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Un nostro lettore, Pier Luigi Casalino analizza le conseguenze della Conferenza di pace di Sanremo (1920) - Riviera24
Appunti di storia

Un nostro lettore, Pier Luigi Casalino analizza le conseguenze della Conferenza di pace di Sanremo (1920)

«La città dei fiori dovrebbe nuovamente candidarsi ad accogliere il mondo per scrivere la parola fine sulle conseguenze di quel summit»

conferenza di pace di sanremo

Sanremo. Svoltasi tra la Conferenza di Londra (gennaio 1920) e quella di Sèvres ( luglio-agosto 1920), la Conferenza di pace di Sanremo affrontò in diversa misura i problemi più scottanti della situazione internazionale, a quasi due anni dalla cessazione delle ostilità del primo conflitto mondiale.

Recenti ed autorevoli studi hanno posto l’accento sulla complessità e rilevanza di un evento di cui si va sempre di più riscoprendo il ruolo decisivo negli affari mondiali del XX secolo, con effetti perduranti ancora oggi. Un evento che a giusta ragione si inscrive a caratteri cubitali nelle relazioni tra le diplomazie, non solo degli Stati vincitori di quella che fu chiamata la Grande Guerra e che un coraggioso pontefice, il genovese Benedetto XVI, definì “l‘inutile strage“.

A Sanremo, nella villa di Devachan (dal mitico nome indiano- un po’ storpiato dai sanremesi- e appartenuta a un nobile inglese), posta nella splendida cornice della collina matuziana e rivolta verso il Mare, si affronto’, soprattutto, la sistemazione dei territori ex ottomani, oltre alla questione degli Stretti (per cui la Conferenza sanremese fu definita anche la Conferenza degli Stretti), ma anche il potenziamento degli effettivi dell’esercito tedesco sconfitto ai fini della tutela dell’ordine pubblico nel Paese sconfitto. Non marginale, inoltre, fu l’assegnazione e spartizione delle ex colonie tedesche nel mondo. Francesi ed Inglesi furono i principali registi, anche segreti, di quell’incontro (la divisione, alle spalle dell’Italia, organizzatrice del vertice sanremese, delle risorse energetiche del Medio Oriente ne risultò un esempio lampante), mentre il nostro Paese finì per essere relegato ad un ruolo di mera facciata, anche nel contesto di una vittoria prevalentemente sminuita dalle ambizioni preponderanti delle altre Grandi Potenze.

Le stesse rivendicazioni istriano-dalmate, peraltro mal gestite dalla classe politica italiana, tra goffo ed ostentato nazionalismo ed evidente mancanza di intuizione strategica, si rivelarono un insufficiente e tardivo risultato per il governo di Roma (solo con il Trattato di Rapallo del novembre dello stesso anno si troveranno la Jugoslavia un decente accomodamento del problema).

La propaganda fiumana di D’Annunzio che riecheggio’ in sordina nelle sale della Conferenza, fu tenuta abilmente in disparte per non disturbare i lavori dei delegati, almeno fino al termine dei negoziati, quando il volantino sprezzante del Vate contro “i biscazzieri di Sanremo” venne lanciato sulla citta’ matuziana.

Anche i furori tribuni nazionalisti di Benito Mussolini, che inveiva contro la cosiddetta “Vittoria mutilata”, vennero tenuti lontani dalle orecchie delle delegazioni straniere, grazie alla straordinaria opera di vigilanza delle forze dell’ordine. Al riguardo il sotto prefetto pro tempore di Sanremo coordino’ felicemente un’eccezionale apparato di sicurezza contro l’eventuale presenza di Mussolini in città, di un Mussolini le cui fortune elettorali non brillavano particolarmente in quel momento.

Lo storico sanremese Gandolfo ha avuto modo di esaminare con autorevole e dettagliata analisi le vicende connesse con la Conferenza di Sanremo, preannunciando ulteriori approfondimenti.

A quasi un secolo da quell’avvenimento, la Storia resta in debito con Sanremo per la messe di problematiche tuttora irrisolte che da allora tormentano non solo il Medio Oriente.

E Sanremo dovrebbe nuovamente candidarsi ad accogliere il mondo per scrivere la parola fine sulle conseguenze che quel summit provocò.

P.L. Casalino

(foto da Google)

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