Storia di ascese e cadute in cui il capitolo finale è tutto da scrivere
Imperia. Ci sono persone che con la politica hanno un conto lungo una vita intera. Sono degli highlander. Claudio Scajola è una di queste. Quattro volte ministro, due volte dimissionario, légion d’honneur della Repubblica francese, un periodo di silenzio quasi totale e poi il ritorno, non per ricominciare, ma per riprendere il filo da dove era stato bruscamente interrotto: la sua città.
La storia moderna inizia nel 1995, quando decide di fare qualcosa che allora sembrava un’eresia: da sindaco uscente di area Dc sceglie di ricandidarsi da civico, fuori dagli schemi di partito. Una corsa “aperta a tutti, contro nessuno” ante litteram, mentre a sinistra un blocco compatto Pci–Rifondazione–Verdi schiera Davide Berio. Scajola arriva al ballottaggio da favorito, ma perde. Alcune famiglie influenti cambiano cavallo, qualche convergenza si incrina, il centrodestra “naturale” si sfalda. Da quella sconfitta molti non si rialzano. Lui sì. È proprio quel risultato storto a incuriosire Silvio Berlusconi, che vuole capire come sia stato possibile che un favorito di area perda a casa propria. Lo incontra, lo ascolta, lo arruola. Forza Italia a Imperia viene commissariata, Scajola ne diventa il riferimento. Alle elezioni politiche successive subito il salto, si candida e vince il collegio, entra alla Camera, poi diventa coordinatore nazionale di un partito ancora in costruzione.
Da lì in avanti la scena si allarga. Arrivano i ministeri – quattro, in dicasteri pesanti – e arrivano anche le due dimissioni per la battuta su Biagi e la casa al Colosseo, con tutto il carico di ferite, titoli di giornale, sospetti e assoluzioni che segnano una biografia. Nel mezzo, un lavoro meno visibile ma decisivo: la trattativa che porta Forza Italia dentro il Ppe, la scrittura dello statuto che trasforma un partito-azienda in un soggetto politico riconosciuto in Europa. Sono anni duri, la “traversata nel deserto” del centrodestra dopo le vittorie dell’Ulivo, ma sono anche gli anni in cui Scajola impara a conoscere ogni bullone del sistema. Poi arriva la stagione in cui sembra che la sua parabola si sia esaurita. Non si ricandida nel 2013, nel 2014 vede sfumare l’ipotesi di una corsa alle Europee anche per l’opposizione di Giovanni Toti, nel frattempo diventato il consigliere politico più ascoltato da Berlusconi. È lo stesso Toti che nel 2015 si candida a presidente della Regione Liguria e che Scajola, nonostante tutto, aiuta, portando in dote il nipote Marco in giunta. Il rapporto è ambivalente, fatto di diffidenze reciproche e incroci continui.
La svolta arriva nel 2017. Imperia è in condizioni difficili: bilancio in pre-dissesto, Corte dei conti in allerta, una città stanca dell’amministrazione Capacci. Molti lo cercano, chiedendogli di rimettere ordine. Lui ci pensa, poi chiama Toti non per chiedere il permesso, ma per comunicare la scelta: si ricandida a sindaco, ancora una volta da civico, “aperto a tutti, contro nessuno”. Il centrodestra ufficiale gli volta le spalle, il candidato di fiducia di Toti è l’architetto Luca Lanteri. Nel 2018, però, la storia prende una piega diversa da quella degli anni Novanta. Stavolta Scajola vince. Contro i partiti, contro un pezzo della sua stessa famiglia, contro quasi tutto l’establishment ligure. È una vittoria che non cancella il passato, ma gli ridà una base: la città da cui era partito. Oggi quel rapporto con l’ex “governatore” resta un paradosso umano. Se negli ultimi anni Toti è stato il suo avversario più ostico, l’uomo che gli ha chiuso la porta in faccia alle Europee e sulle comunali di Imperia, nel momento più difficile della parabola del governatore – travolto dalle inchieste e abbandonato da molti – uno dei pochi a non scomparire dal suo orizzonte, almeno sul piano personale, è proprio Claudio Scajola. Gli altri sono tornati tutti all’ovile.
