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Sospeso processo su sequestro di tre tonnellate di canapa a imprenditore di Dolceacqua: primo caso in Italia

«Non eravamo e non siamo criminali: siamo operatori agricoli, imprenditori, persone che investono nel futuro»

Dolceacqua. Per la prima volta in Italia un giudice per le indagini preliminari ha sospeso un processo penale legato al sequestro di tre tonnellate di canapa industriale certificata e ha rimesso alla Corte Costituzionale la norma da cui tutto era scaturito: l’articolo 18 del D.L. 48/2025. La vicenda nasce dal sequestro di 3.000 kg di Cannabis sativa L. allo 0,3% di THC, perfettamente conformi agli standard europei, importati dalla Bulgaria dalla MaryLab Società Semplice Agricola, rappresentata dall’imprenditore ligure Igor Cassini.

Secondo la giudice Barbara Nestore, il divieto generalizzato imposto dalla legge potrebbe essere contrario ai principi fondamentali della Costituzione e del diritto europeo, e proprio per questo il processo è stato sospeso e gli atti inviati alla Consulta.

La decisione del GIP è tanto rara quanto significativa. La magistrata ha infatti riconosciuto che il decreto-legge non avrebbe i requisiti di necessità e urgenza richiesti dall’articolo 77 della Costituzione, e che trasformare automaticamente in reato qualsiasi attività legata alla canapa industriale, senza distinguere tra uso tecnico e uso illecito, potrebbe violare i principi di offensività, proporzionalità e ragionevolezza sanciti dagli articoli 13, 25 e 27 della Carta. Inoltre, l’articolo 18 potrebbe entrare in conflitto con il diritto europeo, che considera la canapa industriale un prodotto agricolo legittimamente scambiato nello Spazio UE, tutelato dagli articoli 34 e 36 del TFUE e da numerose sentenze della Corte di Giustizia.

La canapa sequestrata alla MaryLab non presentava alcun elemento di pericolosità: era certificata, tracciata, accompagnata da documenti ufficiali di pre-export, prodotta da varietà regolarmente iscritte al catalogo europeo e destinata esclusivamente a usi tecnici. Nulla, in questa filiera, riconduceva al traffico illecito di sostanze stupefacenti. Si trattava, al contrario, di un’attività agricola lecita e conforme alle normative UE, come accade in tutta Europa. La confusione normativa, però, aveva trasformato una normale importazione agricola in un procedimento penale.

Igor Cassini, 39 anni, è un imprenditore ligure attivo in diversi settori: agricoltura, attività commerciali, iniziative sociali e ambientali. Nel Ponente ligure è noto per l’impegno in servizi di utilità pubblica e per la gestione di progetti dedicati alla tutela degli animali e alla sicurezza territoriale. La sua attività nella canapa industriale nasce da una visione chiara: investire in una filiera innovativa, sostenibile, europea e perfettamente tracciata. La sua storia imprenditoriale è lontana anni luce da qualsiasi profilo criminale.

La sospensione del processo è frutto del lavoro approfondito dell’avvocato Lorenzo Simonetti, che ha riportato la discussione sul terreno della Costituzione e del diritto europeo. La sua linea difensiva ha mostrato come l’attività della MaryLab fosse imprenditoriale, lecita, documentata e in piena conformità alle normative comunitarie. La stessa giudice, nell’ordinanza, richiama la giurisprudenza europea e riconosce apertamente che il divieto italiano potrebbe essere privo di basi scientifiche e in contrasto con i principi di proporzionalità e ragionevolezza.

La decisione del GIP è stata accolta con soddisfazione dalle principali associazioni nazionali del settore, tra cui Canapa Sativa Italia, Sardinia Cannabis, Imprenditori Canapa Italia e Resilienza Italia Onlus, che da anni sostengono che la criminalizzazione della canapa industriale sia frutto di un fraintendimento normativo e culturale. Le associazioni sottolineano come la filiera, che genera lavoro, investimenti e innovazione, abbia urgente bisogno di regole chiare e coerenti con il diritto europeo.

«Ringraziamo l’avvocato Simonetti per la lucidità, la preparazione e la determinazione con cui ha difeso questo caso», dichiarano gli imprenditori coinvolti. «La nostra era canapa certificata, tracciata e conforme. Non eravamo e non siamo criminali: siamo operatori agricoli, imprenditori, persone che investono nel futuro».

Il caso Cassini non è più solo una vicenda giudiziaria. È diventato un banco di prova per capire se la normativa italiana saprà distinguere tra chi traffica droga e chi coltiva canapa industriale nel rispetto delle norme europee. La Corte Costituzionale, nei prossimi mesi, dovrà stabilire se la legge italiana ha confuso ciò che andava tenuto distinto. Per il settore, per gli imprenditori e per chi lavora nella legalità, la data della decisione sarà uno spartiacque.

Per ora, una cosa è chiara: il Tribunale di Brindisi ha fatto ciò che molti attendevano da anni. Ha detto che il lavoro onesto non può essere trattato come un crimine. E ha chiesto alla Corte Costituzionale di riportare la verità al suo posto.