Don Rito Alvarez, il sacerdote che semina pace nelle piantagioni di coca dei narcos

Giovedì 16 luglio, in onda su Rai 3 la seconda puntata di Narcotica a lui dedicata

Sanremo. Vive da anni tra Ventimiglia e Sanremo, dove è diventato sacerdote, ma non ha mai dimenticato la propria terra e anche a quasi 10mila chilometri di distanza si batte per riscattare il suo popolo, ostaggio dei narcos e della guerriglia. Don Rito Alvarez, da poco nominato parrocco di San Rocco, a Vallecrosia, proprio da Sanremo nel 2007 ha fondato l’associazione Angeli di Pace che, grazie a volontari e finanziatori, tiene in vita il progetto Oasis de Amor y Paz: una fondazione che ospita oggi 100 tra bambini e ragazzi, strappati dalle mani dei narcotrafficanti che li usano come braccianti-schiavi nelle coltivazioni di coca.

don rito alvares

Una storia drammatica, quella che racconta don Rito, e che grazie al coraggio del giornalista Valerio Cataldi ha avuto lo spazio che merita in una serie di cinque puntate prodotta da Rai 3 e Tg 3, Narcotica, trasmessa alle 23,20 del giovedì. La prima puntata è andata in onda lo scorso 9 luglio. La prossima, quella del 16 luglio, sarà dedicata proprio al Catatumbo, la terra di don Rito.

«La situazione è drammatica – racconta il sacerdote cattolico – in quanto stiamo parlando di un territorio al nord est della Colombia, dove ci sono oltre 25mila ettari di coca. E chi ci lavora sono famiglie, in modo particolare bambini, sfruttati in queste piantagioni. Per questo dal 2007 ho iniziato una missione qui a Sanremo, mentre ero vice parroco nella chiesa degli Angeli, abbiamo iniziato questo cammino proprio per salvare questi bambini, offrire loro una alternativa e poterli formare in modo che diventino i protagonisti del loro territorio».

Mentre in Italia il consumo di droghe è sempre maggiore – tra il 2015 e il 2016, secondo i dati raccolti dall’Istat, si è registrato un incremento del 10 per cento di ricoveri in ospedale legati all’uso di stupefacenti – ci sono paesi, come la Colombia, dove la produzione di cocaina è il business principale di associazioni criminali che controllano i territori. E’ in questo clima che crescono molti bambini, tra la rabbia di aver visto uccidere i propri genitori e l’incertezza di un presente che non sembra avere futuro. E che forse non lo avrebbe, senza il contributo della fondazione di don Rito.

«La paura c’è sempre perché si lavora in un territorio di guerra, un territorio di narcos, un territorio difficile per tante cose – spiega don Rito -. Da una parte ci sono i narcos o i gruppi guerriglieri impongono le loro regole con le armi, con la forza, con la violenza, dall’altra ci siamo noi che invece facciamo un’opera di pace. La mia idea è che se io prendo un bambino, e questo bambino lo accompagno in un cammino di formazione, può diventare lui un protagonista di pace. E se viene istruito bene, se mette a fuoco le proprie capacità, può veramente cambiare un territorio. E la cosa che dico sempre è che non bisogna far arrabbiare i bambini. Quando sono arrivati i paramilitari, dal 1999 al 2005, hanno ucciso tante persone, tanti genitori. Quei bambini sono rimasti arrabbiati. Sono arrabbiati perché quando hanno visto uccidere il proprio papà, la propria mamma, loro hanno fatto quasi una promessa con se stessi: “Quando diventeremo grandi vogliamo vendicarci”. Invece quello che vorrei fare è seminare perdono, riconciliazione nel cuore di quei bambini arrabbiati e portarli su un sentiero di pace, perché non si continui a fomentare la guerra in questi territori».

