Da Sanremo alla Russia per amore
Viaggio oltre la nuova cortina di ferro per il sanremese Andrea Di Blasio
Sanremo. Un viaggio d’amore in tempi di guerra. Andrea Di Blasio, sanremese, giornalista ed ex direttore di Riviera24.it, parte per la Russia per raggiungere a Surgut (Siberia) Alyona, conosciuta un’estate in una “dacia” di Sanremo. L’obiettivo è presentarsi ai parenti della compagna e, lungo la strada, partecipare a un matrimonio di un’amica a Kaliningrad, grande porto del Baltico. Nel mezzo, una frontiera che sembra uscita da un’altra epoca e un Paese che, mentre combatte la sua guerra in Ucraina, mostra un volto inatteso: ordinario, operativo, in movimento.
Il 5 agosto, alle 14, Andrea sale su un Flixbus da Sanremo. Trenta ore fino a Danzica, nord della Polonia, poi l’ultimo tratto verso il confine. Due giorni dopo, il 7 agosto, attraversa il varco di Mamonovo 2: l’ingresso nella “nuova cortina di ferro”. Sul pullman è l’unico europeo — tranne qualche polacco — e quasi tutti viaggiano per motivi familiari. Ricorda che la Farnesina sconsiglia i viaggi in Russia, ma non li vieta. «La mia era una causa di forza maggiore», dice, pensando al passo che lo aspetta con Alyona.
Prima della frontiera c’è stato il visto. Si fa online sul sito del ministero degli Esteri russo: elettronico, valido al massimo 16 giorni. Le domande, in tempo di guerra, diventano più intrusive del solito. Oltre al lavoro e all’itinerario, chiedono se hai mai parlato male della Russia, i dati dei genitori, i social usati, chi garantisce per te (nel suo caso, Alyona), i Paesi visitati negli ultimi tre anni, se intendi lavorare in Russia. Al momento di pagare, la seconda stranezza: la transazione passa da una banca con sede a Dubai, regolata in dirham. È una delle scorciatoie messe in campo dopo le sanzioni ma è di breve durata: il nuovo pacchetto Ue all’orizzonte prevede che anche il centro finanziario degli Emirati Arabi rientri nella black list. Nella Federazione, intanto, prende piede il circuito di pagamento “Mir”.


Alla frontiera, gli step sono quattro. Il primo, in Polonia: controlli lunghi, presenza di un agente Frontex, si rischia di restare ore. Il secondo è il passaggio materiale verso la Russia: oltre il cippo di confine, la polizia russa sale sul pullman e chiede i passaporti. Terzo, lo scalo in stile Unione Sovietica: si scende con i bagagli, si passa al metal detector e si affronta il primo interrogatorio “made in”. «Sembravano sapere tutto: che sarei andato al matrimonio a Kaliningrad, poi a San Pietroburgo e a Mosca. Verificavano solo che coincidessero le risposte». Se tutto fila, arriva il quarto step: si attende il timbro d’ingresso, che verrà riverificato subito dopo in un nuovo posto di blocco. L’ultimo di una lunga serie.
Kaliningrad, ore 12:30 del 7 agosto. L’impatto è doppio. Da un lato l’architettura, i segni dell’Armata Rossa, le falci e i martelli ancora scolpiti sul cemento. Dall’altro, il capitalismo adattato: i vecchi McDonald’s diventati “Vkusno i Tochka” (“Buono e basta”), i KFC ribrandizzati, Burger King rimasto, marchi italiani che resistono come Calzedonia, Brunello Cucinelli e Dolce&Gabbana. Del Ponente ligure spiccano le olive taggiasche sott’olio di Lucinasco. L’uscita di molte multinazionali ha spalancato spazi a imprenditori locali e lavoratori russi, che hanno riempito i vuoti con velocità sorprendente. Ovunque, il nastro di San Giorgio e i manifesti per l’ottantesimo della vittoria sul nazifascismo. Gigantografie di eroi della patria su facciate e fermate degli autobus. E in mezzo a questa coreografia, un dettaglio stonato ma rivelatore: alla radio impazza “Gelato al cioccolato” di Pupo, mentre in Italia infuriano polemiche sulle trasferte di artisti nella Russia di Putin. La prossima tappa sarà Mosca, ma l’arrivo in dogana ritarda di un paio d’ore: nella notte c’è stato un attacco di droni ucraini sulla Capitale.


