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Sanremo in età romana, il racconto dello storico Andrea Gandolfo - Riviera24
Tuffo nel passato

Sanremo in età romana, il racconto dello storico Andrea Gandolfo

La zona matuziana faceva parte del comprensorio ingauno ed era abitata dalla gens Matucia

villa romana sanremo

Sanremo. L’articolo di storia locale del matuziano Andrea Gandolfo questa settimana è dedicato a Sanremo e il suo territorio durante l’età romana, quando la zona matuziana faceva parte del comprensorio ingauno ed era abitata dalla gens Matucia, che avrebbe anche dato il nome al luogo, che si sarebbe chiamato Villa Matuciana o Villa Matutiana.

Ecco dunque il racconto dello storico Andrea Gandolfo sulla Sanremo romana: «Le due popolazioni più importanti che abitavano la Liguria di Ponente nell’età romana erano quelle degli Intemeli nella parte più occidentale e gli Ingauni in quella orientale. I primi controllavano un territorio che andava dal colle della Turbie presso Monaco a valle Armea, poco oltre l’abitato di Sanremo, lungo la fascia costiera, estendendosi a settentrione fino al colle di Tenda e inglobando quindi l’intera val Roia; i secondi avevano invece sotto la propria giurisdizione un’area compresa tra il torrente Armea a ponente e il torrente Porra, che scorre nei pressi di Finale Ligure, a levante, raggiungendo a nord il fiume Tanaro. Il confine tra i due territori correva dunque quasi sicuramente lungo il corso dell’Armea, ma non è escluso che esso possa essere localizzato nei pressi del torrente San Romolo, anche se tale ipotesi non sembra oggi ricevibile in quanto un siffatto confine avrebbe tagliato a metà il sistema di difesa dei castellari approntato dai Liguri preromani, che avevano stabilito proprio in monte Bignone, luogo di scorrimento del torrente in questione, il centro nevralgico e strategico della loro struttura difensiva; una tale sistemazione confinaria non può inoltre essere storicamente attendibile in quanto essa avrebbe scisso l’unità del gruppo compatto dei castellari intemeli, facendo gravitare nell’area ingauna il castellaro di monte Colma e lasciando così le altre fortificazioni in territorio intemelio.

Gli Intemeli e gli Ingauni parteciparono alle guerre puniche, in particolare alla seconda, quali tribù alleate con Cartagine. Dopo la definitiva sottomissione dei Liguri a Roma, anche le popolazioni della Liguria occidentale, a partire dall’età augustea, parteciparono allo sforzo dei Romani di garantire dei confini sicuri all’impero tramite la costruzione e la manutenzione di una vasta ed efficiente rete stradale, che potesse essere utilizzata ai fini dell’espansione politica e militare. Nel 13 a.C. venne terminata la nuova strada litoranea per la Gallia, denominata via Giulia Augusta, che congiungeva Vada Sabatia al fiume Varo nei pressi di Nizza. Nel territorio sanremese, il tracciato della strada toccava il ricovero per viandanti di Costa Balenae, ad est della foce dell’attuale torrente Argentina, saliva quindi un po’ a nord, attraversava il corso d’acqua tramite forse una struttura pensile e scendeva dalla parte opposta raggiungendo il capo della Madonna dell’Arma presso Bussana, che aggirava estendendosi lungo il margine esterno del promontorio sottostante. Fino agli inizi del Novecento era ancora visibile il grande foro scavato nella roccia per ricavarvi la sede stradale, che proseguiva passando davanti all’ingresso della piccola chiesa rupestre dell’Annunziata.

