La storia dell’antico borgo di Vasia nel racconto dello storico sanremese Andrea Gandolfo
Documentata fin dall’età romana, nel 1251 sarebbe entrato sotto la sfera d’influenza della Repubblica di Genova
Vasia. Il racconto dello storico sanremese Andrea Gandolfo sull’antico borgo di Vasia, in val Prino, documentato fin dall’età romana, e che nel 1251 sarebbe entrato sotto la sfera d’influenza della Repubblica di Genova:
“Vasia è un borgo di dorsale con le case che si affacciano sulle opposte vallette del rio dei Molini, tributario del Prino, e del rio di Vasia, che segue un proprio percorso fino al mare. La strada provinciale e la piazza principale del paese sono lambite nella parte alta dalle pendici sudoccidentali del Monte Acquarone. Nonostante il territorio comunale non sia organizzato secondo un preciso disegno, esso è formato da un insieme di nuclei più piccoli collegati tra di loro da una rete di pedonali e relativamente estesi senza che risultino alterati la struttura urbana e i valori ambientali e architettonici dei vari centri abitati.
Le principali frazioni di Vasia sono Pantasina, che si distende tra gli ulivi lungo la strada provinciale, prolungandosi con gruppetti di case per la rotabile che sale al Passo del Maro (1064 metri); Prelà Castello, che occupa la dorsale di un colle dominante la valle sottostante con due file di case affacciate sull’itinerario di crinale e con i massicci ruderi del castello di Prelà Soprana, già sede dei Lascaris, signori della castellania a partire dal 1350; Pianavia, un villaggio suddiviso nei tre rioni di Centro, Case Soprane e Case Mainare, costituito da alcuni gruppi di case situate lungo la strada provinciale che da Vasia conduce a Pantasina e comprendente le frazioni di Torre, o Torretta, o Torre di Prelà e Soleri.
Il toponimo è documentato agli inizi del XV secolo in riferimento ad un valico (via colle Vasie, citato in un atto del 1405, avvertendo che colla nella dizione locale significa “avvallamento di una cresta”. Si potrebbe tuttavia trattare di un prediale romano senza suffisso derivante dal gentilizio Vasius, ma l’aggettivo etnico vasiencu potrebbe essere ricollegabile pure ad un primitivo insediamento di età altomedievale, il cui toponimo deriva forse dal nome individuale germanico Waso, impiegato al diminutivo e passato al femminile per concordanza con villa. In un atto del 6 febbraio 1547 il paese è denominato «universitas Varie» e, dal momento che nella Tavola Ipotecaria di Veleia è citata una «plebs de Varia», anche Vasia potrebbe essere stata fondata da una trasmigrazione di giovani provenienti appunto dalla «plebs de Varia», ossia da Varese Ligure, un paese dello Spezzino, i cui emigrati avrebbero trovato proprio a Vasia le stesse caratteristiche del loro originario villaggio che poggia su di uno spartiacque.
Chiamato in un primo tempo Varia, il nome del paese si sarebbe poi trasformato nel corso dei secoli in Vasia, sebbene l’alternanza r-s non sia attestata in glottologia. La trasmigrazione sarebbe tuttavia potuta avvenire anche in un secondo tempo in occasione dell’invasione longobarda della zona di Veleia, che era posseduta da Agilulfo verso la metà del VII secolo, o ancora successivamente, sotto l’impulso dei rapporti particolarmente stretti con la Marca di Toscana, da dove, infatti, molte famiglie si sarebbero trasferite nel territorio delle Alpi Marittime attorno al X secolo.
I più antichi abitanti della valle in cui è situata l’odierna Vasia sono stati i Liguri, suddivisi nelle popolazioni dei Liguri Montani e dei Liguri Epanteri, i cui scontri per il controllo del territorio sembra abbiano caratterizzato il periodo protostorico in tutta la Liguria occidentale. A partire dai primi anni del III secolo a.C. fecero invece la loro apparizione i Liguri Ingauni, che furono definitivamente sottomessi dai Romani tra il 180 e il 170 a.C. dopo una serie di aspre e sanguinose battaglie combattute, secondo la tradizione, nelle vicinanze del Monte Guardiabella e nei pressi della località di San Giorgio di Campomarzio tra Badalucco e Taggia.
