Il reportage

Troppi incendi e tentati suicidi tra i detenuti, il consigliere regionale Sansa visita il carcere di Sanremo

«Basta camminare per i corridoi che da dietro le sbarre si allungano braccia che ti chiamano, ti cercano»

sansa ventimiglia

Sanremo. «Noi che non sappiamo cos’è un abbraccio. Viaggio nel carcere di Sanremo». E’ questo il titolo del resoconto della visita che il consigliere regionale Ferruccio Sansa ha effettuato nei giorni scorsi nel penitenziario in Valle Armea, a Sanremo.

«Guardo questi due ragazzi nella sala colloqui del carcere – scrive Sansa – Chissà da quanto tempo non si vedevano, mesi, anni. Chissà quando si rivedranno di nuovo. Forse mai, perché tienilo tu vivo l’amore con un uomo che ha ancora vent’anni da scontare. Sono stati mezz’ora a parlare fitto fitto, divisi da un tavolo con le mani che si cercavano contro una parete di plexiglass. Ma adesso il tempo è finito, si devono salutare. C’è lei che si deve essere messa in tiro, che ha lucidato i capelli tinti d’oro. C’è lui con la maglietta migliore, un profumo denso. Si guardano forte, poi all’improvviso il ragazzo fa un balzo, la raggiunge dall’altra parte del tavolo e la stringe così forte, come se avesse conservato per mesi l’energia per questo momento. Ridono, forse piangono, chissà che non sia la stessa cosa. “Fermi, non potete. C’è il virus”, dice la guardia penitenziaria, ma gli manca il coraggio di dividerli.
Non avevo mai visto un abbraccio così. Felice e disperato. E guardando ti viene quasi il pensiero di abbatterli questi muri, aprire le porte, lasciare che ognuno vada via. Ma no, non è possibile. La vita è più complicata. Ci sono conti da saldare».

«Sono venuto nel carcere di Sanremo. Come consigliere regionale ho il diritto di visitare gli istituti di pena della nostra regione per accertarmi delle condizioni di vita dei detenuti. Questi uomini sono affidati allo Stato ed è nostro dovere capire se venga rispettata almeno la loro dignità. Nessuno ormai pensa che le carceri italiane siano un luogo di riabilitazione. Ma la vendetta di Stato, questa almeno no. Non conviene a nessuno, perché se i detenuti sono trattati dignitosamente, se riescono ad avviare percorsi di recupero, il rischio di recidiva è molto più basso. Lo dicono tutte le statistiche: nei paesi del Nord Europa, dove i detenuti studiano, lavorano e hanno adeguata assistenza psicologica, appena il 32% torna a commettere reati dopo la scarcerazione (tanto che in Olanda sono stati chiusi decine di penitenziari), mentre in Italia sono oltre il 70%. Un carcere umano, quindi, conviene anche ai cittadini ‘normali’ che chiedono sicurezza».

«Perché siamo venuti proprio a Sanremo? Negli ultimi mesi questo penitenziario è stato al centro di tanti, troppi episodi di cronaca. A settembre un detenuto ha messo le mani sul fornello della cella in segno di protesta. Immaginate voi a che punto deve essere arrivata la disperazione per spingerlo a cuocere letteralmente la propria carne. Oggi è ancora in ospedale: gli hanno amputato una mano, l’altra l’hanno ricostruita come si poteva.
A dicembre un elicottero ambulanza è dovuto atterrare nel piazzale del carcere. C’era un detenuto che aveva dato fuoco a un materasso per protestare contro le condizioni della sua cella. “Siamo intervenuti subito”, giurano le guardie. L’uomo è stato trasportato in volo all’ospedale di Genova, ma dopo quasi un mese di agonia è morto.
Non c’è soltanto questo: “Due detenuti hanno tentato di impiccarsi tra dicembre e gennaio”, denuncia il sindacato della Polizia Penitenziaria Uspp. Così alla fine la storia del carcere di Sanremo è finita in Parlamento, oggetto di un’interrogazione del deputato Roberto Giachetti».

«Difficile parlare di carcere, indicare soluzioni stando fuori. Bisogna venirci, proprio come qui a Sanremo. E già la collocazione dell’edificio ti fa capire quanto poco sia stato pensato per le persone: in mezzo al nulla, servito malissimo. I familiari dei detenuti che vengono da Savona a Ventimiglia, contano su collegamenti quasi inesistenti. Se lo meritano, dirà qualcuno. Ma immaginate voi se – soprattutto in questi tempi di Covid – riusciste a vedere vostra moglie, i vostri figli, i genitori una manciata di volte l’anno. A volte meno.
E’ un’isola in mezzo al nulla. Qui tra celle e corridoi sembrano vivere dimenticati i detenuti, ma anche gli agenti. Il problema non è il sovraffollamento – non oggi, per lo meno – perché ci sono meno di 250 carcerati, il numero previsto dal Ministero. Ma gli agenti in rapporto ai detenuti sono pochi, soprattutto in questi giorni di contagio.
Allora il malessere lo vedi, lo senti parlando con chi qui ci vive o ci lavora. No, non senti denunce di maltrattamenti da parte della polizia, né tensione verso la dirigenza. E anche gli spazi, i corridoi che la direttrice ha fatto ridipingere a tinte vivaci, fanno pensare a un edificio tutto sommato migliore di altri. Ma non sono sufficienti i colori, quelle macchie di giallo e arancione, per cancellare lo smarrimento e la solitudine. La tensione, anche».

