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Vent’anni dopo il G8 di Genova: le testimonianze di chi c’era

I ricordi degli imperiesi: quei giorni, le violenze, piazza Alimonda durante il vertice degli 8 Grandi

Imperia. Il G8 di Genova  vent’anni fa, nel luglio del 2001. Durante la riunione dei capi di governo dei maggiori paesi industrializzati svoltasi nel capoluogo ligure, da venerdì 20 luglio a domenica 22 luglio e nei giorni precedenti, i movimenti no-global e le associazioni pacifiste diedero vita a manifestazioni di dissenso, seguite da gravi tumulti di piazza, con scontri tra forze dell’ordine e manifestanti. Durante uno di questi venne ucciso il manifestante Carlo Giuliani.

Ecco alcune testimonianze di persone della provincia di Imperia che vissero quei giorni: «Nel periodo del G8 avevo 26 anni e vivevo a Genova e quello che ricordo dei giorni precedenti al summit è il clima di tensione e di controllo che si respirava in città. Strade bloccate da container, inferriate, cancelli, forze dell’ordine ovunque e il rumore incessante dell’elicottero. Il 19 luglio corteo dei migranti, una giornata bellissima piena di incontri, musica e allegria. Un lungo e colorato corteo che ci ha fatto sentire parte di qualcosa di più grande, soprattutto a me che sarei partita di lì a pochi giorni per il Rwanda. Il giorno dopo, però, non ricordo nemmeno come, ci siamo trovate vicino agli scontri. Era la prima volta che mi beccavo un lacrimogeno e ricordo il bruciore tremendo agli occhi. Tutto era avvolto nel fumo, le urla, le sirene. La morte di Carlo Giuliani, la Diaz; le emozioni del primo giorno svanite in un attimo. E oggi resta un po’ di tristezza e tante domande senza risposta» – ricorda Chiara Tokic.

«Nel 2001 avevo 26 anni ed ovviamente, insieme agli amici, ho partecipato al g8 di Genova – dice la 46enne Marina Galetto di Sanremo ma che vive e lavora a Genova, dove si è trasferita dal 1994 per motivi di studio – La mia testimonianza si basa su due avvenimenti che mi hanno profondamente segnato. Il primo in occasione del corteo dei migranti svoltosi il giorno 19 luglio 2001; ricordo con emozione il bellissimo e colorato corteo che si è snodato per le vie cittadine, il senso di appartenenza, l’idea che davvero “un altro mondo era possibile”, il fantastico ed indimenticabile concerto di Manu Chao in serata, l’emozione e la gioia negli occhi delle persone. Il secondo nemmeno 24 ore dopo, il 20 luglio, giorno della morte di Carlo Giuliani. La situazione completamente capovolta: l’odore acre dei dei gas lacrimogeni, il rumore minaccioso degli elicotteri, le sirene delle ambulanze, le grida dei manifestanti in fuga, le strumentalizzazioni politiche, l’atteggiamento delle forze dell’ordine, il senso di paura e terrore nei miei occhi e negli occhi degli altri. Da quel giorno il mio atteggiamento nei confronti di chi dovrebbe tutelarci è completamente cambiato a causa di ciò che ho vissuto, sto ancora aspettando verità e giustizia».