Ci sono stati momenti difficili? «Sì parecchi. Nel 2011 è stato ucciso dai guerriglieri un mio nipote di 19 anni – risponde don Rito – I guerriglieri hanno poi detto che si erano sbagliati, ma dopo che un ragazzo di 19 anni è morto non c’è niente da fare. Qualche anno fa, all’ingresso della fondazione, è stata messa una bomba contro un gruppo di militari impegnati in un posto di blocco. Era sullo stesso sentiero che utilizzano i bambini tutti i giorni per andare a scuola. E’ stata una cosa molto spaventosa, ma per fortuna è stata scoperta, sono arrivati gli artificieri e l’hanno disinnescata. Ogni tanto mi dicono che vogliono sequestrarmi, per ora sono rimaste solo voci, parole. Ma siamo ben consapevoli che lavoriamo in un territorio di guerra, di narcos, dove sono più importanti i soldi delle persone».

La puntata di Narcotica dedicata al Catatumbo racconterà la storia di Edilio, un ragazzo di una comunità indigena, quella dei Motilones Barì. «Sono stati cacciati fuori dai loro territori – spiega il sacerdote -. Nei secoli loro hanno tentato di difendere le loro terre, di difendere le foreste, ma non ci sono riusciti. Negli anni Trenta quando sono arrivate le compagnie petrolifere americane, lo stato colombiano ha concesso quei territori e siccome gli indigeni si opponevano sono stati uccisi, decimati.
Nella puntata, Edilio scopre la propria origine, scopre che i territori belli e ricchi della Colombia non erano delle persone di origine spagnola ma erano della sua comunità. Dopo secoli scopre la verità: che quello che è rimasto della sua gente, in quei territori, sono soltanto cimiteri».

Come aiutare. Per contribuire ad aiutare i bambini e i ragazzi salvati da don Rito, si possono effettuare donazioni (http://www.oasisdeamorypaz.org/donazioni/), o partire come volontari per la Colombia. Ma in primis, è innanzitutto importante informarsi. «La problematica della Colombia è molto legata al territorio italiano – dice don Rito -. Basta ricordare che proprio a Imperia, nel 2014, è stato arrestato il boss colombiano Domenico Antonio Mancuso, uno dei responsabili dei paramilitari in Colombia che hanno compiuto massacri nel mio territorio».

Legami con il Ponente. Accusato di 130 omicidi e altri crimini, commessi quando era leader del Bloque Catatumbo delle AUC (Autodefensas Unidas de Colombia), l’organizzazione paramilitare colombiana nata come forza anti-insurrezionalista, tra gli anni ’90 e 2000, Mancuso era venuto in Italia nella speranza di trovare un rifugio sicuro per trascorrere la sua clandestinità. A Imperia viveva in un bell’appartamento e, stando alle notizie trapelate, pianificava anche i suoi affari: voleva comprare un hotel a 5 stelle in Europa per riciclare i proventi frutto del traffico di droga. Dalla Liguria faceva viaggi frequenti nel vicino Principato di Monaco: forse è proprio lì che pensava di aprire il suo hotel.

E non è tutto. Tra le ultime indagini compiute dalla Squadra Mobile di Imperia e dal commissariato di polizia di Ventimiglia, con la direzione ed il coordinamento della locale Procura della Repubblica, c’è quella che ha portato all’arresto di Carmelo Sgrò: considerato spacciatore “di livello superiore” a contatto con fonti primarie di approvvigionamento. Sgrò, già nel passato coinvolto in diversi procedimenti penali, da ultimo era stato arrestato nell’ambito dell’operazione “Trait d’Union”, effettuata dalle Squadre Mobili di Genova ed Imperia e coordinata dal Servizio Centrale Operativo della Polizia di Stato, con la Polizia Giudiziaria di Nizza, in quanto partecipe di un’organizzazione transnazionale attiva nel traffico di sostanze stupefacenti, in rapporti con esponenti della famiglia MAGNOLI – originaria di Rosarno, in provincia di Reggio Calabria – stabilmente radicati a Vallauris e considerati proiezione internazionale della ‘ndrina PIROMALLI-MOLÈ di Gioia Tauro.