noi che si chiama Costituzione».