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Dantedì, lo scritto del docente ventimigliese Davide Barella per celebrare la giornata di Dante

"La Commedia e la Liguria", inedito del noto scrittore e drammaturgo dedicato al sommo poeta

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Ventimiglia. Per il “Dantedì“, giornata dedicata a Dante Alighieri, pubblichiamo un inedito scritto da Davide Barella, docente di Lettere alle scuole superiori, per l’IIS “Fermi Polo Montale” di Ventimiglia e l’IIS “C.Colombo” a Taggia. Barella è anche noto  scrittore, saggista e curatore editoriale. Da ventidue anni si occupa di teatro sociale e drammaturgia scolastica.

Dantedì: la Commedia e la Liguria

25 marzo, Dantedì, il giorno del 1300 in cui si stima incominciò il viaggio di Alighieri nella Commedia.
Un giorno estremamente particolare, perché cade nel 700esimo anniversario della morte del Sommo Poeta. In fondo, lo hanno concepito per quello.
Vi propongo due curiosità che riguardano Dante, la Commedia e la Liguria, per scoprire o riscoprire alcune notizie che magari abbiamo abbandonato nel cassetto della memoria, e che interessano la nostra terra.
La prima è sul passaggio ideale che il Sommo Poeta fece attraverso la regione,
perché proprio della via Iulia Augusta, probabilmente, parla nel Canto III del Purgatorio (49, 51). L’ascesa al monte, tortuosa e irta, quasi inaccessibile, gli ricorda la strada che unisce Lerici a La Turbie. Suggerisce nulla la cosa? E, particolare simpatico (dipende sempre naturalmente dai punti di vista…), sembra che la viabilità, dal 1300, non sia praticamente migliorata!
Eccovi le terzine dedicate da Dante alla nostra terra:
Noi divenimmo intanto a piè del monte:
quivi trovammo la roccia sí erta,
che ’ndarno vi sarien le gambe pronte.
Tra Lerice e Turbia, la piú diserta,
la più rotta ruina è una scala,
verso di quella, agevole e aperta.
«Or chi sa da qual man la costa cala»
disse ’l maestro mio, fermando il passo,
«sí che possa salir chi va senz’ala?»
La seconda è sui personaggi liguri presenti nell’opera. Corregionale ospite della Commedia è Adriano V, Papa battezzato Ottobono intorno al 1210, appartenente alla famiglia dei Fieschi, potentissimo casato genovese già dei Conti di Lavagna. Dante lo colloca nel Purgatorio, fra avari e prodighi, probabilmente per un equivoco, confondendolo, o forse no (lo scopriremo oltre) con Adriano IV, come chiarito in tempi successivi da Petrarca.
Siamo nella V Cornice, Canto XIX. Le anime purganti sono rivolte a terra, perché in vita hanno preferito i beni terreni a quelli spirituali. Si tratta della pena più dura fra quelle inflitte dal contrappasso dantesco dell’intero percorso di espiazione verso il Paradiso.
La cosa che può interessarci direttamente è che all’epoca, a Genova, vi era la netta contrapposizione fra la famiglia di Adriano, i Fieschi, alleati con i Grimaldi, casati a capo della fazione guelfa (quindi sostenitori del potere spirituale legato al papato) e le famiglie Doria e Spinola, filoimperiali e guide della fazione Ghibellina. Il Poeta, “Ghibellin fuggiasco” come lo definì Ugo Foscolo ne “I Sepolcri”, era Guelfo Bianco, aderente a quella corrente che, strizzando l’occhio al potere temporale, non escludeva tuttavia una pacifica convivenza con il Papa.
Che quindi, viste le opposte militanze, si tratti di una “svista” volontaria? Illazioni mie, magari maliziose, ma nulla più.
Queste, per concludere, le terzine “liguri” in questione della Commedia:

Ed elli a me: «Perché i nostri diretri
rivolga il cielo a sé, saprai; ma prima
scias quod ego fui successor Petri.
Intra Sestri e Chiaveri s’adima
una fiumana bella, e del suo nome
lo titol del mio sangue fa sua cima.
Un mese è poco più prova’ io come
pesa il gran manto a chi dal fango il guarda,
che piuma sembran tutte l’altre some.
La mia conversione, omè!, fu tarda;
ma, come fatto fui roman pastore,
così scopersi la vita bugiarda.
Vidi che lì non s’acquetava il core,
né più salir potiesi in quella vita;
per che di questa in me s’accese.
Fino a quel punto misera e partita
da Dio anima fui, del tutto avara;
or, come vedi, qui ne son punita.
Quel ch’avarizia fa, qui si dichiara
in purgazion de l’anime converse;
e nulla pena il monte ha più amara.
Sì come l’occhio nostro non s’aderse
in alto, fisso a le cose terrene,
così giustizia qui a terra il merse.
Come avarizia spense a ciascun bene
lo nostro amore, onde operar perdési,
così giustizia qui stretti ne tene,
ne’ piedi e ne le man legati e presi;
e quanto fia piacer del giusto Sire,
tanto staremo immobili e distesi.

[Davide Barella in una foto di repertorio]

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