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Scuola e dislessia, il calvario della sanremese Rossella: «Un prof mi ha anche dato dell’handicappata»

Affetta da un disturbo dell'apprendimento, è stata bersaglio di offese da parte di compagni e professori fin dalle elementari

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Sanremo. «Ognuno è un genio. Ma se si giudica un pesce dalla sua abilità di arrampicarsi sugli alberi, lui passerà l’intera vita a credersi stupido». Così Albert Einstein, il padre della fisica moderna, insieme a Galileo Galilei, Leonardo Da Vinci e anche Walt Disney, tra i dislessici più famosi della storia. Dislessici, Dsa, soggetti con disturbi specifici dell’apprendimento. Uomini, donne e soprattutto bambini e adolescenti che hanno difficoltà a leggere, a scrivere, persino a fare i calcoli. Persone speciali, spesso additate come poco intelligenti e per questo, soprattutto in età scolare, emarginate o bersaglio di angherie da parte di coetanei e, in non pochi casi, degli stessi professori. Semplicemente storie di resilienza, della capacità di assorbire gli urti della vita senza scheggiarsi, piegarsi o rompersi, perché quegli urti, con il tempo lo si impara, altro non sono che un rampa di lancio per opportunità d’inaspettato successo. A dimostrarlo, tanti casi, come quello della sanremese Rossella Gazzolo che ha fatto della sua personale pietra d’inciampo un’immensa soddisfazione.

«In seconda superiore mi hanno diagnosticato la dislessia – racconta Rossella, 21 anni il prossimo maggio –. In particolare, è stato notato che  soffrivo di discalculia, ovvero di un disturbo specifico nell’abilità di calcolo. Mia mamma ha sempre avuto il sospetto che avessi problemi di apprendimento. Fin dalle elementari mostravo difficoltà nello studio, soprattutto in matematica, e questo mi ha costretto a cambiare scuola. I compagni mi prendevano in giro perché non riuscivo a ripetere la lezione e a stare al loro passo. Ero confinata nel banco dell’asino, quello attaccato alla cattedra e mi dicevano che ero una sfigata. In quinta elementare mi sono trasferita in un altro istituto: ero troppo piccola e non riuscivo a sopportare tutto quel dolore».

Nella nuova scuola le cose per Rossella vanno meglio. E così anche alle medie, almeno fino al terzo anno. «Studiavo tantissimo e frequentavo i corsi pomeridiani per trovare un metodo di studio. Mi impegnavo molto e riuscivo a portare a casa buoni voti. È arrivato così il giorno di scegliere le superiori. Avevo un sogno, quello di viaggiare e scoprire posti nuovi. Decido allora di iscrivermi al liceo linguistico per imparare le lingue, il solo passaporto per il mondo. Fin da subito, però, i miei progetti trovano delle difficoltà. La professoressa di lettere mi scoraggia, per lei non ce l’avrei mai fatta a superare il primo anno. Convoca i miei genitori e inizia a mettermi dei paletti suggerendomi una scuola tecnica. Per fortuna mia mamma mi è venuta incontro e abbiamo fatto un patto: “Tu studia, raggiungi una media del 7 e io ti do tutti gli aiuti possibili”».

Rossella mantiene la promessa e, incredula, passa il primo anno di liceo. «Non è stata una passeggiata ma sempre meglio di quello che è venuto dopo. In seconda superiore sono stata infatti diagnosticata. Con l’arrivo della diagnosi sono cambiata, mi sono sentita sollevata dal non essere più etichetta “asina” o “ritardata”. Purtroppo però alcuni professori hanno iniziato a essere ostici, non volevano comprendere il mio problema. Ce n’era uno che continuava a interrogarmi e a darmi 3. Ogni volta mi illudeva che sarei arrivata al 6, ma, appunto, era solo un’illusione. Addirittura un giorno mi disse “Sei proprio handicappata”». Un’offesa alla quale la ragazza subito si ribella. Esce dalla classe e a testa alta va nell’ufficio della dirigente scolastica. Lì si trova di fronte a una donna molto comprensiva, una mosca bianca nel sistema scolastico italiano dove, ancora oggi, la dislessia è una malattia guardata con sospetto.

