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Imperia, Giacomo Raineri si rivolge ai giovani e cita Sandro Pertini

Il testo integrale dell'orazione ufficiale

Imperia. Il testo integrale dell’orazione ufficiale tenuta da Giacomo Raineri 

     Così Sandro Pertini contribuiva a consegnare alla Storia  italiana uno dei giorni più importanti per la concretizzazione della nostra repubblica, il giorno della svolta verso la libertà,e oggi, 74 anni dopo, ricordare vuol dire, prima di tutto, compiere un dovere morale e civico di grandissimo valore; significa considerare la Storia un patrimonio imprescindibile delle nostre radici, esaltando i principi essenziali per la nostra convivenza civile e politica.

Il clima culturale nel quale stiamo vivendo fa emergere, purtroppo, sempre più spesso zone d’ombra,silenzi e vuoti; celebrare il 25aprile significa, oltre che riempire questi silenzi e questi vuoti,sostenere la nostra,sudatissima, sovranità popolare, che dovrebbe basarsi sulla giustizia e sul rispetto dell’essere umano.

Dico dovrebbe, perchè è sotto  gli occhi di tutti quanto l’attenzione politica si sia discostata dai principi ideali di una generazione cresciuta in montagna; ma torno sul punto.

Non è il patrimonio di una parte o dell’altra, di una fazione piuttosto che dell’altra, dei vincitori piuttosto che dei vinti,è patrimonio della Nazione intera.

Ed è questo il punto sul quale la capacità formativa dell’epoca post-costituzionale ha sostanzialmente fallito mostrando tutta la sua incapacità a costruire una visione(e una mentalità) unitaria sulla memoria degli anni di guerra.

Io credo fermamente in una lettura complessiva delle vicende resistenziali che tenga conto di tutti i fattori ideologici concorrenti a comporre un grande movimento  “rivoluzionario”, un cambiamento epocale nella storia del Paese perchè come ha scritto un protagonista di allora,la Medaglia d’Oro Arrigo Boldrini “ abbiamo combattuto assieme per riconquistare la libertà per tutti: per chi c’era, per chi non c’era e anche per chi era contro”.

Permettetemi un’altra citazione,più lunga ed articolata da uno scritto di Sandro Fontana che ritengo preziosa per la sintesi che offre:

“La Resistenza italiana rappresenta forse l’evento più importante e decisivo della storia italiana del ‘900: essa per un verso ha consentito al nostro Paese di inaugurare il più lungo periodo di libertà, di pace e di benessere nella sua storia millenaria e, per l’ altro, ha dimostrato come i valori posti alla base della nostra convivenza costituzionale non derivino solo da elargizioni dall’alto, ma anche da uno sforzo sofferto e consapevole di conquista dal basso. Ma proprio perchè conserva questa duplice e significativa valenza, l’intero fenomeno resistenziale va esaminato in tutta la sua complessità e articolazione e non può sopportare semplificazioni ideologiche o sequestri di parte. Non a caso il grande storico Gaetano Salvemini sosteneva come la nostra”liberazione” dall’oppressione nazi-fascista sia stata favorita dall’azione congiunta di almeno tre eserciti : quello anglo-americano, che ha attraversato e liberato l’intera Penisola; quello partigiano, che ha tenuto impegnate diverse divisioni tedesche; e infine l’esercito rappresentato dalle popolazioni contadine che hanno sostenuto e alimentato le bande partigiane, le quali non avrebbero potuto resistere un solo giorno senza la collaborazione dei montanari e delle parrocchie.

E’ il ricordo di quella forza morale di papà, di mamme, di nonni, parenti, è la possibilità di dare voce a chi la propria verità l’ha difesa in silenzio, in mezzo ai tanti che urlavano, a chi lavorava col poco che aveva senza mai lamentarsi per quello che mancava, costituendo coi fatti le fondamenta della società del dopoguerra e delle generazioni a venire.

Non voglio cedere alla retorica, alla stanca ritualità e rinuncio volentieri alla costruzione di un discorso tradizionale: molti in questa sala, meglio di me,potrebbero adattarsi a soluzioni prevedibili senza  nascondere il contributo di sacrificio (quello è essenziale) recato dalla I^ zona partigiana alla lotta della Libertà come luminosamente ci ricordano le sei medaglie d’oro espresse da questa parte di Liguria: Roberto di  Ferro, Felice Cascione, Franco Ghiglia, Pino Rossi, Silvio Bonfante,Sergio Sabatini.

E’ ad un serbatoio di tale valore morale, esteso a tutto il Paese, che Alcide De Gasperi attingeva quando, seduto al tavolo delle trattative di pace nel 1946,dava vita ad un discorso rimasto e legittimamente riconosciuto come un faro nella Storia dell’Italia contemporanea:

“Prendendo la parola in questo consesso mondiale sento che tutto, tranne la vostra personale cortesia, è contro di me: e soprattutto la  mia qualifica di ex nemico, che mi fa considerare come imputato, e l’essere citato qui dopo che i più influenti di voi hanno già formulato le loro conclusioni in una lunga e faticosa elaborazione.

Non corro io il rischio di apparire come uno spirito angusto e perturbatore, che si fa portavoce di egoismi nazionali e di interessi unilaterali?

Signori, è vero: ho il dovere innanzi alla coscienza del mio Paese e per difendere la vitalità del mio popolo di parlare come italiano; ma sento la la responsabilità e il diritto di parlare anche come democratico antifascista, come   rappresentante della nuova Repubblica che, armonizzando in sé le aspirazioni umanitarie di Giuseppe Mazzini, le concezioni universalistiche del cristianesimo e le speranze internazionalistiche dei lavoratori, è tutta rivolta verso quella pace duratura e ricostruttiva che voi cercate e verso quella cooperazione fra i popoli che avete il compito di stabilire.”