Da lì ricomincia un lavoro silenzioso e costante. Nel 2023 si conferma sindaco al primo turno. Nel frattempo diventa presidente della Provincia e, tra pochi giorni, verrà riconfermato. Rientra formalmente in Forza Italia accolto da una standing ovation, ma non come nostalgico del passato: come uno che nel frattempo ha ricostruito un suo sistema locale e lo presenta al partito quasi chiavi in mano. Intorno a Imperia la geografia del potere cambia. A Sanremo, città che per anni lo ha tenuto a distanza, la sua impronta diventa visibile. Il Casinò Municipale ha un presidente vicino agli azzurri, scelto in una cornice che parla molto anche alla Provincia. La Riviera Trasporti, un tempo baricentrata sulla Città dei fiori che l’ha foraggiata a lungo, oggi guarda a Imperia e alla Provincia, con alla guida Maurizio Temesio, già numero uno di Amat e uomo di fiducia dell’ex ministro. La società idrica Rivieracqua, dopo anni tempestosi, è stata privatizzata al 49%, ma il baricentro delle decisioni resta pubblico e il presidente lo indica ancora la Provincia. Il grande cantiere del biodigestore di Taggia, snodo decisivo per la gestione dei rifiuti del Ponente, è nelle sue mani come presidente dell’ente che deve tenere insieme Comuni, gestori, equilibri economici e ambientali. L’ultimo tassello è la sanità. Con il parere del Consiglio delle autonomie locali sulla riforma regionale, la presidenza della Conferenza dei sindaci dell’Asl 1 viene orientata “prioritariamente” verso il sindaco del capoluogo. Questo passaggio epocale è fresco fresco e non ci sono segnali che il presidente Bucci possa rivedere le cose, nonostante il voto contrario espresso da Sanremo. Se il consiglio regionale confermerà la norma, sarà Imperia – e quindi Scajola – a guidare il tavolo che discute di reparti, punti nascite, ospedali, futuro nosocomio unico di Taggia. È un passaggio che pesa: per anni il baricentro del confronto sanitario è stato Sanremo, oggi le leve si spostano pochi chilometri a Levante.
Tutto questo avviene mentre il centrodestra nazionale ha un nuovo leader, Giorgia Meloni (la stessa che Scajola, da ministro dello Sviluppo Economico, caldeggiò a Berlusconi per il dicastero della Gioventù nel governo del 2008), e il calendario si avvicina al 2027. Qualcuno già immagina un ritorno di Scajola in Parlamento, forse perfino un nuovo incarico di governo se la coalizione dovesse essere confermata. Lui, in pubblico, si limita a parlare di Imperia, della Provincia, dei dossier aperti. Ma è evidente che la sua è di nuovo una figura imprescindibile nella provincia bianca della Liguria. Quella di Scajola non è una storia di redenzione né di trionfo senza macchie. È la storia di un uomo che ha visto tutto: il successo, le cadute rumorose, i corridoi dei ministeri e il silenzio delle stanze chiuse, le piazze piene e le aule di tribunale, la sconfitta bruciante e la vittoria inaspettata. Oggi governa una città, guida una provincia, ha intrecciato il suo nome con le principali partite del Ponente – acqua, trasporti, rifiuti, sanità – e ha di nuovo un posto di primo piano nel suo partito. Lo ha confermato ancora l’altro ieri, se ce ne fosse bisogno, il ministro Paolo Zangrillo in visita a Imperia: «Scajola dimostra costantemente di essere un politico illuminato». La sensazione è che i capitoli scritti siano già tanti, ma che il libro si rifiuti di arrivare alla fine.