Dopo aver attraversato in parte la valle Armea, la strada seguiva nuovamente il tracciato costiero coincidendo di fatto con l’attuale via Aurelia fino ad arrivare all’odierno rondò Garibaldi, dove fino alla fine del XIX secolo esisteva ancora un ponte romano, che, scoperto nel 1823, venne purtroppo distrutto nel corso dei lavori di ampliamento della piazza svoltisi tra il 1883 e il 1901. Il ponte era costituito da conci di pietra distribuiti in corsi regolari ed aveva una larghezza pari a cinque metri. In seguito la via romana continuava il suo percorso lungo le attuali vie Palazzo e Corradi, e, dopo una leggera deviazione verso l’interno per superare il torrente San Lazzaro o Foce, dove esisteva un antico ponte, proseguiva verso capo Nero seguendo fedelmente il tracciato della via Aurelia, che rispettava fino all’ingresso nella parte alta di Bordighera. Lungo il percorso della strada romana nel comprensorio sanremese è stato rinvenuto un cippo miliare risalente all’età di Augusto e recante il numero DLXXIX, poi conservato per molti secoli nei pressi della chiesa di Santo Stefano.

La presenza di questa grande arteria consolare e del notevole traffico commerciale che essa alimentava rappresentò uno dei principali fattori che determinarono la nascita e il successivo pullulare nel territorio di Sanremo di ville suburbane e poderi, peraltro in parte già esistenti nelle zone più fertili in qualità di possedimenti rurali di famiglie residenti nei paesi e nelle città limitrofe. Nei pressi di questi primi nuclei abitati si sviluppò gradualmente una rete di piccoli villaggi, che si sarebbero in seguito conglomerati in unità urbane sempre più grandi. Nell’area attualmente occupata dalla città di Sanremo sorse in età romana un primitivo agglomerato urbano, che la tradizione posteriore, la cui prima attestazione risale alla fine del X secolo, chiamò con il nome di Villa Matutiana o Matuciana. In merito all’origine di questo toponimo sono nate diverse leggende, tra cui quella, sostenuta nel XVII secolo dall’abate Giovanni Battista Grossi, in base alla quale il nome deriverebbe da un’antica divinità romana del mare, la dea Matuta, chiamata Leucotea dai Greci, alcuni dei quali, dopo essere sbarcati sulla spiaggia dell’attuale Sanremo, avrebbero scelto proprio il nome di questa dea, che era la protettrice del mare e dei marinai, per chiamare l’amena località, i cui primi abitanti erano infatti in gran parte pescatori e marinai. A favore di questa ipotesi si sono espressi del resto vari storici, per i quali l’origine del nome della città romana dalla dea Matuta potrebbe trovare la sua conferma, da un punto di vista storico, nel fatto che gli antichi abitatori di Sanremo, i Matuti appunto, avrebbero adorato per diversi secoli questa dea, da loro chiamata Mater Matuta. Il culto di questa dea, che rappresentava l’Aurora, era comunque molto diffuso anche a Roma, dove se ne celebrava la festa l’11 giugno nel Foro Boario con una singolare cerimonia, consistente nell’introdurre nel recinto del tempio una schiava per poi cacciarla via a schiaffi e a colpi di verga; tale rituale doveva con ogni probabilità evocare la luce che scaccia le tenebre e con esse i pericoli, simboleggiando quindi, mutatis mutandis, l’espulsione dalla vicenda umana dell’elemento negativo, cioè del male.

