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Ii grado

Uccise cuoco a Monaco, Corte d’Assise esclude aggravanti di premeditazione e futili motivi

L'avvocato Marco Bosio: «Delitto dettato dalla malattia»

ricard nika

Genova. Non si può accusare un uomo malato di aver premeditato un omicidio, né di averlo compiuto per futili motivi, quando questi sono dettati proprio dalla malattia che lo affliggeva al momento dei fatti. La Corte d’Appello di Assise di Genova ha così accolto le richieste dell’avvocato Marco Bosio, escludendo le aggravanti della premeditazione e dei futili motivi per Ricard Nika: il cuoco albanese di 34 anni, da sempre residente a Bordighera, incensurato, e finito a processo per aver ucciso, il 24 febbraio del 2017, il collega Alfio Fallica, 30 anni, siciliano residente a Mentone. Entrambi lavoravano nel ristorante “Pulcinella” di Montecarlo. Nika colpì Fallica con numerosi fendenti sferrati con un coltello da cucina. «Ho commesso qualcosa di grave in un ristorante di Monaco», aveva detto Nika, sporco ancora di sangue, quando tornando a Bordighera si era costituito ai carabinieri.

Per l’omicidio, in primo grado il gup di Imperia Paolo Luppi di Imperia aveva assolto Nika, perché non imputabile a causa della sua totale incapacità di intendere e di volere, condannandolo però a un ricovero di 10 anni in una residenza per l’esecuzione delle misure di sicurezza (Rems). L’avvocato Bosio, legale del giovane, aveva fatto ricorso contro le due aggravanti. Oggi la decisione e la conseguente diminuzione da 10 a 5 anni di ricovero in Rems: la misura minima applicabile.

L’avvocato Marco Bosio

marco bosio

«La premeditazione faceva parete della malattia che lo ha portato ad agire in quel modo – dichiara Bosio -. E’, dunque, un’aggravante incompatibile con il vizio totale di mente». Ad accertare la malattia psico affettiva di Ricard Nika era stata una perizia psichiatrica, nella quale è scritto che l’uomo soffriva di deliri di allucinazione. Nika ha già praticamente scontato i cinque anni di Rems, ed anzi ora si trova in una comunità con regole meno restrittive, viste le migliori condizioni di salute. Perché possa tornare definitivamente libero, però, bisognerà valutare la sua pericolosità sociale, che, come spiega Bosio: «si sta attenuando». «Al momento si trova in una comunità con l’obbligo di restare e libertà vigilata – aggiunge l’avvocato -. Il suo percorso terapeutico si sta evolvendo. Il nostro sistema afferma che una persona malata la devi curare, non punire. Spiace ovviamente per la vittima, ma Nika non può essere punito per essere malato».

 

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