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Sanremo, una folla commossa per l’addio all’assistente capo Demetrio Mureddu foto

I funerali del 48enne si sono svolti presso la chiesa di Santa Margherita a Poggio di Sanremo

Sanremo. I colleghi della polizia penitenziaria e i vertici dell’amministrazione penitenziaria, insieme con il direttore del carcere di Valle Armea e il provveditore, ma anche esponenti di altre forze dell’ordine, si sono stretti oggi intorno alla famiglia dell’assistente capo Demetrio Mureddu, 48 anni, che domenica si è tolto la vita con un colpo di pistola nella sua auto, nei pressi del carcere che aveva appena lasciato dopo avervi prestato servizio.
I funerali del 48enne si sono svolti presso la chiesa di Santa Margherita a Poggio di Sanremo.

Una tragedia, quella di Demetrio, che ha sconvolto i colleghi e la UIL PA, della quale l’assistente capo faceva parte come sindacalista.

“Sono veramente troppi i suicidi nel Corpo”, ha dichiarato Fabio Pagani, segretario regionale Uil Pa Polizia Penitenziaria, “Tre solo in questi primi quaranta giorni del 2019″. Il sindacalista ha chiesto che Governo e amministrazione facciano “una seria riflessione, su quelli che sono gli effetti e le conseguenze del lavoro in carcere sulla vita privata di ognuno”. “Occorre dare una svolta a questo lavoro ed è necessario farlo con coraggio e con una certa urgenza perché il rischio è quello che l’attuale senso di frustrazione dei baschi azzurri si trasformi in preoccupante rassegnazione”, ha aggiunto Pagani, “Sono tante troppe le cose che non vanno in questa Amministrazione: una gestione iniqua del personale; risposte evasive, elusive, inefficaci e inefficienti; assenza di coerenza e logicità; disposizioni di servizio incomprensibili e inattuali”.

E ancora. “Per lavorare in un carcere ci vuole equilibrio perché quello del poliziotto penitenziario è un lavoro difficile svolto all’interno di ambienti altrettanto complicati dove, chiunque, avrebbe timore di lavorare. Bisogna avere una capacità di adattamento superiore alla media, perché il poliziotto penitenziario mentre rappresenta l’autorità e lo Stato al cospetto dei detenuti, di essi raccoglie la rabbia, le ansie, le paure, le preoccupazioni, gli sfoghi di ciascuno e ogni volta, da solo in mezzo a 60/70 detenuti, deve sapersi adattare a un interlocutore che può essere di nazionalità, etnia, cultura e religione diversa.
Provate solo ad immaginare le conseguenze che questo può avere sulla condizione psico-fisica di un agente abbandonato a se stesso e allora sì che si potrà anche comprendere che l’attenzione al benessere lavorativo e all’organizzazione del lavoro non è un capriccio sindacale ma un dovere di chi ci amministra. Una cosa è andare a lavorare in carcere con la mente serena e il fisico sano altra è andarci con uno stato di malessere e di insoddisfazione riconducibile ad una organizzazione gerarchica, eccessivamente burocratica, con strumenti di lavoro inadeguati, mansioni e attribuzioni di responsabilità non previste, disposizioni di servizio incoerenti”.

 

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