A prescindere da queste origini leggendarie, sembra comunque certo che la Villa Matutiana sia un evidente toponimo di natura prediale o fondiaria, derivante cioè dal nome dell’antico proprietario del relativo sito territoriale, sfruttato in genere a fini agricoli o rurali. Nei pressi di Sanremo sono diverse le località il cui nome presenta una tale derivazione toponomastica, per esempio a Ventimiglia e nella provincia delle Alpi Marittime, dove alcuni nomi di luogo di questa natura sono attestati da studi epigrafici. Gli eponimi che davano il proprio nome alla relativa località in cui operavano erano generalmente individui di elevata condizione sociale, ed erano probabilmente gli stessi proprietari di ville campestri, di cui sono stati localizzati vari esemplari nel territorio sanremese, come quella situata nella zona della Foce e dotata anche di impianto termale, e altre due, con caratteristiche decorazioni musive, a Pian di Nave e in Val d’Olivi. Il toponimo Matutiana o Matuciana deriva comunque con ogni probabilità dal nome Matucius o Mattucius, pochissimo conosciuto nel mondo romano e portato da cinque personaggi vissuti nel territorio di Cemenelum, l’odierna Cimiez, nei pressi di Nizza, in un’area quindi non molto lontana dal comprensorio sanremese. Oltre al nome Matucius sono noti a livello locale altri nomi simili, come Matuconius, Mattonius, Mattius, Mattus, ecc., che derivano evidentemente dalla stessa radice e che dovevano molto probabilmente risiedere nella stessa area della località abitata dalla famiglia Matuciana. Allo stato attuale della documentazione non è possibile stabilire con certezza l’entità e la localizzazione delle proprietà fondiarie della gens Matuciana, la cui probabile notevole agiatezza finanziaria doveva comunque basarsi su una intensa e proficua attività commerciale ed imprenditoriale. È in ogni caso molto plausibile l’ipotesi che un ramo di questa famiglia, che nel II sec. d.C. raggiunse la dignità senatoria, possedesse delle proprietà terriere nella zona di Sanremo, acquisite forse anche grazie a particolari legami familiari e commerciali con eminenti personaggi di Albintimilium (Ventimiglia) e Albingaunum (Albenga). Sembra comunque certo che, nei primi secoli dell’età imperiale, il territorio sanremese fosse occupato da tutta una serie di proprietà fondiarie e rurali, appartenenti a rilevanti famiglie notabili locali, probabilmente dell’area intemelia. L’intenso sfruttamento agricolo della zona in questo periodo trova un’ulteriore conferma dalla presenza di numerose ville di campagna, residenze rurali dei maggiorenti del luogo e centri direzionali attorno ai quali si dovevano presumibilmente estendere vasti appezzamenti di terreno coltivati dai coloni e dai dipendenti dei signori. Tra le principali colture praticate nell’età romana nell’area matuziana spiccavano quelle della vite e delle api, da cui i contadini traevano un’ottima qualità di miele, utilizzato tra l’altro per produrre, insieme ad altri ingredienti, una bevanda a bassa gradazione alcolica, l’idromele, molto comune sulle tavole degli antichi Liguri. In concomitanza con il progressivo spostamento del centro delle attività agricole e pastorali dai centri montani a quelli costieri, si verificò inoltre, in un periodo compreso tra il I secolo a.C. e il I d.C., il fenomeno dell’abbandono dei castellari dell’immediato entroterra da parte di numerosi contadini e pastori, che, attratti dalle migliori condizioni di vita e di lavoro, scelsero di trasferirsi nei villaggi della fascia costiera.

L’esplorazione archeologica del territorio sanremese ha consentito in tempi relativamente recenti di far venire alla luce reperti e opere architettoniche che documentano quella che era la Sanremo romana, un cui primitivo nucleo abitato doveva con ogni probabilità essere localizzato sull’area leggermente rialzata della città detta «il Piano». Tra le scoperte più interessanti vi sono quelle della necropoli romana ubicata in via Cappuccini, poco lontano dal percorso della via romana dell’attuale via Corradi, di una serie di tombe in valle Armea nei pressi di Bussana sempre nei paraggi della via consolare, e soprattutto dei resti di due ville romane nella zona della Foce e a Bussana. All’interno del battistero di San Giovanni, presso la basilica di San Siro, sono stati invece individuati alcuni strati risalenti all’età romana imperiale (I-II sec. d.C.) e tardoromana (IV-V sec. d.C.), attestanti la presenza in loco della pavimentazione e della struttura muraria di un edificio. Questi muri in particolare risultano sullo stesso asse delle successive mura altomedievali e di due costruzioni risalenti all’XI secolo (la chiesa protoromanica di San Siro e la Casa canonica), e sono collocati ortogonalmente rispetto alla strada romana che seguiva il percorso dell’attuale via Corradi. I numerosi reperti ceramici recuperati all’interno del sito coprono un periodo di diversi secoli: dai due in ceramica campana tipo “B” risalenti al I sec. a.C., i più antichi dell’intero gruppo, a quelli più numerosi dell’età augustea, ai successivi di quelle flavia e antonina, fino al frammento di terra sigillata chiara di tipo “D”, databile al IV sec. d.C.

