Impatto della pandemia sulla salute mentale, dottor Ardissone (Asl1): «Malessere legato a incertezza»

Massima attenzione a giovani e giovanissimi che necessitano più di tutti di socialità. Per gli anziani, dopo l'emergenza, necessità di "riabilitazione"

Sanremo. Ogni giorno, da quasi un anno, sentiamo parlare di Covid-19: notizie relative a numero di nuovi casi, decessi legati al virus, tamponi e vaccini si susseguono senza sosta da quando il Coronavirus è entrato nelle vite dei cinesi prima e del resto del mondo poi. Spesso, inoltre, vengono evidenziate le ricadute economiche dovute al lockdown e ai provvedimenti di volta in volta presi dal governo centrale per arginare la diffusione dei contagi. Ma c’è un altro aspetto che va tenuto in considerazione per l’importanza che riveste, un aspetto che, però, al momento viene trattato in modo marginale se non del tutto dimenticato ed è l’impatto della pandemia sulla salute mentale delle persone.

intervista ardissone

Ad approfondire questo delicato tema è stato il dottor Giancarlo Ardissone, direttore del Dipartimento integrato Salute mentale e Dipendenze dell’Asl1 Imperiese.

«Viviamo un momento estremamente drammatico – ha esordito Ardissone – All’inizio dell’anno scorso nessuno poteva pensare che potesse succedere una cosa del genere. Viviamo in una condizione di estremo disagio per l’incertezza, la confusione. Abbiamo capito che le cose che erano sicure fino a un anno fa, improvvisamente hanno perso tutta una serie di sicurezze. Sentiamo commenti, soprattutto in televisione, di specialisti che rappresentano una realtà estremamente critica sia dal punto di vista medico che economico. Dato che il fondamento della nostra salute mentale è la sicurezza, in una dimensione come quella che stiamo vivendo, le persone, anche quelle che hanno un’ottima resilienza e quindi un’ottima capacità di sopportare situazioni difficili, possono essere messe in crisi. E a maggior ragione le persone che di per sé hanno una fragilità presentano tutta una serie di disturbi come ansia, depressione, disturbi del sonno e faticano molto a poter affrontare anche la realtà quotidiana».

A pesare, più di ogni altra cosa, è la mancanza di legami, di socialità, di momenti di incontro che sono fondamentali all’uomo per esprimere se stesso come individuo e all’interno della società. «L’indicatore più efficace della salute mentale è la numerosità delle nostre relazioni – spiega il professore -. Più relazioni positive io ho con le persone, più riesco a interagire con le persone, e più riesco ad avere una buona condizione di benessere: questa situazione di contagio ha messo in durissima prova tutto questo». Insomma, se da una parte le misure di distanziamento sociale sono necessarie per arginare i contagi, dall’altra sono dannose all’equilibrio psicofisico delle persone. Soprattutto dei soggetti più fragili e dei giovani e giovanissimi. E’ a loro che, una volta terminata l’emergenza Covid, bisognerà dedicare maggiore attenzione. «Il nostro cervello è un organo estremamente plastico che ha la possibilità di assumere tutta una serie di informazioni e potersi veramente consolidare e creare con un certo tipo di assetto – dichiara Ardissone -. Questo è estremamente importante nell’infanzia, nell’adolescenza, nell’età giovanile. La maturazione del cervello termina intorno ai 25 anni. Perciò questa situazione dettata dal Covid avrà sicuramente un rimbalzo estremamente problematico nei ragazzi, nei bambini e negli adolescenti, dovuto all’impossibilità di potersi frequentare, toccare e di condividere in una maniera affettiva tutta una serie di emozioni. Questo ricordo non sparirà in tempi molto brevi e sarà un qualcosa che dovrà essere affrontato. Per certi sarà addirittura una condizioni traumatica che dovrà anche essere curata per ristabilire una normale capacità di socializzare. Questo, credo, sia il campo di cui, tra qualche mese, quando la situazione sarà normalizzata, ci dovremmo occupare».

Se al momento, l’attenzione maggiore è riservata agli effetti “fisici” del Covid-19 e a quelli economici, arriverà il momento, dunque, in cui «dovremo affrontare la ripresa che ci farà vedere un mondo che sicuramente sarà molto diverso da quello che era a inizio 2020 – spiega il primario – E molte persone, a mio avviso, dovranno essere aiutate, anche da specialisti, per poter riprendere la loro vita, facendo in modo che abbiano la possibilità di socializzare nella maniera più adeguata».

