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Sanremo, la lettera di addio di Freddy Colt per Franco D’Imporzano

L'uomo è scomparso nei giorni scorsi per un male incurabile

Sanremo. La lettera di addio di Freddy Colt per Franco D’Imporzano, scomparso nei giorni scorsi all’età di 79 anni:

È avvenuto da poche ore il gran trapasso e già, camminando per le strade di una Sanremo uggiosa, mi sembra di aggirarmi in un’altra città. Non è la stessa Sanremo senza di te, è un’altra cosa per me, diversa, quasi estranea.

Questa è la sensazione che mi resta nella seconda giornata di tua assenza, Franco. La tua Sanremo, appunto, quella che tu riversavi del tuo amore-odio, ma decisamente più amore che odio. Il tuo risentimento, quando c’era, era forte e viscerale, al pari dell’amore. Era un sentimento che nasceva dall’assistere a scelte “balzane”, all’impoverimento culturale, al degrado e all’abbandono degli antichi valori in cui credevi nonostante fossi “progressista”.

Sei stato un vero poeta perché non c’era divisione in te tra arte e vita: t’incazzavi nella vita come nei tuoi versi, non tutti elegiaci. Ma tutto questo era molto vero, eri tu, con la tua sensibilità e la tua forza da leone, che ti battevi per salvare l’onore e la dignità di una piccola patria messi troppe volte a dura prova. Sei stato un Paladino della Sanremesità, e di questo non possiamo che esserti profondamente grati, anche se non so quanti di noi saranno degni eredi dei tuoi sforzi.

Al momento del commiato tutti riconoscono in te la veridicità, la schiettezza, la “verve”. Tutti pregi che, in vita, ti hanno attirato anche critiche e provocato dispiaceri. Ma ora è chiaro: l’affetto di una comunità che si stringe intorno ai tuoi cari è il segno che la tua statura di artista – e di uomo – è riconosciuta. Per quanto mi riguarda, non posso che ringraziarti per tutte le cose che abbiamo condiviso nei trent’anni della nostra frequentazione.

Soprattutto per il tuo apporto all’Accademia della Pigna, fin dal primo giorno, al “Mellophonium” e la bella esperienza dei “Nipoti d’Arte”, grazie alla quale ti eri trasformato anche in cantante “sui generis”. Ma ancor prima, da quando ragazzetto ti guardavo arrampicato sulla scala a pioli a declamare i versi del “Ciaravüju” scritti dal tuo caro Gin De Stefani, quegli stessi versi che a Dicembre in Santa Brigida abbiamo dovuto declamare senza di te. Dobbiamo abituarci alla tua “assenza forzata”, ora più che mai. E non sarà facile. Ti abbraccio ancora dicendoti: “Grassie, Maistru!”. 

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