Sulla parte settentrionale del colle di San Siro erano stati trovati altri reperti risalenti all’età romana durante i lavori di costruzione di un edificio religioso avvenuti nella prima metà del XVII secolo. Nel 1636 infatti, secondo quanto narrato dallo storico locale Girolamo Rossi, in occasione della costruzione dell’oratorio di San Germano, vennero scoperti i resti di alcune case romane, al cui interno furono trovati vari oggetti d’antiquariato e numerosissime monete d’argento e di rame, recanti l’effige degli imperatori Claudio e Flavio Vespasiano. In base a queste scoperte Rossi avanzò inoltre l’ipotesi che il sito dovesse essere un luogo sacro dedicato dagli antichi Matuti a qualche divinità pagana. Una ulteriore conferma della presenza nella zona di un nucleo urbano risalente all’età romana venne dalla scoperta, avvenuta in circostanze fortuite nel 1961, di una necropoli romana in via Cappuccini, che, per la sua natura e il materiale archeologico rinvenuto al suo interno, rappresenta il più notevole esempio di necropoli dell’età romana nel territorio della Liguria di Ponente dopo quelle di Ventimiglia e Albenga.

Nella stessa area dove è ubicato il complesso tombale erano già state rinvenuti, verso la fine dell’Ottocento, dei sepolcri ad incinerazione ed una moneta emessa sotto il regno di Domiziano, la quale consentì di attribuire la tomba che la conteneva al periodo compreso tra l’82 e il 95 d.C. L’indagine archeologica condotta sul posto nel 1961 ha stabilito che le tombe della necropoli, di cui cinque erano già andate distrutte prima degli scavi (si sono conservate soltanto alcune suppellettili), del tipo «a cappuccina», erano state edificate tutte sopra la stessa fossa del rogo funerario ed erano stranamente prive dell’urna cineraria, forse a causa del persistere in ambito locale di un rito più antico a noi sconosciuto. Tra i vari corredi funerari rinvenuti all’interno delle tombe vi sono boccali, patere, olpi, coppe, una lucerna e una bottiglia vitrea, che attestano l’attribuibilità della necropoli pressapoco all’ultimo decennio del I secolo d.C., nel momento centrale dell’età imperiale romana nell’estremo Ponente ligure. Nella tomba n. 8, oggi conservata nei locali del Museo Civico Archeologico di Sanremo, costituita da una serie di lastre in pietra formanti una struttura «a tholos», sono stati rinvenuti diversi oggetti funebri, tra cui una patera, una coppa in terra sigillata sud-gallica, un’altra a pareti sottili, una lucerna a canale chiuso, un boccalino biconico, un’olpe in terracotta chiara, una bottiglia vitra di forma sferica e resti di un unguentario in vetro. Anche negli altri tumuli sono venuti alla luce interessanti reperti funerari, che confermano la particolare ricchezza e varietà delle suppellettili di questa necropoli.

La necropoli di via Cappuccini costituiva con ogni probabilità il confine occidentale del pagus sanremese, che, in base ai numerosi reperti ed edifici di epoca romana scoperti nel corso degli scavi archeologici, doveva rappresentare un nucleo abitato dalle discrete dimensioni. L’indagine archeologica condotta sul territorio sanremese ha comunque sicuramente dimostrato la stretta connessione topografica esistente tra il primitivo villaggio romano identificato comunemente nella Villa Matutiana e situato sul lato destro del torrente San Romolo, e il contiguo centro urbano denominato Oppidum Matutianum ubicato lungo l’ala sinistra del corso d’acqua, che avrebbe assunto a partire dall’XI secolo il nome di Sanctus Romulus in onore di San Romolo, il vescovo genovese ritiratosi sui monti di Sanremo tra la fine del VII e l’inizio dell’VIII secolo e destinato a diventare l’eponimo del luogo e il futuro protettore della città. Per quanto concerne invece gli altri siti archeologici risalenti all’età romana rinvenuti nel territorio sanremese assumono particolare importanza i resti murari di due edifici romani, situati nella zona della Foce e a Bussana, corrispondenti a due ville rurali padronali che dovevano essere al centro di una zona sfruttata in modo intensivo a fini agricoli.