Dopo la caduta dell’Impero romano d’Occidente anche la zona dell’attuale Vasia fu devastata da varie orde barbariche, tra cui quelle dei Visigoti, dei Vandali, dei Burgundi e degli Ostrogoti, fino a quando, nel 643, il comprensorio vasiese venne devastato e saccheggiato dai Longobardi guidati da Rotari, il cui passaggio è attestato dalla sopravvivenza di alcuni toponimi e vari nomi di persona di chiara origine longobarda. Ai Longobardi subentrarono nella seconda metà dell’VIII secolo i Franchi di Carlo Magno, che promosse una vasta riorganizzazione amministrativa del territorio di Vasia, che nell’891 entrò a far parte del Comitato di Albenga. Nel corso del X secolo anche la zona di Vasia fu investita dalle scorribande dei Saraceni, che assaltarono ripetutamente i vari paesi della valle; il periodo delle incursioni saracene è ancor oggi documentato dai ruderi di alcune torri erette a scopo di difesa, vedetta e segnalazione, nonché da vari toponimi sparsi nel territorio.
In seguito alla morte della contessa Adelaide nel 1091 era iniziato lo smembramento della Marca arduinica, nella quale era compreso il territorio di Vasia, che il 2 febbraio 1100 passò sotto la giurisdizione del vescovo di Albenga. Tra il 1150 e il 1153 molti altri territori del comprensorio di Vasia, già sottoposti alla Chiesa di Genova, passarono sotto quella di Albenga, il cui vescovo Odoardo aveva concesso in feudo nel 1150 ai conti di Ventimiglia Filippo e Raimondo le decime di Petralata Soprana. Sembra plausibile che le intitolazioni di varie chiese della valle di Prelà siano ricollegabili a fondazioni monastiche benedettine, situate nei pressi di celle costruite per la bonifica e il disboscamento di terreni. Nella zona di Vasia è documentata in particolare la presenza di monaci benedettini provenienti dalle isole di Lerino, che furono chiamati nel 1199 dagli abitanti di Vasia a prendere possesso della chiesa romanica di San Martino.
In compenso dell’opera svolta dai religiosi gli abitanti si impegnarono a mandare ogni anno all’abbazia lerinese quattro soldi «milgoriensum» (un’antica moneta provenzale) oppure dodici libbre di olio. La presenza e l’opera dei Benedettini trasformarono radicalmente il territorio vasiese tramite la costruzione di muri a secco, scavando la terra nelle fessure stesse della roccia, grazie ad un immane lavoro condotto con tenacia e perseveranza dai valligiani. Una volta realizzato il terrazzamento, o fasce, fu introdotta la coltivazione dell’ulivo, che producevano olive della pregiata qualità «taggiasca», diffusa su un’area ben circoscritta, estesa dalla Turbia a Capo Mele e nell’entroterra fino a Pieve di Teco e Triora, mentre oltre capo Mele prosperano la colombara e la mortina. Dei manufatti preesistenti all’insediamento benedettino non è però rimasta alcuna traccia in quanto il materiale di quelle primitive dimore venne utilizzato nella costruzione dei muri a sostegno delle fasce.
