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Battaglia sui marchi, Sanremo presenta opposizione al “Festival Rai”

Il municipio alza il muro sui segni distintivi della kermesse. Sullo sfondo l’ultimo ricorso di JE Entertainment e la corsa ai biglietti per l’edizione 2026

Sanremo. La nuova convenzione approvata ai primi di ottobre dalla giunta del sindaco Alessandro Mager e ratificata dai vertici di Viale Mazzini ha rimesso in carreggiata il rapporto istituzionale tra Comune e Rai, ma non ha chiuso il capitolo più delicato: quello del controllo dei marchi legati al Festival di Sanremo. Alla vigilia di Natale, il Comune di Sanremo ha depositato ufficialmente l’opposizione alla registrazione del marchio “Festival Rai della Musica Italiana”, richiesta presentata da Viale Mazzini il 14 aprile nel pieno della trattativa per il rinnovo degli accordi, quando il tavolo aveva raggiunto la massima tensione e il “divorzio” tra Rai e Sanremo non appariva più un’ipotesi remota. Un punto fermo l’avevamo messo i giudici del Consiglio di Stato, quando hanno fissato con nettezza che l’evento-Festival è ricondotto alla titolarità dell’ente locale in quanto possessore dei marchi, mentre il format televisivo si colloca su un piano diverso. Un argomento che è stato al centro delle trattative per il rinnovo della convenzione Festival, i cui contenuti però sono secretati.

A tutelare il Comune, in questa nuova fase della “guerra dei marchi”, è Mondini Bonora Ginevra Studio Legale. L’opposizione –  leggibile come un atto dovuto -, mira a ottenere il rigetto della domanda di registrazione del segno “Festival Rai della Musica Italiana” e poggia su una linea argomentativa articolata, che i legali del municipio declinano su tre livelli. Il primo è quello del consenso dell’avente diritto, richiamando l’articolo 8, comma 3, del Codice della proprietà industriale. In sostanza, secondo il Comune il marchio richiesto dalla Rai risulterebbe simile a due denominazioni da tempo legate, in modo notorio, alla manifestazione organizzata dall’ente, cioè “Festival della Musica Italiana” e “Festival della Canzone Italiana”. Su quei segni, sostiene il municipio, l’avente diritto è il Comune stesso, che non ha mai prestato e anzi nega espressamente il proprio consenso alla registrazione del marchio Rai.

Il secondo profilo è quello della rinomanza, evocando l’articolo 12, comma 1, lettera e), del Codice. Il Comune rivendica la forza dei propri marchi anteriori italiani e dell’Unione europea, “Festival della Canzone Italiana” e “Festival di Sanremo”, ritenuti dotati di rinomanza in Italia e in ambito Ue. L’uso del segno “Festival Rai della Musica Italiana” senza autorizzazione, nella prospettiva dei legali, permetterebbe di agganciarsi indebitamente al carattere distintivo e alla notorietà dei marchi comunali, creando nel pubblico un collegamento di associazione tra i segni del Comune e quello richiesto dalla Rai. Un punto, questo, rafforzato dal fatto che la Rai viene indicata come licenziataria da lungo tempo dei marchi comunali utilizzati per la trasmissione della manifestazione, conosciuta dal pubblico anche come “Festival della Musica Italiana”.

Il terzo asse è quello della confondibilità e del rischio di confusione, con richiamo all’articolo 12, comma 1, lettera d), del Codice. Qui l’opposizione entra nel merito del confronto tra segni e tra ambiti di tutela. Da un lato, il marchio Rai viene definito altamente somigliante, sul piano visivo, fonetico e concettuale, ai marchi e alle domande anteriori azionati dal Comune sui segni “Festival della Musica Italiana” e “Festival della Canzone Italiana”, con un livello di prossimità tale da poter generare nel pubblico confusione o associazione. Dall’altro lato, il Comune sottolinea che i propri marchi rivendicano protezione nelle classi merceologiche 9, 16, 35, 38 e 41, che sarebbero identiche a quelle per cui la Rai ha depositato il proprio segno. E aggiunge un ulteriore elemento, cioè l’affinità tra servizi tipici come pubblicità, trasmissioni televisive e intrattenimento e i servizi di “concessione di licenze” per cui il marchio Rai risulta depositato anche nella classe 45, in quanto prestazioni che, nella prassi del mercato, possono essere fornite dalle medesime imprese. Il tutto con la riserva, messa a verbale dai legali, di integrare argomentazioni e documenti nella memoria prevista dall’articolo 176, comma 4, del Codice della proprietà industriale.

Lo stop del Comune alle istanze della Rai, non esaurisce il quadro delle incognite per Palazzo Bellevue, che si sta preparando a una prossima edizione della kermesse canora più importante del Belpaese, divenuta un vero fenomeno di intrattenimento nazionale che si estende al di fuori dello storico Teatro Ariston. La giunta municipale resta infatti ancora appesa al filo dell’ultimo ricorso di JE Entertainment, la società discografica che aveva innescato, con un ricorso al tribunale amministrativo della Liguria, la valanga della gara d’appalto per l’affidamento dei marchi e della gestione dell’evento: il Tar ha fissato l’udienza a marzo 2026, dopo la gara canora, rinviando di fatto a quel passaggio giudiziario la coda definitiva del contenzioso.

Intanto, sul piano operativo, la macchina del Festival corre verso l’edizione 2026, in calendario da martedì 24 a sabato 28 febbraio al Teatro Ariston sotto la guida artistica di Carlo Conti. E mentre la disputa legale prosegue negli uffici competenti, il pubblico è già entrato nella fase “pre-biglietti”: da alcuni giorni è possibile registrarsi al portale online gestito da Vivaticket per inserirsi nella procedura di selezione che precede l’acquisto dei posti di platea e galleria. La finestra di registrazione è aperta dalle 9 del 22 dicembre 2025 alle 18 dell’8 gennaio 2026. Quanto ai prezzi, platea e galleria segnano quest’anno un incremento fino al 20% rispetto alla scorsa edizione, con la platea passata da 200 a 240 euro per le prime quattro serate e la galleria da 120 a 132 euro, mentre la finale sale rispettivamente a 875 e 430 euro.