La tragedia di Nur Alam, confermata l’ipotesi del suicidio
Morto dissanguato nel greto del Roja a Ventimiglia
Ventimiglia. E’ morto dissanguato dopo essersi reciso i vasi del collo, Nur Alam, 36 anni appena compiuti (e non 40 come comunicato inizialmente). Il decesso è avvenuto in pochi istanti, dopo che il giovane originario del Bangladesh e da tempo abitante a Ventimiglia, si è sgozzato con un taglierino, trovato vicino al suo corpo.
Gli accertamenti compiuti dal commissariato di Polizia di Stato, sotto la direzione del vice questore Paolo Arena e il coordinamento della Procura della Repubblica di Imperia, hanno escluso ogni altra ipotesi: Nur Alam si è tolto la vita dopo aver perso l’ennesimo posto di lavoro a causa delle sue condizioni di salute precarie. Nella tarda mattinata di lunedì, infatti, il 36enne era stato liquidato dal suo datore di lavoro, un negoziante cinese. Non il primo a cui il giovane si era rivolto per trovare un impiego.
E’ tornato a casa disperato, in preda allo sconforto più totale per aver perso quella che gli era sembrata l’ultima possibilità. «Sei malato – gli hanno detto – Non servi qui». E gli hanno dato una manciata di banconote: la paga di quell’ultima mezza giornata di lavoro come magazziniere.
Dopo aver detto ad amici e parenti che era stato licenziato, Nur Alam è uscito dall’appartamento che condivideva con alcuni di loro, in via Bligny, vicino al commissariato. Ha attraversato la strada, è sceso nel greto del fiume Roja attraverso una scaletta, e si è tolto la vita in un anfratto, nascosto tra il muro di sostegno del lungomare e la vegetazione.
E’ qui che lo hanno trovato i poliziotti, impegnati nel quotidiano controllo dell’area. Per il giovane, riverso in una pozza di sangue, non c’era più nulla da fare. Sul posto, oltre alle forze dell’ordine, è intervenuto anche il medico legale dell’Asl1 imperiese Andrea Leoncini, che ha eseguito un primo esame esterno sulla salma, prima che questa venisse spostata.
Il giovane era depresso da tempo: l’incertezza economica, la precarietà delle sue condizioni fisiche, la mancanza degli affetti più cari, moglie e figlio rimasti in Bangladesh, lo hanno prostrato. E’ morto da solo, in un angolo di terra lontana da quella che chiamava casa, in una comunità attonita che oggi si interroga se tragedie come questa siano davvero possibili.