Nel 1092 il marchese di Savona Bonifacio Del Vasto ingaggiò una guerra allo scopo di occupare vari territori, tra cui tutto il contado di Albenga, dove però numerose terre erano già state occupate da feudatari minori o da castellani resisi indipendenti. Alla fine dell’XI secolo Bonifacio trovò così le terre dell’alta valle di Pietralata già occupate dai conti di Ventimiglia, che vi avevano istituito la castellania di Prelà-Maro-Lavina. Dopo la morte del marchese Bonifacio, la valle Arroscia, il comitato di Albenga e vari altri possedimenti passarono ai figli Ugone e Anselmo, che assunsero il titolo di marchesi di Ceva e Clavesana; Anselmo riunì successivamente i due marchesati, assegnando quello di Clavesana a suo figlio Bonifacio I e quello di Ceva all’altro figlio Guglielmo.
Nella seconda metà del XII secolo era rimasta sotto il diretto dominio dei Clavesana soltanto la zona superiore della valle del Prino fino ai confini della contea di Prelà, stabilmente occupata dai conti di Ventimiglia, ossia la Pietralata Sottana, un distretto feudale che risulta citato nell’accordo stipulato il 7 agosto 1204 tra le comunità della valle Arroscia e varie altre località tra Pietralata Superiore e Pietralata Inferiore e la Repubblica di Genova. Deceduti senza eredi i conti Raimondo e Filippo, il nipote Enrico riunì sotto il suo dominio anche le parti spettanti agli zii riuscendo in tal modo a consolidare la signoria di Maro e Prelà nell’unica sua persona. Nel gennaio 1229 gli uomini di Vasia, unitamente a quelli di Prelà, prestarono solenne giuramento al figlio di Enrico, Filippo, conte di Ventimiglia, subentrato al padre nel 1226 alla guida della signoria valligiana. Il 16 settembre 1233 nel castello del Maro Raimondo di Ventimiglia, anche a nome di Filippo, promise a Genova di pagare le collette di settecento lire accordando alla stessa il diritto di far leva in vari luoghi, tra cui anche la castellania di Prelà Superiore, alla quale apparteneva anche il territorio di Vasia, e di mantenere otto uomini ogni dieci galee genovesi.
Sedata una grave rivolta antigenovese scoppiata a Oneglia nel 1234, le truppe inviate in Riviera dalla Serenissima riuscirono ad avere ragione degli insorti e il governo genovese pretese l’anno successivo dai conti Raimondo e Filippo del Maro e Prelà e da tutti gli altri feudatari della zona il pagamento entro quindici giorni delle collette stabilite nell’accordo stipulato due anni prima. Dopo la morte di Federico II, sopravvenuta l’11 dicembre 1250, anche i conti Filippo e Raimondo, signori del Maro e Prelà, decisero di mettersi sotto la protezione di Genova, che impose agli uomini di Vasia e degli altri paesi della castellania di Prelà Superiore di prestare loro giuramento con una solenne cerimonia che si tenne il 15 giugno 1251.
La zona di Vasia entrò quindi stabilmente nell’orbita politica di Genova, come attestato dall’atto di sottomissione a Genova stilato il 9 ottobre 1281 dai signori di Prelà Oberto e Filippino conti di Ventimiglia e fratelli di Enrico II. Mentre i conti di Ventimiglia rimanevano signori di buona parte del feudo di Prelà, il 1° dicembre 1311 l’imperatore Enrico VII investì Oberto Lascaris dei conti di Ventimiglia della sesta parte del castello e torre di Prelà, mentre il 5 giugno 1326 Angelino Grimaldi vendette ad Andarone Grimaldi, genovese e barone di Boglio, la quarta parte dei castelli di Petralata superiore e inferiore, oltre a numerose altre località limitrofe. Il 22 giugno dello stesso anno gli uomini di Vasia e Prelà prestarono giuramento di fedeltà ai nuovi signori, che rimasero in carica però solo per un decennio in quanto, il 1° ottobre 1337, Antonio e Raffaele Doria acquistarono dal predetto Andarone Grimaldi la valle di Pietralata, che andò così ad unirsi alla signoria di Oneglia.
