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Il monito di don Ciotti a Ventimiglia: «Ci si salva solo insieme» - Riviera24
Il discorso

Il monito di don Ciotti a Ventimiglia: «Ci si salva solo insieme» fotogallery

Il fondatore del gruppo Abele e presidente di Libera ieri ospiti della parrocchia di Sant'Agostino

Ventimiglia. «Due cose: la prima, non è venuto don Ciotti, mi chiamo Luigi, mi chiamo Luigi Ciotti e rappresento un noi. Vi prego dovete diffidare dei navigatori solitari, è fondamentale costruire insieme dei percorsi. La seconda considerazione, io sono una piccola cosa, con un carico dei miei limiti, delle mie fragilità, ma anche con la gioia, come molti di voi, di spendere un po’ della propria vita per dare vita. L’accoglienza, voi me lo insegnate, è la vita che accoglie la vita. Noi dobbiamo diventare sempre di più, ognuno per la propria strada, con le proprie passioni, con i propri ruoli, anche con la coscienza dei propri limiti, lottatori per la vita: perché chi lotta per la vita lotta per la speranza». Ha esordito così, nel suo lungo intervento ieri sera presso il chiostro di Sant’Agostino, a Ventimiglia, don Luigi Ciotti, 76 anni, fondatore del gruppo Abele e presidente nazionale di Libera contro le Mafie.

L’incontro, organizzato dal coordinamento provinciale di Libera e dal Presidio Hyso Telharay di Ventimiglia con l’ospitalità del parroco di Sant’Agostino don Ferruccio Bortolotto, ha visto la presenza di numerose autorità civili e militari, tra i quali il procuratore capo della Procura della repubblica di Imperia, Alberto Lari, accompagnato da due giovani magistrati, il dirigente del commissariato di Ventimiglia, Saverio Aricò, il capitano Marco Da San Martino, comandante della compagnia carabinieri di Ventimiglia e il capitano Marco Migliaro, comandante della Guardia di Finanza di Ventimiglia. Presente il vicesindaco Simone Bertolucci, il segretario provinciale del Pd Christian Quesada, il consigliere regionale Enrico Ioculano e il segretario provinciale della Cgil Fulvio Fellegara.

Un incontro lunghissimo, quello di ieri, con don Luigi Ciotti che ha toccato diversi argomenti: dalla tempesta Alex, del 2 e 3 ottobre scorsi, che «ferito profondamente la vostra città, che ha fatto soffrire, che fa soffrire, che ha lasciato nella vita di tante persone delle ferite profonde», a problemi dell’Italia intera, prima fra tutti la presenza delle mafie dopo duecento anni di storia e di contrasto.

«L’Italia, il Paese che io amo, e penso che anche voi amiate – ha detto – E penso che sia un atto d’amore alzare la voce sulle cose che non vanno bene. E’ anche un atto d’amore sottolineare le cose positive che ci sono. Però dobbiamo anche far emergere quelle che sono le sue contraddizioni, le cose che non vanno. L’Italia è un Paese che ha bisogno di pace al suo interno, ha bisogno di verità, ha bisogno di giustizia, cominciando dalla giustizia sociale, la giustizia ambientale, poi la giustizia di fronte a quello che non funziona. Ci sono qui due giovani magistrati con il procuratore che è venuto: siamo qui, insieme, io per primo, ad ascoltare come ho fatto oggi, poi per riflettere e ognuno poi traduce nel suo ambito e nei suoi percorsi. Abbiamo bisogno di verità, se pensate che l’80 per cento dei familiari delle vittime innocenti della violenza mafiosa, l’80 per cento non conosce la verità o ne conosce solo una parte. Se pensate che delle grandi stragi che sono avvenute nel nostro Paese, solo di una strage, quella di piazza della Loggia di Brescia si conosce la verità, di tutto il resto non si conosce». E ancora: «Il nostro è un Paese in difficoltà ed è davanti agli occhi di tutti. Un Paese che è in cerca di sicurezza. L’Italia in questo momento è un paese un po’ disgregato, impaurito, impoverito e a volte, lo vediamo, un po’ incattivito».

Più volte, il fondatore e presidente di Libera ha lanciato un monito: «Ci si salva solo insieme, perché siamo tutti fratelli nonostante le differenze a volte etniche, culturali, ecc. Siamo fratelli perché l’essenza della vita, non dimentichiamolo mai, è la relazione. Il nostro essere è alla radice un essere plurale, condiviso, collettivo. La parola individuo, da respingere, è infatti solo una parola, una costruzione mentale linguistica. Non esistono gli individui, esistono le persone. E la parola persona deriva da pars, che vuol dire parte: essere persone significa essere parte di un insieme».