«Basta camminare per i corridoi che da dietro le sbarre si allungano braccia che ti chiamano, ti cercano: “Mia moglie e mio figlio sono a casa senza un soldo. Hanno fame, giuro, non sanno cosa mangiare… non possono nemmeno uscire perché sono positivi”, ti dice un detenuto marocchino. Lui in carcere lavora, ha messo da parte anche qualche soldo, ma farlo arrivare a casa è un’impresa impossibile quando all’isolamento del carcere si aggiunge quello del Covid. Perfino il cappellano a volte non riesce a superarlo».

«Sì, sì, cercherò di fare qualcosa per te. Ma subito capisci che menti, perché un altro uomo ti chiede aiuto, poi ancora uno, infine un ragazzo: “Ti prego, ho mio padre detenuto nel carcere di Marassi. Fatemi almeno stare con lui, da solo non ce la faccio. E’ troppo dura”. E’ così la sua famiglia: il ragazzo detenuto a Sanremo, il fratello a Torino e il papà a Genova. Se lo meritano anche loro, dirà sempre qualcuno, ma non è tutto sempre bianco o nero come il pavimento chiaro del carcere dove si stampano le ombre scure delle sbarre».

«Ogni cella una storia, una richiesta: “Ho il diabete, non riesco ad avere le cure adeguate. Io qui muoio”. Ancora: “Devo essere operato per un diverticolo che mi fa soffrire come una bestia, ma aspetto da mesi”. Qualcuno forse fingerà, molti no. Il vice ispettore della Polizia Penitenziaria passa per i corridoi, raccoglie le richieste dei detenuti che ormai conosce per nome. Ma poi tante richieste, tante speranze si perdono tra dipartimenti, ministeri, tribunali. Le carte, quelle maledette carte. E la speranza muore. La tensione sale».

«Non si contano più le risse tra italiani e immigrati. E’ già difficile a volte convivere fuori, immaginate qui, chiusi in celle da due, quattro, ma anche sei persone. Uno accanto all’altro, senza capirsi, dovendo respirare gli odori di sconosciuti, dovendo sopportare il vicino che di notte urla, russa, piange. Sì, provate a immaginare. Vero, c’è un laboratorio di ferramenta, ci sarebbero uno spazio per coltivare e un campetto di calcio. C’è una palestra tanto malandata, consumata dagli esercizi e dalla fatica. E c’è la direttrice che ha offerto ai detenuti la possibilità di fare una telefonata al giorno alle famiglie (altrove ti tocca aspettare anche un mese). Si possono anche frequentare lezioni di scuola e a volte di università; sì, ma trovatela voi la forza di volontà di prendere in mano un libro quando passi le giornate chiuso a guardare il soffitto, ad allungare le mani fuori dalla finestra per afferrare un po’ della luce così chiara che arriva dal mare. Trovate voi il desiderio di ricostruirvi una vita quando ti sei dimenticato come si vive fuori e ti sembra impossibile poter decidere perfino di aprire una porta».

«Tante richieste, anche minime, anche apparentemente innocue si perdono nella burocrazia e nella mancanza di mezzi: “Vorrei soltanto un pesce surgelato, uno ogni tanto, me lo pago io”, chiede un detenuto. Difficile. Spesso impossibile. Provatelo il cibo del carcere e capirete. Ma fosse soltanto questo. C’è quella tensione tra i detenuti che si incrociano nei corridoi del reparto detenuti comuni. C’è il clima allucinato che si respira nel reparto C, quello dove sono rinchiusi i sex offenders. Ci sono anche persone con un disagio mentale, che poi non è possibile distinguere se lo avessero già prima o sia nato qui. E provate a mettere insieme tutti questi uomini, uno accanto all’altro. Rinchiusi. Con il 32%, dicono le statistiche, di detenuti accusati di reati legati alla droga e spesso a loro volta tossici (i colletti bianchi, le persone accusate di reati come la corruzione chissà perché qui non li trovi, sono circa il 3%)».

«Qui i detenuti dovrebbero essere puniti, ma anche rieducati. Ma poi li vedi camminare per i corridoi con quel passo sbilenco, li senti che parlano mangiandosi le parole in bocca. Così scopri che “almeno il 60-70 per cento hanno bisogno di ansiolitici per tirare avanti senza farsi divorare dall’angoscia e dall’insonnia”. E che ci sono almeno una trentina di ragazzi in terapia con il metadone. Due detenuti in meno di un mese hanno tentato di farla finita. “Solo due?”, ti guarda stupito una guardia. E viene fuori che alla fine sono molti di più; certo, per alcuni è un gesto dimostrativo, un modo per far ascoltare la propria la disperazione. Ma poi, quando ti metti una corda al collo e lasci i piedi nel vuoto, non sai mai come vada a finire».

«Eccolo il carcere di Sanremo. Dove ci sono uomini che trascorrono dieci, vent’anni. A volte un’intera vita come gli ergastolani. Uno di loro alla fine è riuscito a uscire. Dopo 45 anni in cella – conclude Sansa -. Intanto in Regione Liguria da un anno si litiga per nominare il garante dei detenuti».

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