Scoppiata la guerra civile a Genova nel 1339, le truppe della Repubblica espugnarono il castello di Prelà, che fu assaltato l’anno successivo da Antonio Doria, che trucidò la guarnigione genovese e distrusse completamente il maniero. Nell’agosto del 1342 i Doria furono però sconfitti dalle forze genovesi e costretti quindi a fare atto di sottomissione al doge Simon Boccanegra, mentre i Genovesi occupavano i castelli di Oneglia, Pietralata e Loano. Rientrato successivamente in possesso dei suoi domini, Antonio Doria fece ricostruire il castello di Prelà nel corso del 1350. Ad Antonio Doria succedettero verso il 1360 i figli Raffaele, Ceva e Ludovico, quindi le sorelle Anterdia e Lodoisa, poi Francesco, Raffaele e Achille che nel 1411 stipularono una convenzione con gli uomini di Prelà, e infine Francesco, figlio di Raffaele, e Ceva, suo figlio, che si vennero a trovare in grave disaccordo con le comunità di Vasia e Prelà per la riforma di alcuni capitoli degli antichi Statuti, che erano stati concessi alla comunità di Vasia già nel 1300. Vasia era allora capoluogo dell’omonima podesteria facente parte della castellania di Prelà Soprana ed era amministrata secondo le norme statutarie, in base alle quali la sovranità apparteneva al popolo che esercitava direttamente il potere legislativo tramite il locale Parlamento ed affidava a magistrati da esso eletti l’esercizio del potere esecutivo, l’amministrazione della cosa pubblica e la giustizia.
La situazione politica della valle di Prelà rimaneva comunque alquanto precaria sia per l’influenza che la Contea di Tenda esercitava sui vari rami dei Ventimiglia del Maro e Prelà, sia per le concomitanti mire della Repubblica di Genova, che aspirava ad annettersi la parte delle terre possedute dai Ventimiglia per riunire in mano genovese tutta la valle. Proprio per contrastare l’invadenza genovese nelle terre dei suoi avi conti di Ventimiglia intervenne il conte di Tenda Onorato Lascaris, al quale alla fine il conte di Ventimiglia Gaspare si risolse a vendere, con atto rogato a Tenda il 9 maggio 1455, il castello e il luogo del Maro e le ragioni che aveva sulle terre e le ville di vari paesi, tra i quali anche Vasia e gli altri centri della castellania di Prelà Superiore e quelli di Prelà Inferiore.
Successa al marito Onorato, Margherita Del Carretto fece arrestare Pietrino di Briga e il podestà di Prelà Giovanni Badalucco nel 1483, inviando subito dopo i suoi armati ad occupare il castello di Prelà e a rovinarlo. Morto nel febbraio del 1487 Bartolomeo Lascaris, che aveva fatto restaurare il castello, la contessa Margherita, che ambiva ad impossessarsi del feudo di Prelà, ricevuto in eredità da Bartolomeo al fratello Pietrino Lascaris, inviò una spedizione militare contro Pietrino, e dopo aver occupato i luoghi di Vasia, Molini, Valloria, Tavole, Villatalla e Pantasina, s’impadronì del castello di Pietralata, incurante delle richieste di aiuto avanzate dal suo avversario alla Repubblica di Genova, di cui era alleato.
Il 20 novembre 1489 Pietrino Lascaris, stanco e amareggiato, decise di vendere il castello e le terre di Prelà a Rainero di Savoia, il quale sposò la nipote di Margherita Del Carretto Anna il 28 gennaio 1501 nel castello di Tenda. Seguirono quindi il giuramento di fedeltà prestato nel 1503 dagli uomini di Prelà Superiore e Inferiore a Rainero Gran Bastardo di Savoia, la ratifica della vendita del castello di Prelà da parte del fratello di Pietrino conte Bernardino Lascaris e il giuramento di fedeltà prestato il 1° ottobre 1509 dagli abitanti di Vasia e Prelà al conte Renato di Savoia e alla sua consorte Anna. Al conte Renato successe il figlio Claudio, al quale gli abitanti di Vasia e Prelà prestarono solenne giuramento di fedeltà il 19 agosto 1554.
