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Omicidio a Ventimiglia, Attac Imperia: «Non un raptus ma un fenomeno endemico del patriarcato»

«Oggi più che mai dobbiamo tutte e tutti contrapporre la costruzione di una società della cura, accanto a un processo di liberazione femminile, occorre dare impulso ad una rivoluzione culturale e delle coscienze maschile»

Ventimiglia. Mauro Giampaoli di Attac Imperia commenta l’ennesimo femminicidio che questa volta ha avuto la città di confine come teatro della tragedia:

«L’ennesimo femminicidio si è consumato qualche giorno fa a Ventimiglia, luogo natale del Corsaro Nero nella narrazione di Salgari, ma soprattutto terra di confine, non per questo meno avventurosa, per il passaggio dei corpi in cerca di un domani migliore e come altri territori, per i diritti umani spesso violati, per le disuguaglianze di genere.

Sharon è stata uccisa a colpi d’arma da fuoco dal suo ex compagno, nel quartiere che più di altri nell’estremo ponente ligure è attraversato dal fenomeno migratorio. L’uccisione di una donna per mano di un uomo, non è un ‘raptus’ ne un gesto dettato dalla disperazione, ma un fenomeno endemico del patriarcato che da secoli permea la nostra cultura, seguendo logiche di potere/possesso che mettono l’uomo ai vertici delle gerarchie della nostra società.

Che si tratti di un corpo, di un bene o di lavoro, la logica della proprietà o del profitto individuale, connaturati nella cultura imperante, sono il terreno che alimenta la competizione a scapito delle relazioni. La pandemia ha visto triplicare in questi mesi di lockdown e di crisi epidemiologica i femminicidi a livello nazionale, così come le donne sono il 98% dei casi di licenziamento nel Paese.

Ciò a testimonianza che le condizioni di genere sono più di altre la ‘terra di confine’ della società, una società patriarcale e capitalistica che pone al centro la gerarchia di valore e riconoscimento, anche economico, della produzione e della ri-produzione. Una caratteristica specifica dell’oppressione delle donne e di altri gruppi ‘fragili’ nelle società di mercato.

Per un nuovo modello di comunità, occorre anteporre i bisogni altrui ai nostri, il ‘prendersi cura’ alla predazione, la cooperazione alla competizione, il ‘noi’ dell’uguaglianza e delle differenze all’‘io’ del dominio e dell’omologazione. Oggi più che mai, ad un sistema che tutto subordina all’economia del profitto, dobbiamo tutte e tutti contrapporre la costruzione di una società della cura. Accanto a un processo di liberazione femminile, occorre dare impulso ad una rivoluzione culturale e delle coscienze maschile, poiché la violenza contro le donne ci riguarda come un virus libero di agire in un corpo sociale.

Prendendo in prestito le bellissime parole di Marie Moïse , attivista e dottoranda in filosofia politica dell’Università di Padova e Tolosa: “Quando la cura viene rivolta non più alla fonte di violenza o sfruttamento, ma verso le altre vite inquiete e in apprensione, la forza subalterna si accumula e l’asimmetria di potere inizia a vacillare”. “… Per quanto voi vi crediate assolti siete lo stesso coinvolti…” F. De André».