Omicidio a Ventimiglia, i dettagli del delitto nelle intercettazioni dei carabinieri foto

«’sto furgone puzza di cadavere». Nelle intercettazioni le prove del delitto

Ventimiglia. Due colpi di arma da fuoco, di cui uno alla nuca. E’ così che è stato ammazzato Joseph “Giuseppe” Fedele, 60 anni, residente a Beausoleil. Ucciso con la «complicità di “persone non ancora identificate”», come si legge nell’ordinanza di custodia cautelare firmata dal gip del tribunale di Imperia che ha portato in carcere Domenico Pellgrino, 27 anni, di Bordighera, figlio di Giovanni Pellegrino (condannato in via definitiva assieme ai fratelli Maurizio e Roberto) e agli arresti domiciliari Girolamo Condoluci, 44 anni, di Bordighera, accusato di favoreggiamento.

Nelle venti pagine di misura cautelare, che contengono le prove del delitto, il gip ritiene che Pellegrino non abbia agito da solo e che la vittima sia stata attinta da più proiettili, di cui uno calibro 6.35,  «di cui uno in sede non determinata, uno diretto alla parte sommitale del capo, e con un altro proiettile di calibro superiore tirato come colpo di grazia alla nuca».

METODO MAFIOSO. Il delitto sarebbe avvenuto con «modalità tipicamente adottate da appartenenti a sodalizi di ‘ndrangheta (con la vittima fatta inginocchiare e poi raggiunta da un colpo alla parte superiore del cranio e un successivo colpo alla nuca) – si legge nell’ordinanza – tali da richiamare alla mente e alla sensibilità del soggetto passivo il comportamento tipico di chi appartiene a un sodalizio ndranghetista». A Condoluci viene imputato il fatto di aver aiutato Pellegrino a eludere le indagini, concorrendo, il 22 settembre scorso, con Pellegrino: «nel trasporto dell’automobile Mercedes classe A di proprietà e in uso a Fedele, dal comune di Ventimiglia, dove si trovava, al comune francese di Mentone, in tal modo indirizzando le indagini in territorio francese, aiutandolo a pulire l’interno del furgone Peugeot Expert intestato alla convivente (…), sul quale si trovavano tracce biologiche e i luoghi dove erano presenti tracce del delitto, fornendogli suggerimenti sulla versione dei fatti da tenere nel caso fosse stato interrogato dalla Autorità giudiziaria in proposito e sui suoi spostamenti e progettando con Pellegrino Domenico di dare fuoco al furgone, proposito non portato a termine, perché il veicolo veniva sequestrato dall’Autorità giudiziaria il 15.12.2020».

GEOLOCALIZZAZIONE. A geolocalizzare Joseph Fedele è stato il figlio della convivente che ha consultato l’account Gmail e quindi dell’uomo, risalendo all’ultima posizione in cui è stato captato lo smartphone associato all’account. Secondo la cella telefonica agganciata, l’uomo si trovava a Calvo di Ventimiglia, dove è stato rinvenuto cadavere.

La convivente ha poi riferito agli inquirenti italiani, avvisati della scomparsa di Fedele, di aver notato un cambiamento nell’atteggiamento del compagno, che era apparso preoccupato già a partire da agosto. Fedele era persona nota sia alle forze dell’ordine francesi che a quelle italiane, perché coinvolto in passato in indagini per armi e stupefacenti e in rapporti “qualificati” con alcuni pregiudicati residenti nell’imperiese. In particolare, l’annotazione fa riferimento a una indagine della Dda di Reggio Calabria, del 2005 e a un’indagine della Procura di Sanremo in materia di stupefacenti. I militari, grazie alla collaborazione della polizia francese, hanno anche accertato che lo stesso aveva precedenti penali in Francia per traffico di stupefacenti e, per tali reati, aveva subito periodi di carcerazione oltrefrontiera. Fedele, secondo quanto riferito dalla polizia francese, era ancora attivo nel traffico di cocaina e hascisc, che si procurava a Nizza e rivendeva in Italia a trafficanti di origine calabrese.