Morto assassinato il successore di Claudio conte Onorato di Sommariva nel 1572, dopo molti e aspri contrasti per la successione, il potere passò nelle mani di Renata di Tenda, moglie di Giacomo d’Urfé, che si affrettò ad occupare tutta la zona del Maro e di Prelà, i cui abitanti le giurarono fedeltà il 17 novembre 1572. Dopo una serie di scontri armati tra i sostenitori di Renata e quelli di suo fratello Onorato II, aspirante anch’egli alla successione al conte Onorato, sfociati nell’imboscata tesa il 3 febbraio 1575 dai soldati di Renata a quelli di Onorato negli uliveti situati tra Vasia e Prelà con grande spargimento di sangue da entrambe le parti, alla fine Madama Renata si decise a cedere al duca sabaudo Emanuele Filiberto, con atto stipulato a Torino il 16 novembre 1575, tutti i suoi diritti sulle contea di Tenda, sulle signorie del Maro e di Prelà, compresa la zona di Vasia. Il 5 dicembre successivo tutte le autorità e l’intera popolazione di Vasia e degli altri paesi della valle giurarono fedeltà al duca Emanuele Filiberto, che prese così possesso dei suoi nuovi domini, la cui acquisizione sarebbe stata perfezionata dal nuovo duca sabaudo Carlo Emanuele I con atti del 1581, ratificati dal re di Francia Enrico III il 26 maggio 1582 e poi sanciti dal giuramento di fedeltà prestato dalle singole comunità della valle nell’aprile del 1584.
Il duca Carlo Emanuele I aveva intanto costituito, nell’agosto del 1580, la nuova provincia di Oneglia, che comprendeva la signoria di Oneglia, del Maro e di Prelà con a capo la città di Oneglia. Per il pressante bisogno di denaro necessario a sovvenzionare le numerose campagne militari, il duca si vide però costretto ad infeudare le signorie del Maro e di Prelà al marchese di Ciriè Gio Girolamo Doria, che entrò in possesso dei suoi nuovi feudi il 5 gennaio 1590. Pochi anni dopo l’infeudamento, il fisco ducale requisì tuttavia al marchese Doria il castello di Prelà, che gli sarebbe stato restituito soltanto nel luglio del 1595, mentre i valligiani cominciavano a sentire le gravose conseguenze della loro dipendenza dal feudatario, che esercitava ogni sorta di abusi e soprusi sui suoi sudditi.
Nel gennaio 1615 le truppe spagnole, in guerra contro i Savoia, saccheggiarono il castello di Prelà, non risparmiando nemmeno la popolazione civile, già duramente provata da una grave epidemia di peste che aveva mietuto molte vittime. Il 17 dicembre 1620 Carlo Emanuele riunì in un unico Principato Oneglia e la sua valle, il Marchesato del Maro e il Contado di Prelà, dandolo in appannaggio al figlio primogenito Emanuele Filiberto, che cercò di ottenere dai vari feudatari la rinuncia ai loro possedimenti, ma senza successo in quanto i marchesi Stefano e Giovanni Domenico Doria non vollero rinunciare alla signoria del Maro e di Prelà. Nel corso della successiva guerra tra i Savoia e la Repubblica di Genova il castello di Prelà venne assediato nell’aprile del 1624 dalle milizie genovesi, poi cacciate grazie all’intervento delle truppe piemontesi, mentre nell’ottobre del 1625 il castello fu occupato dai soldati spagnoli che molestarono la popolazione locale, che nel giugno del 1628 dovette anche subire le angherie di una schiera di bravi inviati agli ordini di Marcantonio Drago dal marchese Giovanni Domenico Doria per esigere a suo nome tasse e balzelli.
