Archeonervia fa scoperta archeologica sul Monte Faudo: una stele intrisa di incisioni simboliche foto

Una preghiera per implorare la pioggia

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Imperia. «Non paghi della scoperta di un altare sacrificale e di un menhir nei pressi del Santuario di Lampedusa nel comune di Catellaro, recentemente siamo tornati sul luogo per compiere un’escursione tra storia e natura sul Monte Faudo, rilievo di interesse archeologico per la presenza di un castello e i resti di caratteristiche caselle in pietra a pseudo volta di origine molto antica diffuse in tutti i paesi che si affacciano sul Mediterraneo.

Raggiunto il Santuario dove si incrociano paesaggi meravigliosi sui monti circostanti con sullo sfondo il mare, per circa un’ ora abbiamo seguito il percorso di uno sterrato che accompagnava le ondulazioni del paesaggio collinare invaso dalla macchia mediterranea, dopo di che, raggiunto un sentiero, ci siamo inoltrati in un bosco ombroso di castagni dove l’escursione prevista, senza alcun rimpianto, improvvisamente si è dovuta interrompere a causa di una scoperta unica e sensazionale: una stele di cm 135 di altezza interamente coperta su tutti i quattro lati da una fitta rete di incisioni, orizzontali scaliformi, quadrangolari, oblique e diagonali che si incrociano che hanno una sorprendente analogia con le decorazioni realizzate su del vasellame di uso quotidiano della cultura dei Vasi a Bocca Quadra fiorita nel IV millennio a.C. in Liguria seguita un millennio dopo dalla cultura di Chassey Lagozza.

Incisioni realizzate probabilmente con una punta sottile metallica metafora della pioggia, espressione simbolica di una compagine sociale strutturata sulla base di una economia agricola e pastorale che gli studiosi di preistoria hanno tendenza ha interpretare come una preghiera rivolta al cielo per implorare la pioggia che feconda la Terra Madre. Reperto archeologico probabilmente unico nel panorama del Neolitico Europeo che in un paese normale dovrebbe trovare spazio in un museo di preistoria come gli oltre 60 reperti archeologici amovibili già documentati nel corso di lunghi anni di ricerche. Appello del tutto inutile destinato a rimanere relegato nel libro dei sogni in quanto è noto che la Soprintendenza non vorrà mai piegarsi a valorizzare un patrimonio archeologico frutto di lunghi anni di ricerche di un gruppo di volontari che non gli hanno concesso di mettere il cappello sopra e trasgredito agli ordini di sospendere le ricerche.

Tanto meno i nostri amministratori ben consapevoli che nel caso venisse istituito un Parco Archeologico come è stato fatto in un contesto simile in Puglia, Sicilia e Sardegna, si troverebbero a piangere la perdita di migliaia di voti dei cacciatori e dei motociclisti a cui è concesso in totale violazione della normativa regionale di scorrazzare e distruggere impunemente l’acciottolato delle mulattiere, patrimonio archeologico imprescindibile dell’entroterra.

Tuttavia mio malgrado rimango ottimista perché sono certo che questa congiura del silenzio assordante che si trascina da anni nelle alte sfere istituzionali, tra qualche decennio, quando molti reperti purtroppo saranno andati perduti, finirà per soccombere sotto la spinta di una nuova coscienza culturale e ambientalista che imporrà di valorizzare questa preziosa eredità che racchiude in sé millenni della nostra storia» – fa sapere Andrea Eremita di Archeonervia.

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