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C’era una volta Zio John, il parroco che trasformò una montagna in un giardino

Da Santo Stefano al Mare alla Valle Stura la storia di don Giovanni, un uomo capace di vedere possibilità dove c’erano solo rovine

Santo Stefano al Mare. C’era una volta un parroco che si faceva chiamare Zio John. Non per vezzo, ma per ironia e intelligenza: «Don Giovanni può già sembrare un nome malizioso, se poi di cognome ti chiami anche Culasso» diceva sempre. Così, per tutti, diventò semplicemente Zio John. E come nelle favole vere, la sua storia comincia quasi per caso.

Negli anni Cinquanta don Giovanni arrivò a Santo Stefano al Mare per assistere a una messa, all’epoca di Don Libero. Aveva un braccio ingessato, sollevato sopra la testa: si trovava al sanatorio di Costarainera per curarsi dopo una caduta da un albero. Originario di Neive, era parroco in Piemonte, giunto in Riviera per motivi di salute, ma restare fermo non era nel suo carattere. Cominciò così a frequentare la parrocchia, a farsi conoscere, a entrare in sintonia con una comunità che allora viveva profondamente di floricoltura.

A Santo Stefano al Mare Zio John insegnava il catechismo, amava la benedizione delle case e soprattutto le persone. Diventò presto una figura familiare, capace di lasciare un segno profondo. Un legame che non si sarebbe mai spezzato, nemmeno quando il suo cammino lo riportò verso la montagna.

La sua idea più forte, il pensiero che lo aveva sempre guidato, prese forma poco oltre Pietraporzio, visibile dalla strada con il suo fascino da paese di montagna. Per raggiungere il luogo scelto da Zio John, però, l’asfalto non bastava: ai Prati del Vallone si arriva solo camminando, circa due chilometri a piedi, lasciandosi alle spalle il rumore e salendo verso uno spazio appartato, silenzioso, quasi sospeso.

È qui che don Giovanni creò il suo giardino, nel vallone di Pontebernardo, nell’Alta Valle Stura, in provincia di Cuneo, a circa 1700 metri di quota. La storia inizia negli anni Settanta, quando rilevò e ristrutturò alcune caserme ormai distrutte, trasformandole in un centro sperimentale di ricerca sulla floricoltura di montagna e sull’ecologia attiva, ma anche in un luogo di ospitalità per gruppi.

Da solo o con l’aiuto di volontari, ricostruì edifici e terreni, sistemò sentieri e spazi verdi, dando vita a quello che sarebbe diventato il “giardino botanico alpino dello Zio John”. Un angolo di Paradiso che divenne meta estiva quasi degna di un santuario, non solo per i ragazzi, ma anche per famiglie e solitari in cerca di se stessi, invitati a lasciare i propri affanni e a immergersi nella ricchezza naturale del luogo.

Chi arrivava ai Prati del Vallone dava una mano: al giardino, ai muri, ai prati. In cambio trovava tempo, ascolto, silenzio. Don Giovanni amava la botanica, la medicina e le piante, considerate una forma di cura e di conoscenza. Nel giardino coltivava e salvava specie botaniche in via di estinzione, come la regina delle Alpi, l’Eryngium alpinum, simbolo di un equilibrio fragile da proteggere.

Accanto a questo lavoro avviò anche la coltivazione del genepì locale e di diverse erbe officinali, con cui iniziò a produrre un liquore destinato inizialmente agli amici. Un’intuizione semplice e geniale, che oggi vive ancora nell’Amaro dello Zio John, prodotto dalla distilleria erboristica alpina Dealp, realtà che utilizza erbe raccolte esclusivamente in ambiente alpino.

Il filo con Santo Stefano al Mare e dopo Don Libero con Don Umberto, però, non si è mai interrotto. Ancora oggi, tra le aiuole dei Prati del Vallone, compaiono i nomi degli scout di Santo Stefano al Mare che negli anni hanno curato e creato spazi verdi, testimonianza concreta di un legame nato in Riviera e rimasto vivo nel tempo.

Tutti lo ricordano come una persona gentile, poliedrica, visionaria. Un uomo capace di vedere possibilità dove c’erano solo rovine, di trasformare una montagna in un giardino e una camminata in un’esperienza. Proprio come nelle favole. Quelle vere.