Nel 1672, durante la seconda guerra tra Genova e i Savoia, il contado di Prelà subì un violentissimo saccheggio da parte delle truppe genovesi. Con la firma della pace il 18 gennaio 1673, il Principato di Oneglia e le sue valli tornarono sotto i Savoia, dopo tre anni di guerre accompagnate da devastazioni di campagne, saccheggi e incendi che avevano rovinato numerose terre e intere famiglie. Dopo la cessione della contea di Prelà ai Savoia si erano frattanto intensificati i rapporti commerciali con il Piemonte, soprattutto per quanto concerneva il traffico di prodotti oleari, mentre numerosi Vasiesi andarono a fissare la propria residenza a Torino, altri si laurearono in quella università, mentre negli ospedali piemontesi, soprattutto in quello di Chieri, venivano ospitati i degenti del paese.
Tra i numerosi Vasiesi trasferitisi in Piemonte, Giacomo Moraglia morì a Torino nel 1711, mentre don Cristoforo Moraglia e altro omonimo furono cappellani a Costigliole, dove morirono rispettivamente nel 1703 e nel 1701. Nel 1709 si verificò una gravissima gelata, che provocò pesantissimi danni alle coltivazioni e specialmente a quelle dell’ulivo. Due anni dopo venne istituita a Vasia una delle prime scuole pubbliche del comprensorio grazie alla donazione fatta alla comunità da Giacomo Moraglia, nella quale era stabilito che l’insegnante avrebbe dovuto essere scelto fra gli ecclesiastici del paese e che gli scolari all’uscita della scuola avrebbero dovuto recitare un De Profundis per l’anima del fondatore.
Le annotazioni delle entrate e delle spese per il funzionamento della scuola si arrestano tuttavia inspiegabilmente al 1785. A Vasia operava in quegli anni anche un’altra pia istituzione, detta «La carità dei poveri», che disponeva di un cospicuo patrimonio. Nel corso della guerra di successione austriaca la zona di Vasia e Prelà fu occupata per l’ennesima volta dalle truppe spagnole, che si impadronirono di Oneglia il 9 maggio 1744, mentre gli abitanti di Dolcedo e delle sue borgate ne approfittarono per compiere gravi atti di violenza nei confronti di numerosi valligiani. Dopo la fine delle ostilità, il re di Sardegna Carlo Emanuele III, con editto del 3 ottobre 1752, avocò alla corona i feudi del Maro e Prelà, che però tre anni dopo, e precisamente il 3 settembre 1755, ritornarono ad essere infeudati al marchese Alessandro Doria, che promosse la riunione in una sola entità amministrativa delle Giudicature del Marchesato del Maro e del Contado di Prelà, a cui apparteneva anche la zona di Vasia.
In seguito all’occupazione francese del Ponente ligure a partire dall’aprile 1794, il governo provvisorio transalpino suddivise il territorio onegliese in otto distretti, con la valle di Prelà inserita in uno di tali distretti con capoluogo la stessa Prelà. Dopo la costituzione della Repubblica Ligure nel 1797, la zona di Vasia entrò a far parte di un nuovo distretto amministrativo del nuovo regime giacobino fino a quando, dopo l’abdicazione del re di Sardegna Carlo Emanuele IV l’8 dicembre 1798, Vasia e il resto del territorio onegliese passarono sotto la giurisdizione della Repubblica Piemontese, rigidamente controllata dalla Francia, il cui governo, avendo deciso l’abolizione dei titoli nobiliari, delle decime e di tutti gli altri diritti feudali, pose fine all’esistenza quasi millenaria della Contea di Pietralata, i cui ultimi signori, marchesi Doria di Ciriè, avevano già perso tutti i loro diritti sulla valle di Prelà in esecuzione di tre editti emanati tra il novembre 1796 e il luglio 1797 dal re sardo Carlo Emanuele IV, in forza dei quali erano stati abrogati tutti i diritti e le prerogative feudali già spettanti ai marchesi, trasferendo i relativi redditi in piena proprietà senza più alcun vincolo od onere di natura feudale.