IN FAMIGLIA. In una conversazione intercettata dai carabinieri, Maurizio Pellegrino spiega al nipote Domenico, ormai rassegnato all’idea di finire in carcere con l’accusa di omicidio, che andrà incontro ad una carcerazione non breve, ma avrebbe potuto limitare i danni raccontando di aver agito per legittima difesa: «Domenico devi andare a farti…adesso è una cosa lunga non è che finisci domani mattina eh bello mio ehh si sa che è una cosa lunga, mettiti l’anima in pace […] non ci puoi fare niente, ti devi …inc.. ormai, ci dovevi pensare prima […] che c’entra lo tua famiglia, è una cosa tua e basta, una cosa tua personale, una cosa tua che è successa, gli dici come è successo e basta in quel modo come hai detto, come i fatti come sono eh! i fatti come sono Domi! […] abbi pazienza, è una cosa bruttissima non è una cosa facile però.. portala come legittima difesa e basta! eh che vuoi fare.. […] ormai quello è successo, è una disgrazia Domenico, era meglio se non succedeva bello mio, siccome lo testa tua…la testa tua ti è andata a male […] ora te lo fai (ndr la galera) e vedi che devi fare […] ti metti li su una branda e dormi per un po’ di anni bello mio, non un giorno eh?! sappilo che non è un giorno.. […] mettitelo in testa che sedici anni li hai tutti da fare eh! Sedici anni li hai tutti da fare bello mio… […]se riesci con la legittima difesa riesci a prendere 4/5 anni eh! […]».

E ancora: «Vai via bello mio vedi che devi fare […] ehhh ohhh bello…sappiamo quello che facciamo, dobbiamo essere consapevoli dopo che si fanno le cose…L’haifatta?! E’successa lo disgrazia?! Eallora devi essere consapevole non devi andare a farti lo galera e ti prendi i giorni, e ti prendi quello che ti tocca, come ha fatto tuo zio, che sono andato via a testa bassa e mi sono fatto dieci anni e mi sono stato zitto e mi sono fatto lo mia… le tue sono cazzate le tue … le tue sono cazzate, hai 25 anni fra sei anni sei a casa, e vedi che cazzo devi fare ormai vai! Vai dall’avvocato! Non cambi mai mannaia lo madonna! [ ]».

LE PROVE«’sto furgone puzza di cadavere». E’ una delle frasi pronunciate da Girolamo Condoluci, 44 anni, e intercettate dai carabinieri di Imperia che ieri lo hanno arrestato insieme a Domenico Pellegrino, 27 anni, per l’omicidio di Joseph “Giuseppe” Fedele, 60 anni. Le indagini, iniziate lo scorso 21 ottobre, giorno del ritrovamento del cadavere di Fedele abbandonato in un canale di scolo a Calvo, frazione di Ventimiglia, hanno portato gli inquirenti a ricostruire quanto accaduto il 22 settembre scorso, quando la vittima dell’efferato omicidio,  in tutto e per tutto un’esecuzione in stile mafioso, è scomparsa nel nulla. 

Il furgone che «puzza di cadavere» è quello intestato alla convivente di Condoluci, ma di fatto utilizzato dall’uomo. Un Peugeot Expert con il portellone posteriore di un Citroen Jumpy: particolare, questo, che lo rende facilmente riconoscibile. Le telecamere installate a Bevera riprendono il mezzo che si avvicina al luogo dell’omicidio il giorno stesso della scomparsa di Fedele. 

E non è tutto, in altre intercettazioni, si sente Domenico Pellegrino chiedere a Condoluci se «il furgone è pulito». Ma in cambio ottiene la risposta di cambiare discorso e non pensarci più. Ma Pellegrino non riesce a farlo e, anzi, inizia a preoccuparsi seriamente di essere scoperto quando sui giornali, il 25 novembre, appare la notizia dell’identificazione del cadavere. «Hai letto oggi?», dice Pellegrino a Condoluci, che risponde: «noo…ho letto ma…noo, sta passando tutto». 