Come accaduto a Rossella, infatti, non capita raramente che alunni dislessici non siano riconosciuti e vengano considerati pigri,non motivati, non propensi alla materia o all’indirizzo. Quella preside invece «ha capito subito quale fosse il mio problema e mi ha dato coraggio. Sono così arrivata in quarta, anno in cui mi sono trasferita con la mia famiglia in provincia di Savona».

Ancora una volta, seppur non per sua volontà, quasi alla fine del suo percorso scolastico la ragazza deve cambiare scuola. «È stato un trauma, già dai primissimi giorni gli insegnanti di scienze e matematica non facevano altro che ripetermi “Come hai fatto ad arrivare fino a qui?”, “I tuoi professori non si sono resi conto del tuo livello?”, e altre cose di questo genere. Mi sentivo umiliata, Senza contare che mi riprendevano di fronte a tutta la classe. Ho iniziato a soffrire di attacchi di panico e di ansia. Ho fatto un’altra diagnosi e sono risultata fortemente discalculica. Volevo andarmene ma non potevo scappare da nessuna parte. Altri insegnanti si sono accodati a quelli delle materie scientifiche, mi sentivo presa di mira e più stavo con la testa sui libri meno rendevo. Studiavo tutti i pomeriggi 6/7 ore e ogni mattino mi alzavo alle 3 per ripetere. Tutti sforzi inutili e alla fine, durante una verifica di chimica, il vaso è traboccato».

Grazie alla legge 170/2010 che riconosce la dislessia, la disortografia, la disgrafia e la discalculia quali disturbi specifici dell’apprendimento, tutti i soggetti affetti da Dsa hanno il diritto durante compiti in classe e interrogazioni a consultare dispense, mappe concettuali, calcolatrici. Un diritto che però alcuni docenti si ritengono esonerati dal concedere. «Durante la verifica la prof mi ha spazzato via con impeto le mappe dal banco. “Tu copi”, mi ha accusata, “Usi il tuo disturbo per essere avvantaggiata”. Mi ha mandato nel panico, sono corsa fuori dalla classe e in lacrime ho deciso che a scuola non sarei più andata. Ancora una volta mi sono venuti in soccorso i miei genitori e insieme alla preside del liceo di Sanremo hanno deciso di farmi ritornare nella vecchia scuola. Ho così terminato la quarta, ho fatto la quinta, arrivando, contro le aspettative di tutti, di maestre, professori e professoresse, alla maturità. L’Esame di Stato lo ricordo come un altro grande scoglio, ma ho superato anche quello».

Conquistato l’ambito diploma, Rossella si concede un anno sabbatico che trascorre a bordo di una nave tra il mare dei Caraibi e quello del Nord. «Senza quegli ostacoli che avevo incontrato sui banchi di scuola, ho in un attimo vinto un bando pubblico per entrare a far parte dell’equipaggio di Costa Crociera. Ero felicissima, sentivo che qualcosa stava cambiando, ero più fiduciosa di me stessa, ho anche conseguito disparati brevetti, da quello di salvataggio a quello di primo soccorso. Per la prima volta nella vita studiavo, mi preparavo e ottenevo ciò a cui aspiravo. Ero tutti i giorni a contatto con le persone più diverse ma nessuno mi ha mai fatto sentire o mi ha mai trattato come una persona stupida. Avrei continuato la vita di bordo se non fosse che volevo andare all’università».

Forte di quell’esperienza professionale, Rossella si rimette sui libri e passa il test d’ingresso presso la facoltà di psicologia dell’università della Valle d’Aosta dove attualmente frequenta il primo anno. «Qui è una realtà completamente diversa, sono decisamente avanti: diversamente che alle scuole d’obbligo, ora ho finalmente un professore di riferimento preparato in materia di Dsa. È lui che prima di un esame si preoccupa di informare gli altri insegnanti del mio disturbo o che mi affianca in determinate attività, quali la compilazione del piano di studio. Ho inoltre trovato tanti altri piccoli supporti e i professori si sono rivelati molto disponibili. Ho anche dato il mio primo esame, ho preso 26 e, dopo tanti patimenti per prendere un 6, è stato una soddisfazione enorme. Con l’università, finalmente, sto avendo la possibilità di sentirmi brava e intelligente come tutti gli altri».

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