La villa della Foce, eretta nei pressi dello sbocco in mare del torrente omonimo, è suddivisa in dieci vani e contiene al suo interno una struttura termale costituita dai vari ambienti destinati alle cure; tra questi si conservano resti del calidarium, caratterizzato da una parete absidata e destinato a ricevere l’aria calda lungo le pareti, il tepidarium, dotato di ipocausto e di una speciale conduttura laterale per garantire il deflusso dell’aria tiepida, e infine il frigidarium, a cui si accedeva da una scaletta e che presentava anch’esso una conduttura laterale, mentre la relativa pavimentazione era in calcestruzzo durissimo. L’impianto termale si riforniva presso il vicino torrente, tramite un castellum aquae, dell’acqua necessaria al suo funzionamento, che veniva distribuita ai locali attraverso tubi a condotta forzata. In base alla caratteristica muratura in opus certum e a qualche altro elemento architettonico della villa è stato possibile attribuire l’edificio al periodo compreso tra il II e il III secolo d.C.

La villa di Bussana, situata a fianco della strada litoranea corrispondente all’antica via romana, è una costruzione rurale a pianta rettangolare, composta da sei vani, al cui interno sono stati recentemente scoperti i resti di un monumento funebre e di una piccola officina laterizia costituita dal praefurnium, con pavimento in lastre litiche, e dall’anticamera del forno vero e proprio, nel quale si consumava la combustione all’interno di due canali. Nel forno di questa villa si doveva produrre molto probabilmente ceramica comune per uso locale e laterizi. L’edificio dovette essere presumibilmente costruito nel II secolo, ma venne abitato anche in un periodo successivo, come attestano una moneta di Adriano e un bollo laterizio rinvenuti all’interno della villa e attribuibili alla prima metà del III secolo. Nei pressi del cimitero di valle Armea sono invece venuti alla luce resti di muri, databili al II-III sec., che attualmente rasi al suolo dovevano in origine essere la struttura portante di almeno tre locali. Collegato alle rovine di questi muri è poi il ritrovamento sul luogo di alcune tombe «a cappuccina», risalenti al periodo tardoimperiale (IV secolo) e contenenti un modesto corredo funerario, segno che esse dovevano essere state destinate a persone di basso rango sociale, forse appartenenti alla servitù di una villa patrizia.

Di altre interessanti scoperte archeologiche riguardanti edifici e reperti di età romana è prodigo di notizie, nelle sue opere, l’abate Grossi, che indica diversi siti dove sarebbero stati rinvenuti resti di ville, monumenti, suppellettili varie e materiale numismatico di notevole valore storico e archeologico. Tra queste scoperte vi sarebbero le vestigia di una villa rustica in località Pian di Nave, le mura di una villa, databile al I sec. d.C., oltre a parecchie monete dell’età Flavia, presso la foce del torrente San Lazzaro, e imponenti resti di un’altra villa, contenente importanti mosaici oltre ad anfore e monete dell’età imperiale nei pressi della foce di Val d’Olivi. Uno degli ultimi più interessanti ritrovamenti di reperti archeologici di età romana nell’area sanremese è costituito dal sigillo bronzeo recante il motto Urbicia vivas, rintracciato nella zona agricola del Solaro, dove tra l’altro in passato erano già state scoperte alcune tombe ad incinerazione risalenti al I sec. d.C. Secondo quanto attestato dal motto incisovi sopra, il sigillo, attribuibile al primo secolo d.C. e attualmente custodito presso il Museo Civico sanremese, doveva essere stato utilizzato da Urbicia, probabilmente una colta e facoltosa nobildonna romana, per corrispondere con qualche familiare o conoscente. Il prezioso documento attesta infine che tra le numerose famiglie che dovevano popolare la Villa Matutiana esisteva anche questa gens Urbicia, probabilmente una famiglia aristocratica di ricchi proprietari terrieri o di agiati commercianti dediti ad attività mercantili».

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