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«La magistratura è stata concepita come un unico potere dello Stato, autonomo e indipendente, non contrapposto ma in equilibrio con gli altri poteri, proprio per evitare pressioni e interferenze esterne»

San Bartolomeo al Mare. «Al di là di tante parole e di tanti scritti, questa non è una riforma della giustizia. Con la giustizia non ha nulla a che fare. Non lo diciamo noi magistrati, lo dicono gli stessi promotori della riforma. Lo ha ammesso anche il ministro Nordio: questa riforma non migliorerà in alcun modo il sistema della giustizia, non accelererà i processi, non renderà più efficiente l’organizzazione. L’efficienza si ottiene lavorando meglio ogni giorno, investendo risorse e competenze. Questa riforma, invece, non va in quella direzione».

A dichiararlo è il pubblico ministero di Imperia Matteo Gobbi, referente nel Ponente ligure per il “Comitato del No” per il referendum conservativo che si svolgerò in primavera, intervenendo nell’incontro dedicato a “Cittadinanza e Legalità” presso il centro sociale Incontro A.p.s., in collaborazione con Libera Imperia e con il Comune di San Bartolomeo al Mare.

Una riforma, quella voluta dal governo, che il magistrato non definirebbe della giustizia, «ma piuttosto della magistratura o riforma Nordio, dal nome del suo principale promotore. Una riforma che prevede, in sostanza, tre cambiamenti fondamentali».

Il primo è la separazione delle carriere. «Oggi molti cittadini non hanno chiara la distinzione tra pubblico ministero e giudice. Il pubblico ministero esercita l’azione penale, il giudice decide sulle richieste. Ma entrambi appartengono allo stesso ordine: la magistratura. Questa unitarietà non è casuale, è una scelta precisa dei Costituenti del 1948 – ha spiegato Gobbi -. La magistratura è stata concepita come un unico potere dello Stato, autonomo e indipendente, non contrapposto ma in equilibrio con gli altri poteri, proprio per evitare pressioni e interferenze esterne. È una scelta figlia dell’esperienza del fascismo, quando un potere dello Stato poteva essere facilmente condizionato dal potere politico. La riforma vorrebbe invece separare giudici e pubblici ministeri, sostenendo che così avviene nei Paesi “civili”, dove il pubblico ministero è una parte processuale distinta dal giudice. Viene spesso citato il modello degli Stati Uniti. Ma in quel sistema il procuratore è un soggetto di nomina politica e rappresenta gli interessi del potere politico di turno. Questo significa che l’ufficio della procura è inevitabilmente vincolato a direttive governative. È un modello completamente diverso dal nostro, che rischia di compromettere l’autonomia e l’indipendenza della funzione requirente».

C’è poi la volontà «di spaccare in due il Csm». «Il Csm (Consiglio superiore della magistratura, ndr) è l’organo di garanzia nostro, presieduto dal Presidente della Repubblica, che è sempre stato ed è tuttora un unico organo che raccoglie in sé le istanze e presidia le garanzie della magistratura. Quello che vorrebbe fare la riforma ovviamente è spaccare in due il Csm – prosegue il pm -. Spaccandolo in due, a parer mio, mi pare che risponda ad una logica molto spicciola, ma di immediata evidenza. Una strategia militare quasi antichissima “dividi et impera”. Nella misura in cui ho un organo solo, ben strutturato, lo divido, lo frammento, e dalla frammentazione che ne deriva metto cane contro cane».

Cosa cambierà se dovesse vincere il sì? «All’interno dei due Csm che vado a creare, mantengo un nucleo fortissimo, non più forte, ma fortissimo, di componente politica – ha detto il magistrato -. Perché per come dovrebbe essere congegnato il doppio Csm, al di là della rappresentanza da una parte di giudici e dall’altra parte di pubblici ministeri, c’è una componente fortissima politica che è scelta, e dovrà essere scelta, tra un nucleo di persone pre-elette. Oggi noi, nel Csm, eleggiamo i nostri rappresentanti, ma non per via del correntismo. Non è quello il problema, il problema è riuscire a controllare le nomine più importanti nel Csm. Perché ovviamente, oltre ad essere il presidio di garanzia, l’organo di autogoverno della magistratura è quello che ci dà le valutazioni di professionalità, ci fa avanzare di carriera, ad oggi ha anche la possibilità di punirci, perché riguarda anche il disciplinare di ogni magistrato, e soprattutto nomina i capi degli uffici».

«Questa riforma – ha aggiunto – Forse aumenterà ancora di più il problema correntizio, perché il doppio Csm nasce con l’idea che per stroncare le correnti dobbiamo necessariamente sorteggiare i componenti dei magistrati».

Il terzo pilastro della riforma è l’istituzione dell’alta corte disciplinare »che suona molto come alta corte marziale», ha concluso Gobbi.