«20 anni fa ero a manifestare al G8 di Genova. La memoria è un ingranaggio collettivo. Il G8 di Genova ha rappresentato un passaggio generazionale, una data indelebile e per me è una ferita ancora aperta. Furono tre giorni di inferno e di passione. La gioia collettiva rovinata. Funestata. Per esorcizzare il fantasma di un movimento reale, costituito da centinaia di migliaia di giovani, che in maniera profetica osavano mettere in discussione le ingiustizie che il sistema capitalista produceva e produce a ritmo continuo si abbatté su di noi una mole impressionante di violenza, di sadismo e di squadrismo organizzato. Avevo 24 anni. Partii con altre decine di ragazzi miei coetanei di Ventimiglia e Imperia in pullman. Andammo al concerto di Manu Chao e poi ci fermammo a dormire a Nervi, dove aveva sede il Network per i Diritti Globali. Un cantiere a cielo aperto, migliaia di tende, discussioni appassionate e assemblee aperte improvvisate un po’ ovunque. Molta gente discute, alcuni litigano, altri si baciano. In quei giorni sui giornali si potevano leggere le notizie più inverosimili: ricordo distintamente quella che raccontava di come i “No Global” si stessero attrezzando con “Palloncini di sangue infetto pronti per essere scagliati su poliziotti e inermi cittadini genovesi”. Che erano stati scoperti piani di “rapimento di autisti di autobus da scagliare contro la zona rossa” e “Catapulte smontabili che lanceranno bombe artigianali con dentro lamette e chiodi” Il 20 luglio 2001 raggiungemmo piazza Paolo Di Novi, l’incontro tematica sul lavoro. Sono presenti in piazza con noi le Madri di Plaza de Mayo, Josè Bovè, operai dei Cobas, centri sociali e collettivi. Dopo un giro di interventi sarebbe dovuto partire il corteo. Soltanto nel nostro concentramento siamo tra le otto e le diecimila persone e il grosso deve ancora arrivare. Ma il corteo non riesce nemmeno a partire, il servizio d’ordine neanche a formarsi. Arrivano le forze dell’ordine a passo di carica e attaccano brutalmente la piazza. In quel momento la maggior parte delle persone era seduta a terra, mangiava, beveva, discuteva. Questo attacco inatteso e ingiustificato obbliga tutte e tutti ad una fuga precipitosa. La polizia attacca in tre punti diversi, arrivano un sacco di camionette. Il corteo viene spezzato in due tronconi. I candelotti continuano ad arrivare senza sosta ad altezza d’uomo e i poliziotti caricano come ossessi, accanendosi con furia omicida sui manifestanti rimasti isolati. Una prima linea prosegue la battaglia, tentano di fermare i poliziotti scagliando sampietrini ma è come voler fermare un uragano con un ombrello. Vediamo sangue da tutte le parti. Gente accasciata a terra. Il fumo, densissimo, forma una spessa coltre nebbiosa, quelli senza maschere sono costretti ad arretrare. E’ in questo preciso momento che me la vedo brutta, un candelotto mi colpisce in pieno in testa, per fortuna ho il casco che attutisce il colpo, altrimenti con tutta probabilità non sarei qui a raccontarlo. Non mi fa male, l’adrenalina cancella il dolore. Ma la botta mi inebetisce ed il contraccolpo mi scaglia per terra. Rimango circa trenta secondi per terra in mezzo al fumo dei lacrimogeni, dalla mascherina e dagli occhialini che portavo penetra il dannato CS: gas combinato col cianuro. Non riesco a respirare e non vedo più nulla, non capisco più niente, il panico si impossessa di me e mi ritrovo paralizzato, non riesco più a muovermi. Sento i passi dei celerini farsi più vicini, a passo di carica, e penso: “E’ fatta. Ci siamo. Qui m’ammazzano!”. Ma quattro sante braccia salvatrici mi sollevano di peso e mi portano via, mi versano del liquido biancastro sul viso e subito gli occhi mi bruciano meno, riesco a vederci di nuovo, adesso respiro bene. Erano due ragazzi svizzeri o tedeschi, giovanissimi» – racconta il ventimigliese Roberto Vallepiano.