Non siamo qui per un vuoto cerimoniale, ma per puntare i riflettori su quel popolo che CORALMENTE, ha sì respinto un nemico, ma lo ha fatto alla luce di una coscienza politica assolutamente consapevole,la stessa luce che più tardi avrebbe guidato la scrittura della Costituzione.

Non volevo neppure cadere nelle descrizioni e nelle rappresentazioni “mitiche” di 25 aprile-Resistenza,così mi sono chiesto quale fosse l’aspetto che più mi premeva sottolineare.

Una domanda mi è subito balzata in mente: “Come lo spiegherei ad un bambino?”

Si sa, ai bambini servono poche parole, ma semplici, chiare, iconiche.

Ai ragazzi,ai giovani, bisogna dare spiegazioni, non basta farli stare un giorno a casa da scuola, perchè il senso della celebrazione di questa giornata non si riceve in eredità come un bene qualunque, ma si deve raccontare, approfondire, studiare come una piccola conquista.

Ecco allora il valore di alcune figure emblematiche che possano essere portate ad esempio per capire meglio come l’individuo abbia scambiato esperienze con l’ambiente, come lo esprimeva, con quali finalità, con  quali risultati.

Mi torna alla mente la figura di Don Ceriani, un sacerdote schivo che aveva vissuto in prima persona l’esperienza della lotta di Liberazione nell’ astigiano a contatto con personalità importanti come il Vescovo d’Alba Luigi Gozzii e Don Piero Giacobbo, viceparroco di Bra e Cappellano degli Autonomi di Mauri e molti altri. Sono stati “maestri”nel senso pieno del termine, senza parlare, senza abusare di vaniloqui, solo con l’operare.

Ad oggi, la generazione di questi bambini, questi giovani, è la prima con nonni e nonne che non hanno vissuto direttamente sulla propria pelle gli anni furenti della guerra e tutte le sue conseguenze.

Ad un bambino,un ragazzo, che mi chiedesse “ Come mai non vado a scuola?” vorrei saper rispondere altrimenti mi renderei conto del pericolo di perdere il contatto con ciò che è stato e che, invece, a me è stato raccontato tante volte dai miei cari, con quella verità negli occhi che solo chi ha visto può restituire.

Cosa risponderei quindi?

Che questa data è uno degli approdi più significativi delle vicende del nostro Paese e che non è stato il percorso di uno o due eroi, ma di tanti uomini e tante donne, di tanti concittadini accomunati dal coraggio di voler ritrovare quell’unità italiana persa insieme a tanti diritti civili e politici. Tutti insieme ieri per conquistare la Libertà, oggi per difenderla e conservarla.

Una comunione di ideali, di propositi e di azioni che spesso è stata definita “ l’unica rivoluzione storica che ha unito ogni tipo di differenza”: giovani,meno giovani, ricchi, meno ricchi, civili, militari, per l’indipendenza, per una coscienza solidale, per riempire il vuoto intorno alla parola Patria.

Vorrei raccontare tutto questo e anche che, forse, la celebrazione della cosiddetta Resistenza Armata ha offuscato troppe volte e non in modo giusto la meno celebrata Resistenza non Armata della stragrande maggioranza della gente che ha avuto una dignità smisurata ed una prepotentissima voglia di sopravvivere nonostante le restrizioni morali e pratiche, nonostante la paura, per la fame, per i cari al fronte, per i bombardamenti.

La paura di non diventare grandi.

QUESTO deve rimanere a scanso di qualsivoglia, inutile,faziosità di parte.

E’in QUESTA Resistenza di  TUTTI, di donne, uomini,militari, carabinieri, civili, clero, che si deve tentare di dare l’orientamento per far comprendere tutto in modo lucido  e restituire la complessità delle dinamiche di quanto è accaduto, per declinare in un modo giusto questa giornata di festa,senza restrizioni, sottolineando l’importanza del senso di appartenenza ad una Storia che è la NOSTRA STORIA.

E ne siamo tutti il frutto.

Come procedere?

Cercando di riscoprire la bellezza dell’ideale che è una forza nascosta, un motore della vita e della società.

Dicevo, all’inizio, che quanto generato in concreto a livello politico-amministrativo denuncia a chiare lettere il discostarsi nel nostro Paese, nella nostra Repubblica, nelle nostre comunità, della pratica dall’enunciazione principistica.

La Resistenza come movimento contiene in sé gli anticorpi giusti per reagire a questo stato di cose anche se mai come oggi la convenienza copre la verità, la giustizia, l’impegno, il valore dell’ impegno, anche se mai come oggi lo Stato deve assistere al contrattacco degli interessi singoli ovvero organizzati in forme più o meno malavitose, deve ascoltare parole e concetti oscuri contro l’assetto democratico, contro il libero confronto di idee in politica e in economia.

Troppi sono i settori nei quali, se si volesse, si aprirebbero spazi di confronto e di lotta contro poteri oscuri dei quali solo a stento intuiamo la presenza.

Ci è voluto coraggio 74 anni fa ad intervenire con le armi in mano, ma ci vuole coraggio anche oggi a vivere la vita di tutti i giorni.

Senza proposte esemplari, senza progetti di slancio come quello della Resistenza sarebbe ancora più difficile vivere questa quotidianità stanca e deludente.

E’ per questo che ancora una volta, cedendo, ora sì,a d una consuetudine retorica, mi auguro e vi auguro che viva la Resistenza, viva il 25 aprile e viva questa Italia da rinnovare, da rilanciare, ma sempre nostra cosa comune.

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