Dai migranti alla trasformazione in moschea di Santa Sofia: l’intervista al vescovo Antonio Suetta

Il vescovo diocesano ha da poco dato alle stampe il libro: «Controcanto - La fierezza di essere ancora cattolici»

Sanremo. “Controcanto – La fierezza di essere ancora cattolici”. Si intitola così il nuovo libro di monsignor Antonio Suetta, vescovo della diocesi di Ventimiglia – Sanremo. Un libro che contiene una serie di riflessioni su molti argomenti al centro del dibattito ecclesiale e civile. Un focus su temi e questioni dibattute, nato, come spiega monsignor Suetta «da conversazioni amichevoli con don Diego Goso, coautore, a margine dei tanti incontri di lavoro che noi abbiamo per la curia, quando ci siamo soffermati a discutere di attualità».

intervista suetta

Tra i temi, non poteva mancare quello dei migranti. Sono ancora vive negli occhi di molti le immagini del vescovo accovacciato sugli scogli al confine tra l’Italia e la Francia, mentre tenta di mediare con i migranti che vi si erano rifugiati dopo l’ingresso delle forze dell’ordine nell’accampamento abusivo nella pineta dei Balzi Rossi.  «In generale il fenomeno dell’immigrazione, come è stato spesso ripetuto, è un fenomeno epocale e come tale credo che sia difficilmente arrestabile – dice Suetta – Sono congiunture che vedono tutta una serie di concause sulle quali è spesso difficile, impossibile e talvolta direi ingiusto intervenire. E per tanto è un fenomeno che va regolato, e va regolato in base a dei criteri. Innanzitutto il criterio prevalente è quello dell’umanità e per chi è credente anche quello della prospettiva della fede ed è il richiamo che costantemente papa Francesco rivolge al mondo, agli uomini delle istituzioni e alla chiesa. E poi naturalmente ci sono altri criteri che a mio parere debbono essere innanzitutto desunti da una conoscenza profonda del fenomeno stesso, cioè delle cause e delle diverse tipologie in cui esso si esprime. La distinzione più ovvia e più evidente è tra i rifugiati e coloro che scappano da guerre, persecuzioni, pericoli incombenti, rispetto ai migranti economici. Non intendo dire che ci siano migranti di “serie a” o “serie b”, ma intendo semplicemente dire che sono due tipologie profondamente diverse per tanti aspetti».

E se l’argomento merita una discussione più generale, non si può però evitare di pensare a Ventimiglia, da poche settimane tornata di nuovo alla ribalta della cronaca per il fenomeno migranti. «Ventimiglia è proprio un esempio di come sia necessario l’esame attento di tutti gli aspetti che attengono al fenomeno – spiega il vescovo – Il problema di Ventimiglia, come è successo in modo anche più impattante nel 2015 e nel 2016 è un problema fondamentalmente, a mio sommesso parere, dovuto al fatto che si lascia andare la situazione fino a quando essa esplode. Perché il problema numero uno di Ventimiglia non è il fenomeno migratorio, il problema numero uno è la Francia con la sua ostinazione anche un po’ incomprensibile, considerando la collocazione della Francia, come quella dell’Italia, nel contesto europeo. Non ha molto senso una chiusura così ermetica, unilaterale delle frontiere, a fronte di un fenomeno che non coinvolge soltanto una nazione, ma coinvolge l’intero continente europeo e non solo».

E sul Campo Roja, la cui chiusura sembra ormai imminente: «Credo che sia necessario anche in casa nostra, vale a dire da parte delle autorità italiane, decidere che cosa si vuol fare perché se non si accetta l’idea – che negli anni precedenti era stata condivisa e attuata con la realizzazione del Campo Roja – se non si accetta l’idea che i migranti possano arrivare a Ventimiglia in attesa del loro passaggio che di fatto avviene in un modo o nell’altro, sempre pagando un prezzo piuttosto alto sulla loro pelle ma comunque avviene (e questo lo dicono i numeri), questa chiusura delle frontiere non sortisce l’effetto realmente voluto dalla Francia ma soltanto un aggravamento della situazione per i migranti e per la situazione italiana». «Detto questo – aggiunge – se le autorità italiane intendono fare in modo diverso, lo devono fare prendendo delle misure anteriori sia nello spazio che nel tempo, fermandoli prima. Poi è chiaro che quando i migranti arrivano a Ventimiglia perché nella loro conoscenza è il punto di passaggio meno rischioso e più agevole è chiaro che poi allora non si può far finta di non vedere il problema. A me pareva che negli anni in cui il Campo Roja è stato pensato fosse forse non la soluzione completamente di superamento del problema, ma fosse una buona e dignitosa risposta al fenomeno. Nel tempo tante cose sono cambiate, in questo anno si aggiunge il contesto molto serio della pandemia che necessita tutta la precauzione da parte delle autorità, la soluzione non è semplicemente chiudere un servizio, ma trovare vie alternative per dare una risposta per arginare il fenomeno laddove si ritiene che questo vada arginato».

