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«Arriva la “banda Bassotti”», nelle chat su whatsapp il movente della rapina a Sanremo

Spedizione punitiva per un debito di poche centinaia di euro, ascoltata la presunta vittima

Sanremo. «Lo sai com’è, c’è chi ti ama, la “nonna” e il “nonno” sono sempre disponibili. Arriva la banda Bassotti». E’ uno dei tanti messaggi tra gli imputati, letti oggi dai carabinieri che hanno indagato tre uomini, (Toni L., 52 anni, Andrea G., 30 anni, e Fabio P., 26 anni), finiti poi a processo con l’accusa di aver rapinato un uomo, Matteo M., nel suo appartamento in via Privata al Sole, a Sanremo.

La “nonna” è stata identificata con Toni L.: è così che uno degli imputati, Andrea G., aveva salvato sul suo smartphone il numero dell’amico. Andrea si era rivolto a Toni lamentando il debito che Matteo M. aveva nei suoi confronti. Di qui la decisione di organizzare una sorta di “spedizione punitiva”. Una spedizione di cui Andrea G. aveva avvisato il vicino di casa della vittima designata, nonché suo amico: «Digli che sto arrivando – gli aveva scritto, sempre su whatsapp – Digli che sono incazzato nero, diglielo che vengo con gli altri due… arriviamo pure bevuti, io te lo dico, diglielo».

Stamane, davanti al collegio, presieduto dal giudice Carlo Alberto Indellicati con a latere Francesca Di Naro e Antonio Romano, il pubblico ministero Enrico Cinnella Della Porta ha ricostruito quanto avvenuto la notte del 4 novembre del 2021, quando, secondo l’accusa, i tre imputati sfondarono la porta di ingresso dell’appartamento di Matteo M., per poi aggredirlo con calci e pugni a testa, addome e schiena. I tre volevano dei soldi, che l’uomo non aveva. Per questo avrebbero portato via due smartphone, due televisori e il portafoglio dell’uomo, contenente i suoi documenti e due computer portatili. Il tutto mentre L., secondo quanto ricostruito dagli investigatori, avrebbe continuato a picchiare Matteo, mettendogli nella gola la canna di una pistola, poi rivelatasi essere a salve, e minacciandolo che sarebbero tornati qualora li avesse denunciati.

Anche riguardo all’arma, poi trovata in casa di Toni L. nel corso di una perquisizione, si parla nelle chat: «Andiamo a fargli una festa a sto bastardo – dice Toni all’amico – Quando arriva sta cazzo di scacciacani? Te la faccio vedere come la faccio scoppiettare, ma in faccia a lui».

Sentito oggi, in aula Trifuoggi, lo stesso Matteo M., che ha ricostruito l’accaduto, anche se con evidenti difficoltà e cambiando a volte versione dei fatti, come sottolineato da uno degli avvocati della difesa, il legale Luca Ritzu.

«Era sera inoltrata, verso la mezzanotte – ha detto l’uomo, torinese di nascita -. Ho sentito bussare alla porta insistentemente, pensavo fosse il mio vicino, perché spesso ci facevamo degli scherzi. Poi mi ricordo che la porta è andata giù e mi ritrovai tre persone addosso che mi aggredirono. Mi hanno rinchiuso dentro la camera da letto. Mi hanno spinto contro il letto e mi hanno picchiato». «All’epoca – ha spiegato sempre Matteo M. – Usavo sostanze stupefacenti e ne avevo comprato da una di queste tre persone con la promessa che avrei pagato in futuro, ma loro i soldi li volevano quella sera e io non li avevo».

Dei tre, secondo quanto raccontato dalla vittima, il più aggressivo era Toni L.: «Diceva che mi avrebbe ammazzato, che gli dovevo dei soldi, che non ci si comporta così e nel frattempo continuava ad usare le mani». «Aveva una pistola e mi ha minacciato di morte, ho ricordi confusi – ha aggiunto – Però mi sembra di averla presa in testa, ma quello che mi ha fatto più male è stato quando me l’ha messa in bocca e ha detto: “se non tiri fuori i soldi ti ammazzo”».

Matteo non si reca subito in caserma a denunciare, attende che passi un giorno: «Avevo paura», spiega in aula. E quando alla fine si decide, non racconta subito la verità ai carabinieri: «All’inizio non dissi cosa fosse successo realmente – ha dichiarato – Diedi una versione completamente diversa solo per giustificare il furto di uno dei televisori, che era della padrona di casa, ma i carabinieri non mi credettero. Dissi che era entrato qualcuno a rubare. Ma un carabiniere mi disse: “guarda che io è una vita che faccio questo lavoro, lo capisco che non stai dicendo la verità”».

Alla fine, Matteo M. cede e racconta tutto. Partono le indagini, le perquisizioni nelle case dei sospettati, e la visione delle telecamere di videosorveglianza, sia cittadine che private. «Era il periodo del covid – spiega il maresciallo maggiore che si è occupato di acquisire e visionare i filmanti -. Non c’erano molte auto in circolazione. Grazie alle telecamere abbiamo ricostruito i movimenti di auto e scooter in possesso di due degli imputati».

Il collegio ha rinviato l’udienza al prossimo 7 ottobre per ascoltare i testi della difesa ed esaminare gli imputati.