Riforma giustizia, prof Roppo: «Mostruosa campagna del governo nei confronti della magistratura»
Entrando nel merito della riforma Nordio: «I cittadini sarebbero molto meno garantiti da un pm che anziché mettersi nella logica del giudizio fosse schiacciato totalmente dalla logica poliziesca delle indagini»
Genova. «E’ in atto una mostruosa campagna del governo nei confronti della magistratura, accusata di fare politica e di farla contro il governo. Questa, per la magistratura, è l’accusa più dolorosa perché equivale a dire: “Stai distruggendo l’Abc dello Stato di diritto. Per lanciare un’accusa così grave bisognerebbe portare uno straccio di elemento che suffraghi questa tesi. E invece no. Quando si entra nel merito, si dicono cose che non stanno né in cielo né in terra, oppure ci si basa su dati assolutamente falsi. Dire, ad esempio, che la Corte dei Conti impedisce di realizzare il ponte sullo Stretto di Messina è una balla cosmica, perché il governo non è bloccato per niente: può andare avanti sotto la sua responsabilità politica».
A dirlo, ieri, nell’ambito del convegno sull’indipendenza della magistratura e sulla libertà di informazione che si è svolto nell’aula magna dell’Università di Genova, organizzato dall’Ordine dei Giornalisti della Liguria in collaborazione con l’Associazione Nazionale Magistrati, è stato il professore emerito dell’Unige Vincenzo Roppo, che ha spiegato quali sono i rischi che si corrono se dovesse vincere il “sì” al referendum costituzionale sulla giustizia in programma nella primavera del 2026.
«Il pm deve indagare e accusare anche mettendosi nella logica del giudicante – ha spiegato il professore di diritto, parlando dello stato attuale delle cose – Il suo obiettivo non è l’accusa fine a se stessa, è gestire l’accusa in modo da arrivare a un giudizio obiettivo e infatti se il pm alla fine delle indagini vede che non c’è una ragionevole probabilità di condanna non promuove l’accusa, chiede di archiviare. Se emergono elementi che depongono contro l’accusa e a favore dell’innocenza dell’imputato li deve valorizzare, non nascondere e neanche emarginare. Se nel dibattimento si accorge che l’imputato non è responsabile, nella sua requisitoria non chiederà la condanna, ma l’assoluzione. Questa è una cosa preziosa che si chiama garantismo. E’ la difesa dei cittadini da quel potere punitivo dello stato che Montesquieu chiamava “terribile anche se necessario”. Quindi i cittadini sarebbero molto meno garantiti da un pm che anziché mettersi nella logica del giudizio fosse schiacciato totalmente dalla logica poliziesca delle indagini».
Un garantismo che è frutto, ha detto, «dell’indipendenza della magistratura ed in particolare del pm. Perché come fa il pm ad agire nel modo che ho cercato di tratteggiare, e cioè mettersi nella logica di un giudizio obiettivo circa l’indagato o l’imputato, se è condizionato da un potere esterno, realisticamente il potere governativo, il potere esecutivo, che vuole limitare la sua azione, non secondo verità e giustizia, ma secondo le convenienze politiche del governo stesso?».
A preoccupare il professore emerito non è tanto il testo della riforma in sé, «anche se contiene il “mostriciattolo” del sorteggio», ha detto, ma quella che sarà la sua attuazione. La riforma, infatti, contiene attualmente solo principi generali «che hanno bisogno di leggi attuative per diventare concretamente operativi, e queste si potranno fare entro un anno dall’entrata in vigore della riforma, ammesso che passi il “sì”. Queste leggi attuative sono indispensabili per dare carne e sangue a una riforma di cui adesso abbiamo solo lo scheletro. Per capire la reale portata della riforma Nordio, per sapere se e come la separazione delle carriere inciderà effettivamente sulla cultura della decisione bisognerà vedere come sarà sagomata la scuola superiore della magistratura: resterà unica o sarà anch’essa spaccata in due, con una scuola superiore per i pm e una per i giudici?». Allo stesso modo «Se e come l’alta corte disciplinare potrà funzionare come strumento di intimidazione nelle mani del ministro o del governo ce lo dirà il modo in cui una futura legge regolerà i punti salienti del giudizio disciplinare». Tutte cose che riguardano il futuro, è vero, ma che bisogna già mettere in conto ora, quando si sarà chiamati ad esprimere il proprio voto al referendum.