I controlli non finiscono alla frontiera. Nelle stazioni di bus e treni, come negli aeroporti, talvolta chiedono di accendere lo smartphone e mostrare la schermata di blocco, lo sfondo. In strada, però, i militari quasi non si vedono: c’è soprattutto polizia. La guerra, spiega Andrea, la respiri nelle stazioni e negli scali: soldati in licenza, ragazzi feriti, mutilati che tornano dal fronte. Fuori, la vita scorre con una normalità che spiazza: negozi pieni, trasporti affollati, percezione di sicurezza altissima, poca povertà visibile. «L’economia sembra girare». Parlarne non è semplice. La guerra è un argomento scivoloso, ma l’impressione è di un consenso ampio attorno al presidente e alla “linea” dettata al mondo. Al matrimonio dell’amica di Alyona, fra invitati che pilotano aerei di linea, la frase ricorrente è che la guerra “interessi poco”, a patto di non vivere al confine: per molti si è trasformata in un’opportunità economica. Negli androni dei palazzi compaiono i manifesti dell’arruolamento, con cifre in chiaro: uno stipendio che può arrivare a seimila euro al mese per un soldato semplice, un’enormità per gli standard locali. In caso di morte, alla famiglia spetta una tantum che può superare i centomila euro, denaro che si traduce spesso in case e automobili nuove per i parenti delle vittime. Il disagio più avvertito, paradossalmente, riguarda le transazioni finanziarie: pagamenti e cambi sono un labirinto.


A Mosca la mappa cambia ancora: turisti occidentali quasi spariti, mentre aumentano iraniani e cinesi, i “nuovi amici” del Cremlino. Fuori dai centri di cambio valuta si vedono mazzi di yuan — il dollaro conviene meno, le commissioni mordono. È un’altra traiettoria geopolitica che si sedimenta nel quotidiano. L’ultima tappa è Surgut, Siberia, città della famiglia di Alyona. Qui, gli occidentali erano rari anche prima: in pochi giorni Andrea diventa “la novità”, tempestato di domande su come si vive in Europa. Il viaggio, che doveva essere soprattutto una visita ai parenti, si è ormai trasformato in un percorso attraverso contraddizioni e resilienze: una Russia affollata e vuota insieme, disciplinata e familiare, severa alla frontiera e sorprendentemente sciolta nei ritmi della vita civile.
Il rientro è l’ultimo capitolo, ed è quello che pesa. Non tutti gli aeroporti consentono l’uscita verso l’Europa: da Surgut, dove Andrea arriva con un volo interno, non si può lasciare il Paese. Tocca riprogrammare tutto e volare su Ekaterinburg, uno degli scali abilitati. Lì incontra l’anomalia più inquietante: allo screening consegna lo smartphone, che viene passato in una macchina capace di copiare all’istante i dati del dispositivo, iPhone compresi. Negli aeroporti russi le comunicazioni sono schermate. Se ne accorge solo a destinazione, quando tornano i segnali e arrivano le mail: avvisi di accessi sospetti e richieste di cambio password sui servizi online e client di posta elettronica. Resta l’immagine iniziale e il suo rovescio. Un Paese in guerra che mostra centri commerciali vivi, una propaganda pervasiva che convive con canzonette italiane in fm, un’economia che si riorganizza mentre la finanza si inceppa, frontiere che interrogano e città che sorridono. In questo quadro, la ragione del viaggio — Alyona, la famiglia, il matrimonio dell’amica — diventa la bussola. È il filo che cuce luoghi, frontiere e controlli in una vicenda privata, forse la sola capace di attraversare indenne un tempo così denso di contraddizioni.

(Qui sopra Andrea Di Blasio con la fidanzata Alyona di fronte all’incrociatore Aurora a San Pietroburgo)






