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Da Sanremo al Kenya per aiutare i bambini in difficoltà, l’estate alternativa di Martina

"Ho visto ragazzini che giocavano con il vetro, che mangiavano la plastica per la fame"

Sanremo. Martina De Vito, classe 1996, il mese scorso si è recata in Africa per volontariato. Sono tanti al giorno d’oggi infatti i giovani che al posto delle classiche vacanze estive scelgono di vivere esperienze più costruttive, di dare una mano laddove ce ne sia più bisogno. Riviera24 Young ha deciso di intervistarla e farsi raccontare la sua storia, le sue emozioni, il suo vissuto.

Martina, cos’è IBO Italia?

IBO Italia è una Organizzazione Non Governativa (ONG) e Onlus di ispirazione cristiana impegnata nel campo della cooperazione internazionale e del volontariato in Italia e nel mondo. Negli ultimi dieci anni IBO Italia è riuscita a coinvolgere circa 5.000 volontari in esperienze di breve, medio e lungo periodo.

Quali sono gli obiettivi di tale organizzazione?

La missione principale è sicuramente quella di favorire l’accesso all’educazione e alla formazione con i diritti fondamentali di ogni persona e opportunità di cambiamento per tutta la comunità. Inoltre coinvolgere i giovani in percorsi di volontariato ed esperienze di condivisione per promuovere impegno sociale, partecipazione e responsabilità.

Parlaci della tua esperienza in Kenya

Ho scelto il Kenya perché ho sempre sognato un’esperienza in Africa. Inoltre, l’idea del volontariato si sposa bene con i miei studi dato che ho frequentato il Liceo delle Scienze Umane e ora studio Psicologia a Genova. Non c’è da stupirsi dunque se il progetto che ho scelto era inerente soprattutto all’attività ludica, ricreativa e formativa dei bambini. Così ho avuto anche l’opportunità di conoscere altre ragazze che, come me, condividevano i miei stessi interessi.

Dove si tenevano le lezioni?

Insegnavamo materie quali inglese o informatica all’interno di una struttura di suore il cui fondatore fu Corradini. La struttura è nata principalmente per l’assistenza da una parte e la promozione umana dall’altra. E ciò si incarna in opere specifiche: orfanotrofi per bambini abbandonati, case famiglie per ragazzi malati di AIDS, scuole dell’infanzia e primarie, laboratori di taglio e cucito, laboratori di falegnameria, centri rurali sanitari e dispensari. Il nostro lavoro non consisteva solo nell’intrattenere o insegnare ai bambini, bensì insieme alle suore spesso ci siamo occupate della manutenzione della struttura, abbiamo cucinato e zappato la terra

Hai nominato anche un orfanotrofio, Cherly’s children home, come hai potuto dare una mano?

Sì, dopo qualche settimana ho deciso volontariamente di spostarmi per entrare nel cuore di una realtà più viva e più difficile nonché quella dell’orfanotrofio. Come sospettavo si è rivelata l’esperienza che è riuscita ad arricchirmi di più, anche perché la struttura era in via di demolizione. Qui ho vissuto a pieno usi e costumi che prima non conoscevo, ho imparato a vedere le cose in modo diverso, o meglio, riorganizzare le mie priorità. Ho visto situazioni difficili, bambini che giocavano con il vetro, che mangiavano la plastica a causa della fame che avevano. Il mio compito era giocare con loro, provare ad alleggerire almeno per un secondo il peso della loro situazione.

Consiglieresti la tua esperienza?

A livello umano è un’esperienza che consiglio a tutti. Io sono contenta di aver dato il mio piccolo contributo: non pensate di andare lì a cambiare il mondo o ad aiutare con consigli e idee che appartengono solo a voi. Queste persone hanno bisogno di essere aiutate secondo le loro esigenze, hanno un modo di vedere le cose tutto loro. E soprattutto, non è necessario spostarsi per dare una mano, il tuo piccolo contributo può provenire anche da casa, direttamente, non per forza donando, ma anche semplicemente informandoti.

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