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Querelle cultivar Taggiasca, Pascale (Slow Food): “Cambiare il nome? Non è il modo di tutelarla”

Così il presidente nazionale della fondazione del cibo "buono, pulito e giusto" nell'ambito del convegno dedicato alla pregiata oliva questo pomeriggio al Casinò

Sanremo. «Il cambio di denominazione non è la soluzione migliore per tutelare la Taggiasca dalle aggressioni di un’olivicoltura intensiva, anche fuori dall’Italia, che potrebbe mettere in pericolo l’originalità di questa cultivar». Così l’agronomo Gaetano Pascale, presidente nazionale Slow Food, in occasione del convegno “Cultivar Taggiasca: quale futuro?” che si è svolto questo pomeriggio al Teatro dell’Opera del Casinò nell’ambito della manifestazione “Sanremo con gusto”.

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 «La cultivar Taggiasca – sottolinea Pascale –  è una grande opportunità per gli olivicoltori e la sua tutela rappresenta una tutela del territorio e dell’economia di tanti bravi operatori olivicoli. Per Slow Food è fondamentale partire da questo obiettivo: rendere gli oliveti, compresi quelli secolari presenti in zona, uno strumento di valorizzazione per tutta l’olivicoltura del Ponente Ligure. E la Taggiasca ne rappresenta uno degli strumenti possibili. Al centro di una querelle per la sua denominazione, riteniamo necessaria l’individuazione di misure precise affinché le produzioni di questa terra ottengano un riconoscimento adeguato e qualora nascano piantagioni di Taggiasca in altri territori ci sia una distinzione che favorisca il prodotto di queste aree, che ha il pregio dell’irriproducibilità: in altri territori non si ottiene lo stesso livello di qualità, perché non c’è la tradizione, non c’è il clima, non c’è l’ambiente e anche il nome».

Ed è proprio il nome, “Taggiasca”, la pietra scatenante dell’accesso dibattito internazionale di cui la pregiata oliva in salamoia sta dividendo gli operatori di settore. Perché per difendere questa varietà dell’entroterra Imperiese dai tentativi di estenderne le coltivazioni in altri territori italiani, addirittura in altri paesi, come la Francia, frantoiani, piccoli olivicoltori, confezionatori, rappresentanti di categoria e anche i consumatori hanno avanzato la richiesta del marchio DOP. Questione apparentemente banale se non fosse che il nome della “dop” e quello della “cultivar” non possono essere identici come ha stabilito la Ue. Se la dop dovesse perciò chiamarsi “Taggiasca”, la cultivar dovrebbe per forza cambiare dicitura, ad esempio in “giuggiolina”, “tagliasca” o “gentile”. Ma i produttori non sono d’accordo.

Come difendere allora questa eccellenza? Ne hanno discusso ampiamente insieme a Pascale lo storico del territorio Alessandro Giacobbe che ha parlato de “I capisaldi di una vicenda storica” e il chimico industriale Roberto De Andreis, membro esperto del Wgot di Madrid, che ha trattato de “Taggiasca, eccellenza del Ponente Ligure”, quindi della situazione attuale del prodotto e delle motivazioni ispiratrici del convegno.

Alla tavola rotonda, promossa dalla condotta Slow Food Riviera dei Fiori e Alpi Marittime e moderata da Andrea Falzone, ha preso parte anche l’assessore regionale al Turismo Gianni Berrino, che ha sottolineato quanto la salvaguardia della Taggiasca sia anche motore di promozione del territorio: «La Taggiasca è una delle eccellenze assolute della Liguria e della provincia di Imperia. Il nome richiama immediatamente la provenienza dell’oliva e dell’olio. E’ come parlare di Barolo per il Piemonte o di Montalcino per la Toscana. Oramai l’olio di oliva Taggiasca è apprezzato e riconosciuto in tutto il mondo e quello a cui dobbiamo puntare è fare capire che la Taggiasca è figlia della Liguria, è figlia di questo territorio magnifico. Questo è quello a cui dobbiamo arrivare. Obiettivo altrettanto primario è il fatto che l’oliva Taggiasca e l’olio di Taggiasca sia solamente quello prodotto qui, in questa parte Liguria: sono due obiettivi molto importanti, quando avremo questa certezza sarà molto più facile promuovere in tutto il mondo il nostro territorio attraverso la Taggiasca e il suo olio, perché sappiamo benissimo che ci sono oli di oliva Taggiasca in Umbria, in Puglia e nessuno può impedire loro di farlo».

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