Archeonervia fa scoperta archeologica sul Monte Abelio: due altari sacrificali e un menhir foto

Luogo di incontro tra il cielo e la terra

Dolceacqua. Archeonervia fa scoperta archeologica sul Monte Abelio.

«Il Monte Abelio maestoso polmone verde che supera i 1000 metri di altezza, si trova localizzato in posizione strategica con apertura a 360 gradi sul mare e le montagne che coronano l’alta Val Nervia. Ha causa della sua struttura piramidale che ricorda un gigantesco menhir orientato a mirare il sole dall’alba al tramonto, deve aver colpito l’immaginario religioso delle popolazioni proto storiche, motivo che probabilmente giustifica la recente scoperta sulla montagna di 2 altari sacrificali e un menhir.

Testimonianza della sacralità della montagna mai sopita che ha superato i millenni sopravvissuta all’usura del tempo che ha contribuito a coprire il Monte Abelio dà un alone di mistero e leggende custodite gelosamente nel cassetto dei ricordi della gente di Dolceacqua e Rocchetta.

Montagna che per la sua insolita struttura cuneiforme, bene si addice il toponimo di Monte Conio a differenza di Monte Abelio forgiato a suo tempo dagli abitanti di Rocchetta. Tra i tanti racconti ingigantiti che si sono stratificati nel tempo che coprivano con un alone di mistero, paura e un timore reverenziale nei confronti della montagna, era diffuso il convincimento che fosse un vulcano che avrebbe potuto scatenare la sua potenza distruttrice in qualsiasi momento.

A conforto di queste voci ricorrenti si sosteneva che sulla cima c’era un cratere da dove usciva dell’aria calda talmente profondo che se si buttava una pietra dentro, per avvertire il tonfo sul fondo era necessario rimanere in attesa a lungo. Un cratere che nella realtà era la bocca di una grande cavità naturale di formazione carsica molto profonda che i militari che presidiavano durante l’ultimo conflitto mondiale la montagna, per evitare che qualcuno inavvertitamente ci cadesse dentro, ricoprirono con una soletta in cemento.

Dopo questa divagazione ritornerò sul tema di questo articolo descrivendo il menhir e i 2 altari sacrificali che riflettono un legame indissolubile dei nostri lontani progenitori con la sacralità della montagna, luogo di incontro tra il cielo e la terra. Profilo culturale religioso mai sopito che ha superato i millenni e ha dato inizio al lungo processo storico di identificazione del gruppo etnico dei liguri. Il menhir di cm. 115 di altezza si presenta a forma piramidale ma resta probabile che prima che venisse inglobato nel terrapieno della pista carrettabile costruita dai militari per raggiungere la vetta, superasse in altezza i 150 centimetri.

Immagine della roccia altare sacrificale dove la prima freccia in alto indica una vaschetta che tramite un canaletto interno scavato nella roccia della lunghezza di circa 40 centimetri, serviva per far confluire il sangue degli animali sacrificati dentro la vaschetta indicata dalla seconda freccia. La freccia in basso indica il canaletto di scolo per il sangue che era obbligo durante la liturgia che accompagnava i sacrifici offrire alla Terra Madre. Sacrificare un animale alla divinità è un gioco di scambio come avviene da sempre nei rapporti umani dove c’è chi offre per poi avere» – fa sapere Andrea Eremita di Archeonervia insieme ai collaboratori Bruno Calatroni, Stefano Albertieri, Aldo Ummarino e Paolo Ciarma.