La paura aumenta quando viene pubblicata la notizia del ritrovamento dell’auto di Fedele, abbandonata a Mentone dai due complici. Pellegrino va dalla madre e le dice: «Ci sono arrivati […] Eccolo mamma», mostrando l’articolo del giornale online. La donna tenta di rassicurare il figlio: «Hanno scritto così ma tu che ne sai se è vero…». «Sì che è vero», risponde Pellegrino. 

Vista l’intenzione, manifestata dai due arrestati, a disfarsi del furgone dandogli fuoco («ma guarda che non resta niente, venti litri non resta niente Domenico […] ma non resta manco il telaio, con venti litri di benzina quando scoppia qua dentro ma tu sai cosa vuoI dire?! non resta niente, non ti preoccupare per quel/o te lo dico io fidati…») il 15 dicembre i carabinieri sequestrano il mezzo. Condoluci si preoccupa: « […] io cosa ci devo dire…io ci dico che io non so niente eh! faccio come abbiamo detto[…]vogliono il furgone! di andare su col furgone […] ma Domenico tu non hai capito adesso cosa è successo, quelli sono venuti che vogliono il furgone hanno visto… Vogliono a me vedrai che come arrivo mi mettono subito le manette! Che si pensano che sono io! Come cazzo faccio io adesso! Domenico….io….io ci dico che non so niente eh! […] Ma’ si pigliano il furgone eh! Per vedere il sangue!». «[…] dici che ce n’è ancora? (Il sangue, ndr) […] m’arrestano oggi». 

In caserma viene convocata anche la madre di Domenico Pellegrino, Nadia Barilaro, in quanto pure la sua auto era stata intercettata nei pressi del luogo del ritrovamento del cadavere. A bordo della vettura c’era il figlio. Pellegrino, la madre e lo zio Giuseppe Barilaro, cercano allora di trovare una scusa per giustificare la presenza di Domenico sul luogo dell’omicidio. Si potrebbe, ad esempio, raccontare ai carabinieri che Nadia aveva accompagnato il figlio nelle campagne di Bevera per chiudere il contatore temendo che, a causa della pioggia, eventuali smottamenti avessero danneggiato la tubazione: « […] tanto tu sei andato…che c’era una cosa per evitare che si rompesse il contatore… […] hai capito…perchéaveva paura che si portava via tutto […] il contatore è andato a chiudere… […] hai visto il muro e già ti era capitato che..con sto tempo… […] se uno poi vede che era così, è andato a chiuderlo…ti sembra che se si spacca qualche tubo si portava via tutto…Si spaccano i tubi sai che succede? Si porta una collina! Ci cadono… rompono pietre sopra, cose.. si staccano i tubi… […] tanto pioveva quel giorno no?! […]”. 

E non è tutto lo zio Maurizio, nel ricostruire i fatti che hanno portato all’omicidio, rimprovera il nipote di aver gestito male la situazione. L’incontro fa Domenico Pellegrino e la vittima poteva, a suo dire, essere gestito meno gravemente: «Non potevi andartene?! Che cazzo ti interessava…inc…è andata male …inc…una botta in una gamba a te e te ne andavi tu … Ma una reazione…Domenico…una reazione di questa, come gliela spieghi?!».

Che Pellegrino sia l’autore del delitto è confermato poi in una conversazione del 15 dicembre. Con il complice, viene messa a punto la versione finale da riferire all’avvocato: «Pellegrino ha sparato, ma per difendersi, e poi ha gettato l’arma nel fiume».

«Quanto al movente – si legge nella relazione – Un commento captato nel corso di una conversazione famigliare con la sorella (di Domenico, ndr) Roberta del 15 dicembre permette di avanzare l’ipotesi di un ruolo ancora da definire di un esponente di spicco delle famiglia Pellegrino. La ragazza, mentre si sta parlando della situazione del fratello e del rischio che finisca in carcere, rimprovera apertamente il fratello di essersi fidato dei consigli dello zio Roberto Pellegrino, attualmente in carcere perché condannato in via definitiva per violazione dell’art. 416 bis del codice penale: “L’ho sempre detto io … sempre … sempre […] di finirla .. di finirla … io lo mamma tutti … tutti di ascoltare tuo zio Roberto hai visto! … di ascoltare il grande eroe di tuo zio Roberto […] quello si che è un eroe un grande eroe”».