Trattativa Festival, Baudo profeta: «Il format? Non esiste»
Nel braccio di ferro tra Comune di Sanremo e Rai, l’elemento diritti tv sta pesando più degli aspetti economici
Sanremo. «Il format? Non esiste. Chiunque può stabilire come farlo, riscrivendo le sue regole. Il Festival 2025 è della Rai, nel futuro chissà». A pronunciare queste parole, lo scorso dicembre, non era uno qualsiasi, ma Pippo Baudo: il conduttore che più di tutti ha segnato la storia della kermesse. Nei giorni della sua scomparsa, quelle frasi tornano a suonare come un avvertimento. Il “Superpippo” nazionale smontava così l’argomento più delicato della trattativa in corso tra Comune e Rai: il cosiddetto format del Festival di Sanremo.
Lui che si è spesso vantato di aver inventato un po’ di tutto: sigle, programmi, tormentoni, persino artisti che senza di lui forse non sarebbero mai arrivati al grande pubblico. Ma, paradossalmente, proprio lui che il Festival lo ha plasmato come nessun altro, si è spogliato di una delle sue creature più riconosciute: quel “format” delle cinque serate tanto caro a mamma Rai. È su questo nodo che Viale Mazzini ha sempre tentato di piantare la propria bandiera, rivendicando da anni la titolarità di quello schema televisivo – da depositare eventualmente alla Siae? – fatto di cinque serate, musica e spettacolo (più immancabili querelle). Una rivendicazione che ha accompagnato anche i momenti più critici, quando il contributo economico scese dai 9 milioni garantiti ai tempi della giunta Borea ai 5 delle amministrazioni Zoccarato e Biancheri. Il Consiglio di Stato, con la sentenza dello scorso luglio, ha però tracciato un solco netto: «Il Festival di Sanremo appartiene al Comune, che ne è titolare a pieno titolo», si legge nel provvedimento che ha imposto la gara pubblica dal 2026. E ancora: «La mera ripetizione di un modello televisivo, anche se consolidato, non costituisce di per sé un format giuridicamente tutelabile». In sintesi: l’idea delle cinque serate, introdotta proprio da Baudo, non può essere rivendicata come esclusiva. Ancor prima di poter leggere quell’ultima, fondamentale sentenza, il maestro del varietà aveva profetizzato dove si sarebbe andati a parare e non si scomponeva nel riconoscere apertamente che, per una volta, l’invenzione non era del tutto sua.
La trattativa tra Rai e Comune è ora a un passo dalla conclusione. L’accordo, atteso a fine estate, blinderà per altri tre anni la kermesse sul palco dell’Ariston. Ma al centro non ci sono solo cifre: si discute soprattutto di diritti televisivi e ricadute economiche, questioni che affondano le radici nella storica sentenza del Tar Liguria, quando per la prima volta si è imposta una gara pubblica per la concessione dei marchi “Festival di Sanremo” e “Festival della canzone italiana”. È stato allora che Baudo, intervistato da Repubblica, disse senza giri di parole: «Per la Rai non avere più il Festival di Sanremo sarebbe una perdita enorme, gigantesca, sotto tutti i punti di vista. A livello popolare, per il servizio pubblico, è l’ultimo evento rimasto». Un monito che, però, non riguarda solo la televisione di Stato e i suoi manager. Se Palazzo Bellevue dovesse concedere formalmente alla Rai il riconoscimento del format, lo scenario delle future gare potrebbe stravolgersi. La Rai si troverebbe in posizione privilegiata, di fatto l’unica titolata a realizzare il Festival nella versione consacrata da Baudo. Un eventuale concorrente, per non violare quell’ambito di competenza, dovrebbe ideare qualcosa di completamente diverso. Mai come ora la lezione di Baudo appare attuale. Perché se davvero «il format non esiste», il Festival non può essere ricondotto a un mero cavillo burocratico. Pippo lo aveva capito prima di tutti. E oggi, quelle frasi che risuonano oltre la sua assenza restano un faro: testimonianza del suo intuito e della sua capacità unica di anticipare le tendenze e guardare al futuro con gli occhi di un grande saggio a volte inascoltato.
(In copertina, una carrellata di immagini di Pippo Baudo nei suoi Sanremo)