Ricordi personali, riflessioni. Nel suo discorso, potente e illuminante, ma anche doloroso, il sacerdote ha ricordato momenti della propria esistenza condivisa con la storia di un Paese, l’Italia, che ha sempre pagato a caro prezzo la presenza delle mafie. Come quando, in un anniversario della strage di Capaci, don Ciotti è stato colpito dalla presenza di una donna, completamente vestita di nero, con le mani gialle e rugose di chi lavora nelle campagne. Una donna che non faceva altro che piangere. «Il primo diritto di ogni persona è quello di essere chiamato per nome – ha detto don Ciotti – E ce lo ha insegnato una donna. Il suo pianto era la colonna sonora mentre tutti ricordavano Giovanni Falcone, qualcuno ricordava Francesca Morvillo e gli uomini della scorta. Ad un certo punto prende la mia mano, me la scuote, e con due occhi pieni di lacrime mi fulmina e mi dice: “Ma come mai non dicono mail il nome di mio figlio?” Il primo diritto di ogni persona sulla faccia della terra è di essere chiamato per nome. Lei voleva sentire il nome di suo figlio: Antonio Montinaro, che con Rocco Dicillo e Vito Schifani, ha perso la vita per la libertà nel nostro Paese, per la giustizia, per il bene comune».

La mafia. «Ci sarà anche da chiederci come mai da 200 anni parliamo di mafia, nonostante che l’Italia ha fatto passi da gigante. E’ l’unico Paese al mondo che ha aspetti legislativi, certamente da migliorare, ma che ci vengono riconosciuti e che hanno fatto scuola anche rispetto ad altri. Ma quella domanda dobbiamo porcela: come mai noi continuiamo a vivere questa situazione». Da temere, dice il sacerdote, «la normalizzazione e il disinteresse» nei confronti delle mafie. Un pericolo, quello della “normalizzazione”, dovuto anche alla «trasformazione delle mafie da apparati una volta paramilitari a società imprenditoriali ben inserite nel tessuto dell’economia legale».

Dittatura e individualismo uccidono la libertà. «La libertà uccisa per assenza di limite: “Faccio quello che voglio” e nel fare quello che voglio ci sono persone che vengono usate come merce: la tratta, lo sfruttamento di tante persone, lavoro nero, caporalato. La libertà è il più prezioso dei beni e la più esigente delle responsabilità. Allora dobbiamo essere cittadini che si assumano la responsabilità di essere promotori e cercatori di verità e giustizia e quindi anche di libertà.
Come in gran parte del mondo, anche in Italia la libertà è una questione non ancora risolta. L’Italia è un paese non ancora libero. E se noi misuriamo la libertà con il metro della dignità, che è il metro più giusto e affidabile, la libertà nel nostro paese non è ancora un bene comune, nel bene universale. Perché non è libero chi è povero, non è libero chi è senza lavoro, non è libero chi è senza casa, chi non ha i mezzi per curarsi, chi non ha i mezzi per studiare, chi è oppresso, chi vive forme di solitudine, chi è schiacciato dai bisogni. Non è libero chi è schiacciato dalla paura, dai soprusi, dalle guerre, chi è costretto a fuggire dalla sua terra e dai suoi affetti, perché non si vede riconosciuta nella sua dignità e la libertà di essere umano. Non è libero chi non capisce l’inganno di una politica che bada al privilegio di pochi e non al bene comune. Non è libero chi è vittima delle mafie, dell’usura, della droga, del lavoro nero, del caporalato, del riciclaggio, della tratta, della prostituzione. Non è libero chi in certi territori è schiacciato da forme che non lasciano libera l’impresa sana. La libertà è un impegno, va protetta non solo contro le varie forme di ricatti, ma anche contro i cedimenti della coscienza, le tentazioni a piegarsi a quelle forme di illegalità “sostenibile”».

Società fragile. «La nostra è una società fragile. Allontana i migranti, poveri, diversi, allontana la fragilità degli altri per non riconoscere la propria. La nostra è una società debole che si crede forte. Chi non riconosce la propria fragilità difficilmente riconosce quella degli altri. Solo una società cosciente delle proprie fragilità e contraddizioni è una società unita, aperta, ricettiva e solidale. L’Italia è un paese che ha sempre accolto. Allora, amici, non corriamo il rischio di sentirci comodamente dalla parte giusta. La parte giusta non è un luogo dove stare, ma un orizzonte da raggiungere insieme. Unire le fragilità è creare una forza. Le comunità nascono insieme e mettono insieme le persone perché insieme si sentono più forti e più sicure».

Ius soli. «Oggi accogliere è diventato un atto sovversivo in molte realtà. Uno mi deve spiegare per piacere che cosa impedisce che quei bambini che sono cresciuti qui, che vanno a scuola con i nostri bambini, che frequentano i nostri oratori, che cosa impedisce questo ius soli? Che cosa impedisce, questo? Che cosa impedisce lo ius soli? Il mettere insieme. Sono piccoli. Ma tutti: che bravi le medaglie d’oro, i giocatori nelle squadre di calcio. Alcuni hanno fatto carte false per poter avere la cittadinanza, ma li si è riusciti. Ma perché? Ci siamo dimenticati della nostra storia di migranti. Oggi viviamo in tempi poveri di relazioni e dunque anche di speranza, perché la speranza è un bene che si costruisce insieme e che insieme si condivide».

 

 

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