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Imperia, salta l’appuntamento tra gli studenti e il prefetto Intini. La Talpa: «Era impegnato con l’organizzazione del Festival»

«Dal presidente della Provincia Domenico Abbo risposte insufficienti»

Imperia. «Gli studenti di Imperia, reduci da un anno pandemico, organizzano una protesta nel totale rispetto delle norme vigenti (non stiamo dunque parlando di deliranti negazionisti o incoscienti menefreghisti) e chiedono un incontro con il prefetto Alberto Intini». E’ l’inizio di una lunga lettera che i giovani del Centro sociale “La Talpa & L’orologio” indirizzano alle istituzioni, in particolare al prefetto e al presidente della Provincia Domenico Abbo, delusi per non essere stati ricevuti dal primo ed aver avuto, a loro detta, risposte insufficienti dal secondo.

«Perché -prosegue la missiva-   per rivendicare diritti basilari inerenti l’istruzione, oggi, bisogna prima parlare con il Prefetto. E’ triste, ma è così. Abbiamo permesso che fosse così tutte le volte che non ci siamo fatti carico delle richieste in merito all’edilizia scolastica, alla riduzione di alunni per classe, all’assunzione di nuovi docenti e personale ata, ogni volta, ed è successo spesso, che la scuola ci è sembrata l’ultimo dei problemi probabilmente perché non produceva ricchezza nell’immediato. L’incontro viene loro accordato, comunque, e fissato per l’8 febbraio.

Solo che l’8 febbraio il Prefetto non c’è: è impegnato con l’organizzazione per il Festival di Sanremo. Per carità, impegni istituzionali. In fondo siamo in emergenza. Certo il Festival della Canzone Italiana in programma per marzo non può fare a meno del signor Prefetto per due ore mattutine di un lunedì d’inizio febbraio.

Gli studenti incontrano comunque il presidente della provincia: gli espongono problematiche didatticamente ineccepibili a proposito degli orari delle lezioni, esternano malesseri legati alla didattica a distanza, denunciano mancanze, manifestano perplessità. Parlano con cognizione di causa di tutta una serie di criticità importanti legate al territorio e agli istituti in cui studiano, danno voce ad un profondo disagio, ma sono anche propositivi. Hanno vent’anni, hanno appena passato un anno fra lockdown e Dad. E hanno ragione.

Vogliono (perché lo chiedono proprio) dialogare con le istituzioni. Solo che le “istituzioni”, nella figura del malcapitato p residente della provincia, rispondono chiosando sui decreti, parlando di autobus ed abbonamenti mensili ai trasporti. “E’ stato un incontro proficuo”, si legge sui giornali.

Gli insegnanti, intanto, alzano il pollice sui social, solidali con le istanze portate avanti dagli allievi, ma pubblicamente tacciono. Dei dirigenti scolastici, poi, si sono perse le tracce ormai anni addietro. Del dialogo millantato, insomma, non c’è traccia alcuna.

Certo, la dinamica in atto non è nuova, così come non lo è l’atteggiamento paternalistico ed accondiscendete delle “istituzioni”, ma nel riassumere i fatti a noi viene in mente una certa saggezza millenaria che ricorda a tutti che “quando il dito indica la luna, l’imbecille guarda il dito”. Perché di strano c’è che quando si rivendica un sacrosanto diritto allo studio, quando sul piatto si mettono l’educazione, l’istruzione e soprattutto la volontà di fruirne, non si risponde parlando solo di biglietti del bus.

Si deve rispondere senza esitare che sarà priorità garantire classi meno numerose dall’anno prossimo, si devono indicare edifici che diventeranno nuove scuole, si devono promettere e sottoscrivere investimenti che non riguardino il numero di computer, ma quello degli insegnati. E, nell’immediato, si deve dimostrare che nonostante l’emergenza, l’accesso all’istruzione vale più del Festival di Sanremo, sotto ogni punto di vista.

Di strana ed inaccettabile c’è la logica alla base di tutto questo, la quale produce un mondo storto in cui ciò che è pubblico e bene comune passa sistematicamente in secondo piano, dall’istruzione alla sanità, dalla cultura alla socialità. Un mondo che si riempie la bocca del disagio adolescenziale, ma che agli adolescenti non garantisce neppure la possibilità di andare a scuola in sicurezza e serenità. Un mondo che non investe sul futuro, perché il futuro non è produttivo. Meno male che almeno gli studenti paiono avere ben chiara la situazione e non sembrano intenzionati ad accettarla. Guardano la luna, loro».