Nel 1805 Vasia e il suo territorio vennero annessi all’Impero francese insieme al resto della Liguria ed entrarono a far parte del Dipartimento di Montenotte retto dal prefetto Chabrol de Volvic. In seguito alla riforma amministrativa varata da Napoleone venne aggregato al comune di Vasia quello di Pantasina, che registrava una popolazione di 819 abitanti e trenta mulini da olio in attività. Caduto il regime napoleonico, nel 1815 Vasia venne annessa al Regno di Sardegna e sottoposta alla giurisdizione della Divisione di Nizza, ceduta la quale alla Francia nel marzo del 1860, il paese e le sue frazioni entrarono a far parte della provincia di Porto Maurizio. Il 23 febbraio 1887 anche Vasia fu colpita dal terremoto, che tuttavia, a differenza di alcune frazioni di Prelà, non causò vittime, ma soltanto il danneggiamento di alcuni edifici pubblici e privati, per cui il governo concesse un mutuo di 88.690 lire a 42 abitanti di Vasia, 82.210 lire a 25 abitanti di Pantasina e 24.970 lire a 18 residenti a Pianavia, mentre 38.700 lire furono destinate alla riparazione di edifici comunali e chiese di Vasia, oltre ad altre 38.255 lire erogate per finanziare la riparazione di edifici municipali, asili, ospedali, ricoveri, ospizi e chiese di Pantasina.
Dopo gli anni della prima guerra mondiale, nel corso della quale caddero alcuni militari vasiesi, il paese visse un periodo particolarmente drammatico nei venti mesi della Resistenza, durante i quali il comprensorio di Vasia fu teatro di aspri scontri tra le formazioni partigiane e le forze nazifasciste. In particolare il capoluogo rimase sotto il controllo della brigata nera del capitano Ferrari nei mesi di gennaio e febbraio del 1945. Alla metà di dicembre del 1944 il Comando partigiano scelse il cimitero di Vasia come centro delle staffette partigiane del fondovalle in quanto luogo sicuro perché dopo le ore 20, data l’oscurità, non ci rimaneva più nessuno e anche per il fatto che fuori del castello c’era una guardiola con una porta sul lato sinistro di chi guardava la facciata della cappella, che era sempre aperta, per cui vi si poteva rifugiare in caso di cattivo tempo.
Tra i vari episodi bellici che interessarono la zona di Vasia durante il conflitto si segnala in particolare il massiccio rastrellamento, seguito da un selvaggio saccheggio, effettuato dai nazifascisti il 25 luglio 1944 a Vasia, dove venne ucciso il civile Pierino Moraglia, mentre un altro civile, Angelo Cotta, fu assassinato dai nazifascisti nella frazione Torretta. Nel corso della guerra di Liberazione collaborarono inoltre attivamente con le formazioni partigiane i CLN del comprensorio vasiese, tra cui quello del capoluogo, formato dal democristiano Federico Gazzano, dal comunista Giuseppe Pisani e dal socialista Camillo Semeria, quello di Pantasina, costituito dal democristiano Raffaele Cotta e dai socialisti Mario Mela e Gerolamo Pini e quello di Pianavia, formato dal socialista Eugenio Cotta e dai democristiani Raffaele Cotta e Quinto Gazzano.
Dopo la fine della guerra si è registrato un notevole sviluppo delle tradizionali attività economiche della zona legate soprattutto all’olivicoltura e ai suoi sottoprodotti, ai quali si è recentemente affiancato un consorzio di produttori che ha curato l’apicoltura, la raccolta e la distillazione di erbe medicinali. Un’altra coltivazione è costituita da quella della vite, che produce un’ottima qualità di vino locale. Negli ultimi anni si sta sviluppando anche il settore turistico, che può avvalersi però su una limitata ricezione in grado tuttavia di essere ulteriormente incrementata sfruttando il notevole patrimonio storico e artistico del comprensorio vasiese”.


