La ‘ndrangheta silenziosa nel Ponente ligure, procuratore Lari: «Mimetizzarsi è parola d’ordine»
Imperativo dopo sentenze “La Svolta” e “Maglio” che hanno dimostrato l’esistenza di locali in Liguria
Imperia. «La parola d’ordine oggi è una sola: non comparire». Alberto Lari, procuratore capo di Imperia, descrive così, nell’ambito del ciclo di incontri sulla legalità a San Bartolomeo al Mare, l’evoluzione delle mafie nell’estremo Ponente ligure negli ultimi anni. Non più atti eclatanti, non più ostentazione di potere. Dopo arresti, sentenze di condanna e confische di beni, le organizzazioni criminali hanno scelto la strada della mimetizzazione, una strategia silenziosa ma, secondo il magistrato che per anni è stato impegnato nel contrasto alla criminalità organizzata in Liguria, estremamente efficace.
«Lo diciamo da anni – spiega Lari – Già dalle intercettazioni emerse nel processo “La Svolta” si capiva che, dopo aver spadroneggiato nel traffico di droga e accumulato capitali immensi, le mafie avevano deciso di reinvestire e di nascondersi ancora di più. Lo diceva il Marcianò ai Pellegrino, che facevano gli spacconi.
Un cambio di passo che non nasce oggi, ma di cui già si avevano avvisaglie dieci anni fa. «Già nel 2014-2015, durante i processi di primo grado, alcune conversazioni intercettate parlavano chiaramente di mimetizzazione: apparire poco, non dare nell’occhio, perfino guidare un’auto mezza sgangherata».
Dopo le sentenze, quella linea è diventata un imperativo. «Basta atti eclatanti – sottolinea il procuratore –. È una tecnica vincente». Una scelta che rende più difficile il lavoro degli inquirenti e, soprattutto, alimenta lo scetticismo nell’opinione pubblica. «C’è chi dice: ma di cosa parlate, esiste davvero la ’ndrangheta? Hanno ammazzato qualcuno?». Eppure, ricorda Lari, la violenza non è scomparsa del tutto: basta ricordare l’omicidio di Joseph Fedele, pregiudicato italo-francese, ammazzato nell’ottobre 2020 a Calvo, frazione di Ventimiglia, da Domenico Pellegrino (figlio di Giovanni, condannato in via definitiva per associazione mafiosa nel processo La Svolta, ndr) che gli sparò un colpo di pistola alla testa dopo averlo fatto inginocchiare. Il movente? Un debito di droga. «Un “incidente di percorso”», lo definisce Lari, che ricorda però come poi nella sentenza definitiva sia stato «escluso il metodo mafioso, nonostante le modalità dell’omicidio».
Il punto, per la Procura, è un altro: la forza delle mafie oggi sta nella loro capacità di intimidazione, non nella violenza visibile. «Una volta raggiunto questo potere – spiega il procuratore – non c’è più bisogno di intimidire apertamente. Basta far capire chi sei». Testimoni che non parlano, persone che hanno paura anche solo di fare un nome: «Tutti gli esempi che abbiamo raccolto dimostrano questa capacità intimidatoria diffusa».
Per questo, avverte il procuratore capo, serve un cambio di mentalità anche nei tribunali. «Non possiamo più pretendere la dimostrazione di un fatto eclatante. A volte è sufficiente un’allusione, un modo di porsi, il far capire di essere un calabrese di quelli delle cosche. Non serve puntare una pistola: se una persona crede di avere davanti un mafioso, la paura scatta comunque».
La mafia di oggi, dunque, non fa rumore. Ma proprio per questo è forse più pericolosa. «Quelle intercettazioni sulla mimetizzazione dovremmo scolpircele nella testa e non dimenticarle mai», avverte Lari.

