Emergenza finita? La parola al dottor Giovanni Cenderello che ha vinto il covid dentro e fuori l’ospedale Borea

Il primario di Malattie infettive di Sanremo: «C’è un cauto ottimismo, il virus sta diventando meno virulento»

Sanremo. Ha le lacrime agli occhi il dottor Giovanni Cenderello mentre ripercorre i giorni più bui della pandemia. Un confronto quotidiano con la malattia e la morte, un carico di lavoro estenuante. E poi la moglie e la figlia lontane, malate di covid-19. Primo ospite della nuova rubrica del nostro giornale, Mattino24, il primario del reparto di malattie infettive al Borea di Sanremo è uno dei grandi protagonisti di questo tempo. Un tempo sospeso, incerto, dove il personale sanitario si è trovato a fare turni anche di quindici ore in ambienti ad alto rischio di contrarre l’infezione.

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E se il peggio sembra essere passato, l’infettivologo avverte, «c’è un cauto ottimismo, il virus piano piano si sta abituando a noi e sta diventando meno virulento nei nostri confronti» ma «bisogna continuare con le buone pratiche quotidiane del lavarsi le mani, utilizzare la mascherina e se necessario anche i guanti». «L’autunno è una grande incognita per tutti – sottolinea ai nostri microfoni –. Se i numeri dei nuovi casi continueranno a scendere e quindi la penetrazione del virus nella popolazione continuerà a ridursi, è possibile che l’autunno sia più tranquillo. Sicuramente ci saranno momenti di ansia, perché potrebbe essere difficile distinguere una normale influenza dal coronavirus. Il mio consiglio è dunque quello di fare il vaccino antinfluenzale». Nonostante la ricerca stia facendo una corsa sfrenata contro il tempo, infatti, una cura efficace al 100% non è ancora stata trovata.

«Rispetto all’inizio, quando a nostra disposizione avevamo solo l’eparina e il cortisone, oggi abbiamo sicuramente più armi per combattere l’infezione – spiega il primario –. La scorsa settimana l’Agenzia del farmaco europea ha approvato il remdesivir (ndr antivirale nato per contrastare l’ebola) e nel giro di un mese circa potrà essere disponibile per tutte le unità operative ospedaliere. L’Agenzia italiana del farmaco, inoltre, ha deliberato un protocollo sul plasma che coinvolgerà anche le unità operative della Liguria. Quanto alla sicurezza di questi farmaci non ci sono dubbi, sulla loro efficacia i risultati li avremo più avanti. Ad oggi siamo abbastanza certi soprattutto per quel che riguarda il remdesivir». Notizie che alleggeriscono il dottor Cenderello, con il cuore ancora dentro l’incubo della pandemia. Perché per lui il coronavirus è stata una guerra non solo in corsia.

«Il primo caso di covid-19 è arrivato il 28 di febbraio – racconta –. Il 20 e 21 con tutto il personale abbiamo fatto il training per rivedere percorsi e manovre di vestizione e svestizione ma non eravamo pronti ad affrontare un’emergenza di simile entità. Nonostante ciò, fiore all’occhiello della nostra Asl è stato quello di contare in quattro mesi di epidemia nel reparto di Malattie infettive solo un medico e quattro infermieri contagiati. Nessuno era pronto ma tutti abbiamo reagito con grande professionalità, lavorando anche con scarse risorse a disposizione, dalle mascherine alle tute e ai camici impermeabili. L’indispensabile però ci è sempre stato fornito e abbiamo potuto proteggere il nostro personale, la cosa fondamentale».

Un’altra data che resterà per sempre impressa nella memoria del primario, è il 6 di marzo, giorno in cui sua moglie e sua figlia sono risultate positive al tampone». «Per fortuna sono riuscito a gestire la situazione e a curarle, seppur da lontano: si trovavano nella nostra casa di Genova. Sono riuscito a trattarle con le terapie che si usavano al momento, a fare tamponi e controlli grazie ai colleghi del Galliera. E’ stata dura, sono stato 60 giorni senza vedere mia figlia malata. Ma ne siamo usciti vincitori e oggi è pienamente guarita, così come mia moglie».