Oltre ai giovani, particolare attenzione va riservata agli anziani, rimasti completamente isolati per interi mesi per essere protetti da un virus per loro particolarmente letale: «Credo che siano loro, soprattutto quelli ricoverati nelle Rsa, le persone che maggiormente hanno sofferto – dice Giancarlo Ardissone Perché non avuto la possibilità di trovare conforto con i propri familiari e ricevere le visite di parenti più o meno stretti. Molte persone sono morte da sole, senza nessun tipo di conforto.  Questo ha creato un grandissimo disagio in loro e nelle loro famiglie ed è anche uno di quegli aspetti che genera una condizione post-traumatica. Nei familiari di persone che sono state afflitte dal Covid e sono poi mancate (e sono più di 70mila in Italia) fondamentalmente si genera un senso di preoccupazione molto grande. 
Bisogna  dunque riservare attenzione agli anziani, per far sì che, al momento della ripresa, abbiano un certo tipo di riabilitazione».

La situazione non è certo rosea nemmeno per le persone adulte: c’è chi si è trovato senza un lavoro, chi ha dovuto mettere in cassa integrazione i propri dipendenti e chi ha visto sconvolta la propria routine dallo smart working: «Lo smart working all’inizio era considerato una cosa buona – spiega il dottor Ardissone – “Me ne sto a casa, lavoro, forse anche più di prima, e riesco anche ad avere dei vantaggi”, si pensava. Però questo poi non permette quella comunicazione, quella socializzazione che si ha anche nell’ambiente di lavoro e perciò ad un certo punto inaridisce. Anche la stessa attività, che può anche essere molto piacevole, diventa poi una cosa di routine e genera anche questo una difficoltà. Non credo che lo smart working, così come le lezioni a distanza, abbiano da un punto di vista psicologico un reale vantaggio, neanche da un punto di vista economico, secondo me. Noi siamo degli esseri gregari, che vivono in gruppo: abbiamo bisogno di socializzare, diamo delle energie alle persone che stanno insieme con noi e ne riceviamo altre da loro, perciò se perdiamo questo entriamo in una situazione di difficoltà».

Per quanto riguarda gli effetti diretti della pandemia sul dipartimento diretto dal dottor Ardissone, si può parlare, genericamente, di una diminuzione sia di casi trattati in ambulatorio che di ricovero. Ma questo non vuol dire, ovviamente, che le problematiche psichiatriche siano scomparse. Da una parte, i numeri tengono giocoforza conto del riassetto delle strutture ospedaliere e della diminuzione dei servizi legati all’emergenza sanitaria, così focalizzata a combattere un nemico, soprattutto all’inizio, completamente sconosciuto. «Anche i nostri pazienti – dichiara il medico – Temevano di dover affrontare il rischio di andare in ospedale, di recarsi in ambulatorio. Abbiamo cercato di trovare tutta una serie di accorgimenti per evitare gli assembramenti. Nella sala d’attesa, ad esempio, non può tenere più di 4 persone. Gli stessi colloqui sono diminuiti». Dall’altro lato c’è chi, proprio per evitare di andare da un medico, ha optato per un rimedio fai da te: «La situazione attuale  – aggiunge – Ha fatto sì che molti andassero in farmacia a richiedere una terapia in modo autonomo, quindi acquistando un ansiolitico o cercando un rimedio per dormire la notte». Questo perché, come anche rilevato da alcune indagini su campioni di popolazione effettuate dal Centro di Riferimento per le Scienze Comportamentali e la Salute mentale dell’ISS (Istituto Superiore di Sanità), durante il lockdown sono aumentati i livelli di ansia, depressione e sintomi legati allo stress, soprattutto nei soggetti di sesso femminile. Inoltre, la durata dell’esposizione al lockdown ha rappresentato un fattore predittivo significativo del rischio di presentare peggiori sintomi ansioso-depressivi. Tra i principali determinanti della cattiva salute mentale c’è anche la perdita di produttività lavorativa.

Un dato confortante, anche se solo “temporaneo”, è che non sono aumentati i suicidi: «Quando tutti stanno male – spiega il professore – Nelle persone che di solito stanno male quando tutti gli altri stanno bene, diminuiscono i sintomi di tipo psichiatrico: gravissime depressioni, tentativi di suicidio o suicidio. Durante le guerre, ad esempio, la patologia psichiatrica non scompare, però diciamo che si nasconde un pochino e fondamentalmente non diventa così manifesta. 
Nel momento in cui le persone cominciano a star meglio, e sicuramente quando questo Covid finirà, ci sarà un rimbalzo positivo, molti si approprieranno di una serie di cose che in questo momento sono perdute, le persone più fragili si accorgeranno di questo distacco e aggraveranno la loro situazione di fragilità e sicuramente ne potrà conseguire un aggraveranno della loro sintomatologia».