«Riusciamo, con mille difficoltà, a fare ritorno verso il nostro quartier generale a Nervi. Appena arrivati, come uno shock, riceviamo immediatamente la notizia del ragazzo morto, Carlo Giuliani. Continuo a ripetermi come un mantra poche parole: “Hanno ucciso un ragazzo di 23 anni! Potevo essere io!”. La prima versione data dai carabinieri alla stampa parla di una pietra lanciata dai manifestanti che ha colpito e ucciso il ragazzo. Nelle immagini televisive si vedrà un poliziotto che urla rivolto ad un manifestante:”…Sei stato Tu! Tu l’hai ucciso! Col tuo sasso!” Appena si diffonde la voce che ci sono le prove visive, smentiscono tutto e parlano di “legittima difesa”. La polizia ha caricato tutti e tutte e si è accanita soprattutto sui più deboli e indifesi, i pacifisti, i gruppi stranieri, i giornalisti indipendenti, gli anziani, gente sulla sedia a rotelle, persino i gruppi ecclesiastici. Dopo circa un’ora mi imbatto in un compagno di Rifondazione di Sanremo, Bruno Calosso, è tumefatto, completamente ricoperto di sangue, dalla testa ai piedi, i vestiti sono intrisi di rosso e la testa è aperta dalle manganellate, ricoperta malamente con una maglietta, da cui escono continui fiotti di sangue. Non ha più denti in bocca. Barcolla. Non riesce a respirare. Parla affannosamente e non è in grado di articolare le parole. Arriva il soccorso medico. Gli cuciono 25 punti in testa e gli diagnosticano alcune ossa rotte e fratturate. Il giorno dopo sarà ancora peggio. I treni sono bloccati ma alcuni macchinate di amici ci raggiungono per riportarci a casa. In vita mia non ho mai visto nulla di nemmeno lontanamente assimilabile a quello che ho vissuto in quei tre giorni. Ancora adesso nel tepore della mia camera mi sembra di sentire il rumore degli elicotteri, le urla dei poliziotti durante le cariche. Poche ore dopo i filmati di alcuni cineoperatori mostrano uno dei capi della polizia introdurre le Molotov all’interno della scuola Diaz durante il massacro. Un altro filmato mostrerà decine di poliziotti festeggiare l’uccisione di Carlo Giuliani con cori belluini e il grido: “Uno a zero per noi!”. Poco a poco la verità comincia ad emergere, affiorano gli abusi più ostentati ed odiosi. Si incrina il muro mafioso dell’omertà in divisa, un poliziotto pentito parla e racconta. Escono fuori le torture, i massacri, la “Macelleria Messicana” compiuto dalle Forze dell’Ordine. E poi gli insabbiamenti, le coperture istituzionali bipartisan, la sostanziale impunità garantite agli ideatori della mattanza e ai loro volenterosi carnefici. Amnesty International definì eloquentemente ciò che era avvenuto “La più grossa violazione dei diritti umani in tempo di pace” e la Corte Europea accusò di tortura l’Italia. La memoria è un ingranaggio collettivo ed è per questo che la mia rabbia non si placherà mai e il mio cuore continuerà a sanguinare. Il G8 è stato un passaggio storico in cui l’italiano medio, anestetizzato da decenni di beatificazione mediatica delle forze dell’ordine, imbesuito da un buonismo in divisa costruito ad arte, convinto che le forze dell’ordine fossero a immagine e somiglianza del Maresciallo Rocca, di Squadre di Polizia costituite da agenti belli, simpatici e altruisti con la faccia di Alessia Marcuzzi o Raul Bova, è stato improvvisamente messo di fronte alla realtà. Una realtà che è fatta di belve sanguinarie con la bava alla bocca, che sicuri della sostanziale impunità, divengono sadici con la voglia di spaccare denti e ossa, di umiliare, di annichilire. E tutto questo è avvenuto unicamente per esorcizzare il fantasma di un movimento reale, fatto da centinaia di migliaia di giovani che in maniera profetica osavano mettere in discussione le ingiustizie che il sistema capitalista produceva e produce a ritmo continuo. A distanza di 20 anni ricordo quelle giornate come l’ultimo momento di tensione al cambiamento che ha vissuto il nostro Paese. A distanza di 20 anni mi resta l’amaro in bocca per aver capito che molti dei capetti che all’epoca giocavano a fare i ribelli, non volevano realmente combattere i G8 ma diventare come loro. Molti degli ex No Global oggi sono diventati i più convinti alfieri della globalizzazione. Il mitico Luca Casarini, il condottiero delle Tute Bianche, quello che al G8 di Genova faceva le conferenze stampa in passamontagna dichiarando “guerra ai potenti della terra”, è diventato un oscuro dirigente regionale di Sinistra e Libertà. Un certo Tsipras, che era in piazza con noi a Genova, divenne Presidente della Grecia contando su un vasto appoggio popolare e sull’onda di un coraggioso programma sociale. Si rimangiò tutto una volta giunto al potere. La crisi economica che viviamo oggi è figlia di quella risposta negata. Del fatto che le istanze poste dal movimento No Global invece che essere ascoltate sono state spazzate via con ogni mezzo. La tragedia economica e sanitaria che stiamo subendo per via del Covid dovrebbe aiutarci a mettere in discussione tutto l’impianto neoliberale e l’insostenibile modello di produzione globalista. Occorre mettere duramente in discussione tutto ciò per tornare a tessuti socio-economici locali, che restituiscano ossigeno alla nostra comunità, disgregata dagli effetti di 30 anni di globalizzazione liberista. Niente di particolarmente originale per carità, era proprio il primo punto nell’agenda del Movimento No Global che 20 anni fa portò 300.000 persone in piazza a Genova a contestare i potenti della terra. Se esistesse una sinistra minimamente degna di questo nome oggi parlerebbe di ciò. Ne farebbe una battaglia ideologica, politica e finalmente tornerebbe ad avere senso, identità e baricentro per milioni di persone. Ma non è così, lo sappiamo. Più costruiscono un mondo fragile, precario ed escludente e più si riempiono la bocca degli aggettivi resiliente, sostenibile ed inclusivo» – conclude Roberto Vallepiano.

(Foto da Wikipedia)