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«Nel nostro ordinamento, la verità giudiziaria non è discutibile. Se le sentenze dicono che la ’ndrangheta è presente a Ventimiglia, Bordighera, Diano Marina, Diano Castello e in altre località, allora dobbiamo prenderne atto»

San Bartolomeo al Mare. «La presenza delle istituzioni a incontri pubblici dedicati al tema della criminalità organizzata non è solo simbolica, ma rappresenta una presa di coscienza necessaria. Perché il fenomeno mafioso non riguarda soltanto i cittadini, ma soprattutto le istituzioni, chiamate a contrastarlo senza divisioni politiche né ambiguità. Stiamo parlando di criminalità organizzata ed in particolare di ‘Ndrangheta, la criminalità organizzata più forte del mondo, la più pericolosa. Credo che si debba fare fronte comune su questo punto, non è questione di destra o sinistra, non è una questione politica, bisogna essere tutti uniti nel combatterla».

A dichiararlo è il procuratore capo di Imperia Alberto Lari, magistrato che per oltre dieci anni ha seguito in prima linea i principali processi contro la ’ndrangheta nel Ponente ligure, relatore alla conferenza dedicata al processo “La Svolta” e alla presenza della mafia oggi, organizzata nell’ambito del ciclo di incontri «Cittadinanza e Legalità» presso il centro sociale Incontro A.p.s., in collaborazione con Libera Imperia e con il Comune di San Bartolomeo al Mare.

Un centinaio i cittadini presenti, tra cui molte autorità civili, a partire dal prefetto di Imperia Antonio Giaccari, ai sindaci Filippo Scola (San Bartolomeo al Mare) e Cristiano Za Garibaldi (Diano Marina), al vice sindaco di Vallecrosia Cristian Quesada e numerosi consiglieri comunali. Presente anche il sostituto procuratore Matteo Gobbi.

«Qui non si parla di opinioni, ma di fatti accertati da sentenze definitive», ha chiarito con forza Lari. «Nel nostro ordinamento, la verità giudiziaria non è discutibile. Se le sentenze dicono che la ’ndrangheta è presente a Ventimiglia, Bordighera, Diano Marina, Diano Castello e in altre località, allora dobbiamo prenderne atto. Metterlo ancora in discussione nel 2025 è inaccettabile dal punto di vista civico».

E’ indiscusso: la ‘ndrangheta è «la più potente organizzazione criminale al mondo»: un sistema che controlla il traffico internazionale di stupefacenti e si infiltra in ogni settore dell’economia, a ogni livello. Proprio per questo, secondo il magistrato, il contrasto deve essere unitario e trasversale: «Non c’entra la politica. Su questo tema non possono esistere divisioni».

Il procuratore ha poi spiegato le enormi difficoltà investigative legate alla struttura della ’ndrangheta, organizzazione di tipo familiare, quasi impenetrabile, impermeabile ai collaboratori di giustizia e caratterizzata da una prudenza “maniacale”. Difficoltà che le riforme della giustizia, come la limitazione delle intercettazioni, rischiano di incrementare. «Le indagini antimafia – ha spiegato Lari – Non nascono mai dal reato di associazione mafiosa, ma da fatti apparentemente minori: un furto, una rapina, un’aggressione. Solo dopo mesi, a volte anni, si riesce a ricostruire l’esistenza di una struttura criminale». Da qui la forte critica alle recenti riforme che limitano la durata delle intercettazioni a 45 giorni. «È un limite incompatibile con le indagini di mafia – ha sottolineato – Un’inchiesta per associazione mafiosa dura almeno due o tre anni. Ridurre così gli strumenti investigativi significa, di fatto, rinunciare a combattere la criminalità organizzata».

Un paradosso, secondo il magistrato, se si considera che l’Italia è un modello internazionale nella lotta alle mafie: «Siamo un Paese che insegna agli altri come si fanno le indagini antimafia. Cambiare le regole che hanno prodotto risultati significa creare un cortocircuito incomprensibile».

«Non parlo per interesse personale – ha specificato Lari -. A fine carriera, dico quello che penso perché sono preoccupato per le prossime generazioni e per il futuro della giustizia. Questa è una battaglia che riguarda tutti».

La ‘ndrangheta nel Ponente Ligure

«La mafia non si manifesta con dichiarazioni ufficiali, ma con fatti concreti: droga, estorsioni, armi, usura. Cosa dovrebbe fare di più per essere riconosciuta?». Ha detto Lari, parlando di quanto accertato nei processi sulla ‘ndrangheta in Liguria. Come emerso dalle sentenze definitive, la presenza della criminalità organizzata non era episodica, ma strutturata e costante, con un ruolo attivo anche durante le tornate elettorali. «Le elezioni venivano condizionate – ha spiegato – Non a livello marginale, ma fino ai vertici delle amministrazioni locali». Emblematico il caso del Consiglio comunale sciolto a Lavagno dopo l’emersione di accordi tra un sindaco e la ’ndrangheta: il primo cittadino è stato condannato per voto di scambio politico-mafioso.

Dalle sentenze emerge l’immagine di un’organizzazione capace non solo di gestire traffici di droga ed estorsioni, ma di intrecciare rapporti diretti con la politica locale e con la pubblica amministrazione, ottenendo favori da pubblici funzionari. Un salto di qualità che, secondo il magistrato, dimostra il livello elevatissimo della struttura criminale.

Altro elemento tipico riscontrato è l’ospitalità ai latitanti. Non semplici nascondigli occasionali, ma vere e proprie strutture costruite ad hoc: intercapedini nei muri, armadi camuffati, rifugi progettati per garantire protezione e anonimato. Come avveniva a Bordighera, nelle ville ora confiscate alla famiglia Pellegrino. «Se si realizza una struttura dedicata ai latitanti – ha detto Lari – E’ evidente che non si tratta di casi isolati».

In alcune vicende giudiziarie, la rete di protezione arrivava a ospitare non solo latitanti, ma anche killer provenienti dalla Calabria, e ospitati a Ventimiglia, per compiere omicidi di ’ndrangheta. Un “campionario criminale” che il magistrato ha definito «di livello altissimo».

Le indagini hanno inoltre accertato un controllo capillare del territorio, con la criminalità che sostituiva lo Stato nella gestione dei conflitti: chi subiva un furto o un torto non si rivolgeva alle forze dell’ordine, ma all’organizzazione mafiosa. «È il segno più evidente del radicamento», è stato sottolineato.
Infine, i numeri del traffico di stupefacenti: famiglie in grado di movimentare centinaia di chili, fino a tonnellate di cocaina. «Una tonnellata di droga è la misura della forza criminale di queste persone», ha ricordato il magistrato, citando anche una recente indagine su Diano Marina in cui è emerso il collegamento di criminali residenti nel Dianese con esponenti delle cosche Alvaro e Bellocco.

«Non stiamo inventando nulla – ha concluso il procuratore –. Tutto ciò è scritto nelle sentenze. Questa è la verità giudiziaria, ed è su questa che dobbiamo basare ogni discussione».