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Funerali dell’agente Mureddu a Sanremo, il commento del segretario Uil Pa Pagani

"Sono già 3 i suicidi in questi primi giorni del 2019. Una seria riflessione, su quelli che sono gli effetti e le conseguenze del lavoro in carcere sulla vita privata, credo sia un dovere del Governo e dell’amministrazione"

Sanremo. “Oggi pomeriggio alle 15,30 l’ultimo saluto a Poggio (Sanremo), all’assistente capo di Polizia Penitenziaria Demetrio Mureddu, oltre al cordoglio espresso dalla Uil – dichiara Fabio Pagani, segretario regionale Uil Pa Polizia Penitenziaria.

Sono veramente troppi i suicidi nel Corpo, 3 solo in questi primi 40 giorni del 2019 – aggiunge Pagani – una seria riflessione, su quelli che sono gli effetti e le conseguenze del lavoro in carcere sulla vita privata di ognuno, credo sia
un dovere del Governo e dell’amministrazione. Sono dell’idea che anche il Ministro della Giustizia, persona sensibile e attenta ai diritti delle persone, debba sentire la necessità di dare i necessari input ad un Capo del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria attualmente aggrovigliato nella lentezza della burocrazia.

Occorre dare una svolta a questo lavoro ed è necessario farlo con coraggio e con una certa urgenza perché il rischio è quello che l’attuale senso di frustrazione dei baschi azzurri si trasformi in preoccupante rassegnazione. Sono tante troppe le cose che non vanno in questa Amministrazione: una gestione iniqua del personale; risposte evasive, elusive, inefficaci e inefficienti; assenza di coerenza e logicità; disposizioni di servizio incomprensibili e inattuali.

Non è mai bello fare confronti con altre categorie di lavoratori, lo è ancor di meno farlo con chi è in carcere – aggiunge il sindacalista - ma oggi è inevitabile. Se uno è garantista lo è sempre e con chiunque, se è rispettoso delle regole idem, se è solerte e attento ai bisogni personali deve esserlo con ognuno. Non può essere il contrario di se stesso con chi ospita e con chi gestisce.

Per lavorare in un carcere ci vuole equilibrio perché quello del Poliziotto Penitenziario è un lavoro difficile svolto all’interno di ambienti altrettanto complicati dove, chiunque, avrebbe timore di lavorare. Bisogna avere una capacità di adattamento superiore alla media – afferma Fabio Pagani – perché il poliziotto penitenziario mentre rappresenta l’autorità e lo Stato al cospetto dei detenuti, di Essi raccoglie la rabbia, le ansie, le paure, le preoccupazioni, gli sfoghi di ciascuno e ogni volta, da solo in mezzo a 60/70 detenuti, deve sapersi adattare ad un interlocutore che può essere di nazionalità, etnia, cultura e religione diversa.

Provate solo ad immaginare le conseguenze che questo può avere sulla condizione psico-fisica di un agente – conclude Pagani – abbandonato a se stesso e allora sì che si potrà anche comprendere che l’attenzione al benessere lavorativo e all’organizzazione del lavoro non è un capriccio sindacale ma un dovere di chi ci amministra. Una cosa è andare a lavorare in carcere con la mente serena e il fisico sano altra è andarci con uno stato di malessere e di insoddisfazione riconducibile ad una organizzazione gerarchica, eccessivamente burocratica, con strumenti di lavoro inadeguati, mansioni e attribuzioni di responsabilità non previste, disposizioni di servizio incoerenti“.

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