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Sentenza della Cassazione sulla cannabis light, le reazioni delle aziende imperiesi tra preoccupazione e determinazione fotogallery

Il direttore di Coldiretti Imperia: «Tra gli operatori c’è molta preoccupazione. Decisione all'italiana»

Sanremo. E’ una doccia fredda, quando inaspettata, la sentenza delle sezioni unite della Cassazione pronuncia ieri dalla suprema corte che ha dichiarato «illecita la vendita di foglie, infiorescenze,oli e resine derivanti dalla Cannabis Sativa L», proibendo di fatto la vendita dei prodotti derivati dalla cannabis light, ovvero la marijuana legale, quella con livelli di Thc (il principio attivo che provoca “lo sballo”), tra lo 0,2 e lo 0,6.

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Una sentenza ancora da comprendere fino in fondo, in quanto solo le motivazioni della stessa, che verranno depositate prossimamente, potranno chiarire cosa resti escluso dal divieto di commercializzazione: al momento, infatti, non sarebbero coinvolti prodotti come caramelle, biscotti o lecca lecca e altri articoli. In effetti, nella sentenza si legge che la vendita è illegale «salvo che tali prodotti siano in concreto privi di efficacia drogante». E fino a prima che la Cassazione si esprimesse, la legge ha parlato chiaro: un prodotto sotto lo 0,5 per cento non ha potere drogante.

Ma questo non basta a tranquillizzare commercianti e coltivatori diretti, che vivono ore di ansia. In provincia sono presenti  una dozzina di aziende produttrici e alcuni negozi che hanno investito molto sul settore, in forte crescita. Da questa mattina, infatti, le attività – siano essi tabaccai che negozi specializzati – stanno, in via cautelativa, rimuovendo dai propri scaffali i prodotti derivati: infiorescenze, alimentari, tisane e tutto quanto possa contenere dosi, seppur minime, di Thc.

La sentenza, le cui motivazioni saranno pubblicate solo nelle prossime settimane, non è affatto chiara ma fa molta paura. Si parla di “effetto drogante” dei derivati, senza che siano indicate soglie lecite di Thc. Nonostante ciò le ripercussioni non si sono fatte attendere. Se si entra nel Cannibis Store di corso Garibaldi a Sanremo, gestito da Silvio (ex ristoratore), la merce “incriminata” è sparita dagli espositori: «Noi siamo un franchising. I nostri legali ci hanno consigliato di aspettare le motivazioni della sentenza e nel frattempo rimuovere gli articoli. Continueremo a vendere la merce che non sia derivata dalle piante, in attesa di avere certezze maggiori sul da farsi».

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Se invece si fa un salto nell’azienda Riviera Green di Ospedaletti, fornitore esclusivo di alcuni tabaccai, lo sconforto è assoluto. Si continua a lavorare per il raccolto, ma la sensazione è che i contratti più importanti già chiusi potrebbero saltare. Spiega Emanuele, uno dei tre soci dell’attività: «Che dire… noi avevamo un contratto da 15 mila euro al mese di prodotti in scatolette. Dalla sera alla mattina sfumato. Quindi tutti a casa per quanto riguarda il reparto vendite (5 persone). Sul lato della produzione, quest’anno la termineremo, ma credo di trasferire l’azienda all’estero dove sicuramente pagherò meno tasse e le leggi sono stabili. Nel mio ambiente credo che la maggioranza delle 3000 aziende nate da quando era entrata in vigore la legge 242 del 2016 sulla cannabis light faranno la stessa scelta. Il futuro? Se non cambia qualcosa niente più fiere in Italia e chiusura dei negozi specializzati nel nostro Paese».

A poche ore dalla pronuncia che ha mandato in stato di choc una dozzina tra produttori e commercianti nell’Imperiese, così commenta la notizia il direttore di Coldiretti Imperia Domenico Pautasso: «Se si legge il testo della sentenza si dice tutto e il contrario di tutto. I derivati della canapa leggera non si possono vendere, “salvo che non contengano effetti droganti”. Ma cosa vuol dire? Già la legge e le circolari ministeriali dicevano che il tasso di Thc non doveva essere tale da produrre effetti sulle persone, qualora queste dovessero decidere di utilizzare i prodotti derivati dalla cannabis per scopi diversi da quelli per cui vengono prodotti. Con una decisione del genere si fa a creare solo confusione in un settore che ha possibilità di sviluppo nel nostro territorio. Come spesso accade in Italia, quando la politica non fa la propria parte interviene la magistratura. C’è molta preoccupazione – continua Pautasso. Se già prima c’era confusione, adesso ce ne sarà ancora di più. Invece di rendere chiare le regole di questo settore innovativo, che stava contribuendo a creare posti di lavoro per i giovani, si finisce sempre in situazioni all’italiana: non si può fare, ma lo si può fare».

«Io resto aperto e continuo a vendere i miei prodotti – ha dichiarato Igor, il titolare di Mary Label, negozio specializzato nella vendita di prodotti legati alla canapa light di via Cavour a Ventimiglia – Ho investito moltissimo in questa attività: circa 700mila euro per serre, coltivazioni all’aperto e impianti indoor, oltre al negozio. Ho chiesto regolarmente la licenza, l’ho ottenuta: è tutto in regola. Non capisco perché dovrei limitare la vendita dei prodotti. Serve una legge chiara, non possiamo solo essere penalizzati».

Cannabis store

Al contempo, però, i tabaccai che vendono prodotti derivati dalla cannabis hanno iniziato a rimuoverli dagli scaffali per paura di sequestri e sanzioni.

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