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“Barella non deve morire”, lo scrittore ventimigliese racconta la sua lotta contro il Covid

«Per il momento, caro microbo cinese di merda, hai perso. Magari alla fine la guerra la vinci tu, ma per ora sono qui, e a farti fottere vai tu, è il tuo turno»

Ventimiglia. “Barella non deve morire”. E’ il titolo del racconto scritto da Davide Barella, 48 anni, scrittore di Ventimiglia ed esperto di Emilio Salgari che narra la sua battaglia contro il Covid-19. Uno scritto duro e crudo, un pugno nello stomaco, quello di Barella, che non usa mezze parole per raccontare agli altri la propria drammatica esperienza: da quando la malattia è insorta al peggioramento, fino alla guarigione completa.

Di seguito il testo:

Questa non è stata una battaglia. Questa è stata LA GUERRA. Otto giorni di sorveglianza medica domiciliare, il degenerare, la febbre a 40, il respiro che non si chiude più. Le allucinazioni, gli animali che la notte ti mangiano la faccia. La paura di morire, poi la voglia di morire. Il limite. La corsa in ospedale, la polmonite interstiziale, i dolori in ogniddove, la recidiva del morbo di Crohn. 11 flebo al giorno, un ciclo violento aggressivo di farmaci, le braccia che sono un colabrodo di ematomi. Dopo una settimana di combattimento senza pietà ecco la crisi più dura, vegliato da Miriam fino alle 4 e mezzo del mattino, mi ha tenuto la mano, alla quarta flebo coi granuli sotto la lingua coi medici di guardia a pilotare quello che da protocollo è stato il tentativo del virus di difesa estrema. In quel momento ho pensato, si, lo confesso, vaffanculo, non vedrò mai più mia figlia e mia moglie, il mio nipotino. Game over, fine di tutto. Suggestioni anche di un anno di terrorismo mediatico e psicologico. Ansia, retorica, paura, e un male che non può essere descritto a parole. Poi la ripresa, flebo dopo flebo, tanto cibo buono, tante proteine, i miei compagni di stanza, centinaia di messaggi e telefonate, affetto, amore, amicizia, tutti i giorni.
Due settimane in isolamento dal mondo, sigillato in una stanza con le sbarre, poca aria, tanto neon, fuori da tutto. Medici, infermieri, OSS. Quanti amici, quante palle a spigoli, che carattere. Gente con un cuore enorme, gente che se l’è fatto il virus, soffrendo come me. Più di me.
Non è finita. Ora sono finalmente a casa e dovrò fare dieci giorni di terapia a scalare, sotto sorveglianza, poi ricontrollare tutto e revisionare i polmoni malconci. Da malato cronico ne ho vissute tante, ho nuove cicatrici interne e una testa da ricostruire, perché saltano pure le rotelle.
Per il momento, caro microbo cinese di merda, hai perso. Magari alla fine la guerra la vinci tu, ma per ora sono qui, e a farti fottere vai tu, è il tuo turno.