Argomento di grande attualità, la trasformazione in moschea di Santa Sofia, monumento simbolo di Istanbul e patrimonio dell’umanità. Erdogan ha annullato il decreto del 1934 che l’aveva trasformata in museo e dopo 86 anni l’ha riaperta al culto islamico. Sulla decisione del presidente turco si è espresso anche papa Francesco che ha detto: “Sono molto addolorato”. Lei cosa ne pensa? «Condivido il dolore del Santo Padre – risponde Suetta – Perché la basilica di Santa Sofia è uno di quei luoghi simbolo intanto della tradizione cristiana, che ha trovato congiuntamente a Costantinopoli (oggi Istanbul), la sede capitale dell’Impero Romano di Oriente, il contesto di tanto sviluppo sotto tanti i punti di vista: tutta la tradizione orientale cristiana che costituisce uno dei due polmoni con cui la chiesa respira, si è sviluppata in quei luoghi, intorno a quella realtà, in quel contesto in modo particolare per tutti i legami che vi erano con l’Impero. E poi è anche simbolo e segno di una travagliata storia, talvolta più pacifica, anzi con degli esempi molto belli anche di dialogo e collaborazione reciproca tra il cristianesimo e l’Islam, ma non dobbiamo nemmeno negare o trascurare di considerare quelle che sono state le fatiche, anzi gli aspetti piuttosto duri e tragici di questa relazione non sempre facile. La decisione di Erdogan di ritornare a utilizzare l’ex edificio cristiano, poi diventato museo, che poteva sembrare una soluzione di compromesso abbastanza accettabile, per lo meno poteva essere visitata da questo punto di vista tanto dai cristiani quanto dai musulmani. La decisione di farla ritornare un luogo di culto islamico è una decisione a mio parere molto discutibile, non soltanto per quello che comporta in se stessa, penso anche agli aspetti non trascurabili, artistici, culturali, che questo sito rappresenta per l’intera umanità, ma soprattutto sembra una volontà quasi di scontro o la volontà di rinnovare una opposizione».

«Forse questa marcata volontà di segnare una opposizione può essere utile a fare chiarezza – aggiunge – Perché nonostante i buoni e positivi tentativi, in cui io credo moltissimo, da ambo le parti, di promuovere una convivenza pacifica tra queste due grandi religioni, in realtà si dimentica spesso che proprio da un punto di vista di contenuti, di concezione della società e della legalità, e da un punto di vista teologico, la religione cristiana e la religione musulmana hanno delle divergenze molto importanti e per alcuni aspetti insanabili. Che non vuol dire che debbano essere per forza votate alla guerra, anzi, questo si deve evitare. Ma vuol dire che per onestà intellettuale queste differenze non vanno sottaciute ma considerate e reciprocamente rispettate. Allora può anche darsi che questa situazione che certamente rappresenta una ferita e un motivo di discussione, che si dibatte in tanti modi può essere anche utile da questo punto di vista per un approfondimento culturale».

Una decisione certamente politica, quella di Erdogan, ma non bisogna dimenticare che a differenza del cristianesimo, l’islam è una religione “politica”: «Il cristianesimo non afferma una assoluta separazione tra fede e politica o fede e potere mondano, anzi – spiega il vescovo – Però passa dal concetto che la fede come criterio di giudizio e come lettura della realtà deve costituire un apporto di riflessione e di orientamento al potere politico. 
Nell’islam invece il collegamento è diretto e imprescindibile. La sharia è una legge religiosa che vuole e deve secondo la loro logica formare e normare la società. E laddove questo non si realizza l’applicazione del contesto islamico rimane sempre insufficiente, secondo loro».