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Omicidio-suicidio a Ventimiglia, testimoni: «Morte annunciata» fotogallery

Antonio Vicari da giorni su Facebook scriveva «So tutto, vedo tutto, arrivo al momento giusto»

Ventimiglia. «So tutto, vedo tutto, e quando serve arrivo al momento giusto». Era il 6 maggio, e Antonio Vicari, 65 anni, affidava a Facebook il rancore per un amore finito. Quello con Sharon Micheletti, 30 anni, mamma di un bimbo piccolo, uccisa oggi a colpi di pistola in via Tenda a Ventimiglia.

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E ancora, solo pochi giorni fa, il 2 giugno: «Pensa bene che anche quando dormi, io sono lì molto vicino, figurati quando sei con l’amante: non c’è posto (dove, ndr) puoi nasconderti». Antonio Vicari, di Sharon, era ossessionato. Lei lo aveva denunciato per minacce, ma non è bastato. E così il sessantacinquenne aveva pensato a tutto, anche oggi, quando è andato in un bar di via Tenda, poco lontano da dove poi si è consumato il femminicidio, aveva portato con sé la pistola.

Ha visto arrivare Sharon in auto con un uomo. Si è alzato e li ha seguiti. La Peugeot guidata dall’amico della sua vittima si ferma davanti a via Gianchette: l’uomo scende per andare a comprare le sigarette al Bar Azzurro. E’ un attimo. Vicari si avvicina all’auto in sosta e spara, uccidendo Sharon Micheletti, seduta nel sedile del passeggero. La donna non fa neanche in tempo a scendere dall’auto. «Ho sentito tre colpi, non due, non uno. Erano tre». A raccontarlo è un uomo che, con la famiglia, era seduto a un tavolino del bar. Poi Vicari cerca l’amico di Sharon. Lo vede entrare nel locale, lo segue. «Aveva la pistola in mano, è corso qua». Raccontano gli avventori. Al posto di quella che poteva essere la sua seconda vittima, trova la titolare del bar che, con grande sangue freddo, nonostante lo choc, riesce a fermarlo chiudendo la porta: «Non mi sparare – gli dice – Io non c’entro».

A quel punto il killer fugge, a piedi, verso il fiume. Entra da un cancello aperto nel parcheggio antistante la chiesa delle Gianchette. Con sé ha ancora la pistola usata per uccidere Sharon, la punta alla testa e si uccide. Il suo piano è concluso. Lo aveva scritto, al figlio Christian, morto vent’anni fa a soli 17 anni in un drammatico incidente. «Ciao figlio mio, spero di rivederti al più presto. T.v.b. Kri», aveva scritto su Facebook.

Christian era precipitato in una scarpata, ad Airole, nel 2001. Una morte tragica seguita all’incendio di un’auto: una vettura che “doveva” esser fatta sparire per non pagare le spese di demolizione. Una fiammata provocata dal rogo aveva colpito il giovane, facendolo scivolare nel Roja. Il diciassettenne era morto sul colpo.