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Giornata del ricordo, Vallecrosia rende omaggio ai martiri delle foibe foto

La commemorazione si è tenuta presso la lapide posta davanti alla stazione ferroviaria

Vallecrosia. Oggi, mercoledì 10 febbraio, alle 10,30, presso la lapide che ricorda i martiri delle foibe posta davanti alla stazione ferroviaria di Vallecrosia, l’amministrazione comunale, insieme alla sezione dell’Associazione Nazionale Alpini e agli esuli giuliani, istriani e dalmati, ha voluto commemorare la Giornata nazionale del ricordo.

La delegazione comunale era guidata dal sindaco Armando Biasi, accompagnato dal vicesindaco assessore Marilena Piardi e dall’assessore Antonino Fazzari. Erano inoltre presenti i consiglieri comunali Fabio Perri e Giovanna Simonetta. La Regione era rappresentata dalla consigliera regionale Veronica Russo. Tra gli ospiti il Generale di corpo d’armata a riposo Marcello Bellacicco e vari altri ufficiali superiori a riposo delle forze armate.

Nel rispetto della normativa vigente sulla prevenzione dal contagio e sul distanziamento sociale era comunque presente il presidente della sezione della Val Verbone degli Alpini in congedo, Giuseppe Turone, con alcuni soci e una piccola rappresentanza dei discendenti degli esuli residenti sul territorio. Si è dovuto necessariamente organizzare un momento meramente simbolico date le restrizioni imposte dalla prevenzione del contagio ma nulla è stato tolto, dalla sobrietà e dalla celerità, alla solennità della commemorazione.

Il Sindaco di Vallecrosia, riportando le parole del presidente della Repubblica Sergio Mattarella, ha precisato nel suo discorso che era doveroso illustrare, far rivivere e comprendere il senso della Giornata del ricordo. Lo si doveva a migliaia di esuli italiani, ai loro figli, nipoti e pronipoti, lo si deve soprattutto ai nostri giovani affinché gli orrori del passato non si ripetano.

Celebrare questo momento significa rivivere una grande tragedia italiana, accaduta allo snodo del passaggio tra la II guerra mondiale e l’inizio della guerra fredda. Un capitolo buio della storia nazionale e internazionale, che causò lutti, sofferenze e spargimento di sangue innocente. Sul territorio italiano, almeno in larga parte, la conclusione del conflitto contro i nazifascisti sanciva la fine dell’oppressione e il graduale ritorno alla libertà e alla democrazia, un destino di ulteriore sofferenza attendeva però gli Italiani nelle zone occupate dalle truppe jugoslave.

Un destino comune a molti popoli dell’Est Europeo: quello di passare, direttamente, dalla oppressione nazista a quella comunista, come di sperimentare, sulla propria vita, tutto il repertorio disumanizzante dei grandi totalitarismi del Novecento, diversi nell’ideologia, ma così simili nei metodi di persecuzione, controllo, repressione, eliminazione dei dissidenti. Un destino crudele per gli italiani dell’Istria, della Dalmazia, della Venezia Giulia, attestato dalla presenza, contemporanea, nello stesso territorio, di due simboli dell’orrore e del genocidio, prima nazi-fascista e poi del regime Jugoslavo: la Risiera di San Sabba e le Foibe.

La zona al confine orientale dell’Italia, già martoriata dai durissimi combattimenti della Prima Guerra mondiale, assoggettata alla brutalità del fascismo contro le minoranze slave e alla feroce occupazione tedesca, divenne, su iniziativa dei comunisti jugoslavi, un nuovo teatro di violenze, uccisioni, rappresaglie, vendette contro gli italiani, lì da sempre residenti.

Non si trattò, come qualche storico negazionista o riduzionista ha voluto insinuare, di una ritorsione contro i torti del fascismo. Perché tra le vittime italiane di un odio, comunque intollerabile, che era insieme ideologico, etnico e sociale, vi furono molte persone che nulla avevano a che fare con i nazi-fascisti e le loro persecuzioni.

Tanti innocenti, colpevoli solo di essere italiani e di essere visti come un ostacolo al disegno di conquista territoriale e di egemonia rivoluzionaria del comunismo “titoista”. Erano impiegati, militari, sacerdoti, donne, insegnanti, partigiani italiani che avevano combattuto insieme a quelli slavi contro i tedeschi, antifascisti, persino militanti comunisti conclusero tragicamente la loro esistenza nei durissimi campi di detenzione, uccisi in esecuzioni sommarie o addirittura gettati, vivi o morti, nelle profondità delle foibe. Il catalogo degli orrori del ‘900 si arricchiva così del termine, spaventoso, di “infoibato”.

Al termine della guerra l’aggressività del nuovo regime comunista costrinse i civili italiani, già perseguitati dai partigiani slavi dal 1943 al 1945, con il terrore, violenze di ogni genere, ruberie e la persecuzione etnica, ad abbandonare le proprie case, le proprie aziende, le proprie terre. Chi resisteva, chi si opponeva, chi non si integrava nel nuovo ordine totalitario spariva, inghiottito nel nulla.

Essere italiano, difendere le proprie tradizioni, la propria cultura, la propria religione, la propria lingua, in quelle terre testimoniato in pace da secoli, era motivo di sospetto e di persecuzione. E’ inutile andare a sottilizzare sul termine: si trattò di un genocidio vero e proprio.

Solo dopo la caduta del muro di Berlino – il più vistoso, ma purtroppo non l’unico simbolo della divisione europea – una paziente e coraggiosa opera di ricerca storiografica, non senza vani e inaccettabili tentativi di delegittimazione, ha fatto piena luce sulla tragedia delle foibe e sul successivo esodo, restituendo questa pagina strappata alla storia e all’identità della nazione.

L’istituzione, nel 2004, del Giorno del ricordo, votato a larghissima maggioranza dal Parlamento, dopo un dibattito approfondito e di alto livello, ha suggellato questa ricomposizione nelle istituzioni e nella coscienza popolare. Ricomposizione che è avvenuta anche a livello internazionale. Oggi, in quei territori, da sempre punto di incontro di etnie, lingue, culture, con secolari reciproche influenze, non ci sono più cortine, né frontiere, né guerre.

Al posto dei reticolati c’è l’Europa, spazio comune di integrazione, di dialogo, di promozione dei diritti, che ha eliminato al suo interno muri e guerre. Oggi popoli amici e fratelli collaborano insieme nell’Unione Europea per la pace, il progresso, la difesa della democrazia, la prosperità.

L’Amministrazione Comunale di Vallecrosia già nel 2019 aveva voluto dedicare, in collaborazione con l’Associazione Nazionale Alpini e con le organizzazione degli esuli, la targa dedicata ai Martiri delle Foibe e nel febbraio del 2020 aveva condotto il Consiglio Comunale dei Ragazzi della cittadina a visitare quei luoghi del confine orientale come momento pedagogico di riconciliazione e per testimoniare gli orrori di tutti i genocidi.

Anche quest’anno il Comune di Vallecrosia, l’Associazione Nazionale Alpini e i tanti discendenti degli esuli giuliani, istriani e dalmati residenti sul territorio non potevano non commemorare questa data: l’Italia è rinata dopo la Guerra e la sofferenza, si supererà insieme anche questo impegnativo momento che vede tutta l’umanità soffrire.